Lingua “pura” ed altri demoni…

Lingua “pura” ed altri demoni…


In rete sempre più spesso mi capita di trovare articoli con riflessioni linguistiche. Questo post nasce, infatti, dalle opinioni lette su un gruppo che di recente – sia io che  Laura – abbiamo iniziato a seguire (“piuttosto che, c’entrare, quant’altro e altri abusi…“). Considerato l’argomento, il gruppo mi è parso subito uno spunto interessante. C’è però una riflessione che vorrei proporvi parlando di abusi linguistici.

Non bisogna confondere  l’abuso linguistico con le varietà sub-standard della lingua. L’errore grossolano del piuttosto che improprio  (snobismo o modismo nato negli ambienti lavorativo-aziendali) non va confuso con varietà linguistiche sub-standard.

Per farvi un esempio concreto, “dammi la manino” (esempio riportato all’interno del gruppo facebook sopracitato) consiste in:

  1. una mancata concordanza del genere, tipica dell’ italiano popolare.
  2.  un  diminutivo – sebbene grammaticalmente improprio -, “manino”, caratteristico di un parlato informale e molto colloquiale.

Suddividere la lingua in varietà implica che, oltre ad una forma standard, ci siano anche forme sub-standard. Riconoscere tale distinzione significa non dar per scontato che esista solo una forma pura ed assoluta.

Sfatiamo infatti questo mito: la lingua parlata pura non esiste, è come un’idea platonica, riscontrabile solo nel mondo dell’Iperuranio.

L’imperfezione e la mutevolezza degli esseri umani fanno sì che la realizzazione di quest’idea platonica (da F. de Saussure definita langue) sia, nei fatti, realizzata in diversi atti linguistici individuali (nella così detta parole).

Immergersi nella parole, significa esser catapultati nel terreno – da molti poco accettato – della sociolinguistica. Per rendere il lancio – e l’atterraggio! – in questa realtà meno traumatico, vi riporto una definizione che della sociolinguistica dà Gaetano Berruto:

fare sociolinguistica significa aggiungere allo studio a tavolino delle unità, delle strutture e delle regole della lingua, astratte dalla realizzazione concreta, lo studio […] dei comportamenti dei parlanti che queste unità, regole e strutture adoperano nella quotidiana vita comunicativa”

(“Prima lezione di sociolinguistica” di G. Berruto)

Con questa definizione Berruto dice: è inutile cercare le perfezione delle regole nella realtà, perché la realtà è tutt’altro. Nella realtà esiste un italiano con inflessione milanese ed uno con inflessione barese; esiste il dialetto sardo, il napoletano, quello calabrese o veneto (etc…). Ma, soprattutto, esiste una me che parla con il capo in un italiano molto vicino allo standard (vicino all’Iperuranio platonico) ed una me che si perde in una colorita inflessione romanesca quando sta facendo l’aperitivo con gli amici (ben lontano dallo standard e dall’Iperuranio).

Dunque, non possiamo dire che “dammi le manino” sia una forma paragonabile all’uso improprio del piuttosto che. In quanto la prima forma è una rappresentazione di italiano popolare mentre la seconda è un modismo, una formula usata impropriamente perché percepita aulica rispetto ai semplici “o” od “oppure”.

È  entusiasmante  poter variare – nella maggior parte dei casi, inconsapevolmente – la propria capacità espressiva da una varietà linguistica all’altra. Posso avvicinarmi ad una forma di italiano vicino allo standard o esprimermi in italiano regionale (o in dialetto, se nella mia famiglia lo si usa).

È bello conoscere (e riconoscere) la propria mutevolezza, variabilità ed unicità (linguistica ed umana).

Siamo esseri umani, non idee platoniche né ideali.

L’ideale, bisogna sempre ricordarlo, è un fallimento. Possiamo avere nel cuore un desiderio ardente dell’Ideale, ma sappiamo che non si realizzerà mai sulla terra.

(L’anima del mondo di J. Hillman)

Siamo carne, ossa, anima e pensiero. La nostra capacità espressiva varia tanto più il nostro panorama culturale (e di vita) è ampio. La lingua è pur sempre la forma di espressione del nostro essere e solo attraverso essa possiamo far vedere (e vedere, dunque, capire) chi siamo. Può darsi che io stamattina voglia sembrare un’impiegata impettita e stasera una scaciata romana.

È improprio anche farsi pregiudizi sul dialetto.

Cosa è il dialetto in fondo? Una lingua che non ha fatto carriera.

Il fatto che il volgare fiorentino sia stato preferito al volgare romanesco o al veneto, non implica che sia migliore o peggiore. Aveva detto Saussure che “la lingua è forma e non sostanza“, si sceglie una forma e non il suo contenuto. La parola mela è tale per convenzione. Non esiste alcun motivo di giustezza per cui la mela abbia tale significante in italiano piuttosto che apple o manzana o Apfel. Il volgare fiorentino è una dialetto che “ha fatto carriera”.

Per concludere, ben vengano l’ascolto, l’osservazione linguistica, l’astio ed il ripudio di formule improprie ma stiamo sempre attenti a non confondere forme appartenenti ad altre varietà linguistiche. Togliamoci dalla testa l’idea di giustezza e perfezione.

La perfezione non è degli esseri umani né della loro più tangibile forma di rappresentarsi, la lingua appunto.