RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO VII

RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO VII


(prosegue da Capitolo VI)

Capitolo VII

Caro Dottore, le scrivo mentre sono già in aeroporto in attesa dell’aereo che mi porterà in Brasile. Alla fine ho chiamato l’indiano di cui le avevo accennato, quello che mi aveva dato l’aggancio per continuare lì il mio lavoro. A prescindere da quel che sarà il mio lavoro, è proprio lì che voglio andare ora. Voglio muovermi in quella direzione. Domani non mi presenterò a colloquio con Lei e all’ora del nostro appuntamento, Lei non avrà ancora ricevuto questa mia lettera. Spero non mi inveirà contro in maniera eccessiva (mi sembra difficile crederlo conoscendo la sua amabile calma) perché le sto inviando, insieme alla carta, anche una banconota da 100 euro per pagarle la seduta prenotata.
Non credo che tornerò più a parlare con Lei, né che continueremo con “la cura” e con quanto pattuito con la mia prima visita. Lei dice che il mio dolore è ancora da sviscerare. Avrà certamente i suoi buoni motivi per farlo ma io credo che non voglio più avvalermi di Lei. L’impegno nei suoi confronti mi vincola e, come saprà meglio di me, non riesco a dare continuità e solidità a nessuno quindi neppure a Lei.
Bella la sua idea di farmi suddividere la mia vita e di dare un titolo ad ogni cosa tramite l’associazione di idee, quello credo che continuerò a farlo. Bella idea, l’ho apprezzata molto e credo che in parte abbia dato i suoi risultati.
Lei mi definisce un soggetto a rischio (se non proprio “con”) disturbi psichici dovuti a un forte trauma del passato. Vorrei dar torto alla sua diagnosi ma probabilmente mentirei a me stesso facendolo. Ho sempre saputo quanto amassi mio padre e quanto la sua morte abbia influito ed influenzato la mia vita e mi abbia quindi reso un “handicappato del sentimento”, come lei stesso mi ha simpaticamente appellato.
Nonostante tutto, non vedo in me nulla di sbagliato. Nulla di peggiore o migliore. Nulla di più o meno incoerente. Nulla più o meno rispetto a tanti altri che conosco e che non conosco ma che ho osservato. La mia schietta sincerità mi pare più onesta di tanti altri atteggiamenti che vedo in giro. Quindi, non me ne voglia, ma non desidero più curarmi perché non mi sento meno o più normale di altri.
La saluto con queste poche righe perché il mio aereo sta atterrando. Vedremo come andranno le cose in Brasile. Sicuramente cambierà solo lo scenario mentre le situazioni rimarranno le stesse.
Io da un lato ed il resto del mondo dall’altro.
Concludo ringraziandola di quanto ha fatto per me sino ad oggi. Mesi fa non avrei mai scritto una lettera di commiato a qualcuno. Che fosse una donna o chissà chi altro.
Con Lei ho provato l’impulso di farlo.

Grazie di tutto e buone cose.
Un saluto

Lorenzo

 

FINE