Conversando di… conversazione!

Conversando di… conversazione!


La conversazione è un’interazione faccia a faccia tra due o più interlocutori

Siete interessati a realizzare una buona conversazione? Vi è mai capitato di non esser riusciti a prender parola in una chiacchierata tra amici o colleghi? Vi dà fastidio parlare con un interlocutore che interrompe sempre? Sì? Buon segno allora! Vuol dire che avete già interiorizzato un “codice conversazionale”. Grazie a tale codice sapete – pur non sapendo di sapere! – come comportarvi in una conversazione e percepite che interrompere il proprio interlocutore significa: non attuare una buona conversazione!

Ma cosa è la conversazione? La conversazione è un’interazione faccia a faccia tra due o più interlocutori. Un litigio è una conversazione; una chiacchierata tra amici è una conversazione; un incontro tra due conoscenti è una conversazione. Ma conversazione è pure: uno scambio di battute sull’autobus con l’autista (“ferma a Termini?”, “no, questo arriva a Indipendenza” “e quale ferma a Termini?”, “il 64”), un rapporto sessuale, un colloquio di lavoro o un consulto con il medico di famiglia. Parafrasando una nota citazione di Paul Watzlawick: “non si può non conversare”. Possiamo conversare anche con uno sguardo o grazie all’aiuto di uno sguardo. Perché con un celere innalzamento delle sopracciglia unito ad una leggera oscillazione verticale del collo potremmo voler dire: “sì, caro, ti ascolto”. Ed è proprio quando non si sa ascoltare che vacilla il conversare (passatemi la rima anche se non siamo nella sezione di scrittura creativa! N.d.r.). Non ascoltando, infatti, l’interlocutore pensa ai fatti suoi e brama solo all’idea di intervenire nella conversazione. E… bramando, bramando, certamente non presterà attenzione al contenuto espresso dal proprio interlocutore, rimanendo solo pronto ad interromperlo per “rubargli” la scena e quindi a rispondere senza mantenere un filo conduttore sui contenuti precedentemente espressi. Perché ci sia una conversazione, infatti, è fondamentale che le due parti si alternino nel parlare e che si parli uno alla volta. “chi ascolta fissa chi parla e può capire dai movimenti del viso se questi sta per cedergli la parola”, diceva Giorgio Raimondo Cardona.  O, per converso, “un modo per non lasciare interloquire l’altro è continuare a parlare senza guardarlo”, senza dargli quindi la possibilità di entrare nel discorso. La persona che ha il turno di parola può regolare il suo turno come meglio crede, decidendo liberamente se continuare a parlare o se cedere il turno. Come può farlo? Semplice. O verbalmente o non verbalmente. Immaginiamo una riunione di lavoro nella quale l’interlocutore A sta parlando a B, C, D ed E:

A “[…] e dunque questo è il grafico che riassume i risultati mensili, non so se B vuole aggiungere qualcosa…”

Oppure:

A “[…]”e dunque questo è il grafico che riassume i risultati mensili”, gira lo sguardo verso B passandogli il testimone quindi la parola quindi – più semplicemente – il turno di parola.

Ma cosa assolutamente non deve mancare ad una conversazione perché essa possa definirsi tale? I due (o più) interlocutori devono parlare senza sovrapposizioni. E quando parlo di “sovrapposizioni” mi riferisco a “grandi sovrapposizioni”. Le piccole sovrapposizioni, invece, sono fisiologiche ed è normale che ci siano. Immaginiamo una conversazione telefonica, dopo un momento di silenzio i due parlanti potrebbero trovarsi a prendere il turno contemporaneamente e dire:

A “e insomma ti dicevo”/ B ”ti stavo dicendo dunque”

dopo questa breve sovrapposizione uno dei due – o tutti e due – potrebbero dire “oh, scusa ti ho interrotto” e lasciare la parola all’altro, attuando una piccola riparazione al lieve danno causato dalla sovrapposizione (danno che dunque è percepito come tale!). Speriamo però di non incappare in un interlocutore logorroico! Perché il turno di una conversazione è variabile quindi potrebbe essere composto da solo un “sì, ho capito” oppure da un susseguirsi di frasi e parole confuso, ripetitivo e molto, molto lungo (“jduewfr djhuròm sdewurivl kkfef?? .kigbsb  n<!jj  cj ghgdhsg kdkjdkj ….. jhjshh !!! sjjd”, graficamente mi piace sintetizzarvelo così! N.d.r.) dal quale l’altro probabilmente potrebbe provare a difendersi con un turno tipo: “scusa, non ti capisco, mi sembri confuso!”.

Effettivamente ciò che le parti diranno non è specificato in anticipo, né è specificato in anticipo il numero di conversanti che potrebbe variare in corso di conversazione. In qualche caso, il parlante può imporre il parlante successivo (pensate alla maestra: “Pierino, rispondi tu alla domanda), ma questo accade in genere quando tra i due interlocutori esiste una asimmetria di ruoli ed uno ha un potere conversazionale maggiore dell’altro. E mi raccomando: non auto assegnatevi – per smanie di conquista o domini di onnipotenza –  un potere conversazionale che in realtà non avete! O rischierete di diventare dittatori della conversazione e di spiazzare il vostro interlocutore che non vorrà più parlare con voi.

Ricapitolando ecco la ricetta per una buona conversazione:

  • Non sovrapponete il vostro intervento a quello dell’interlocutore (basteranno 100 gr di ascolto).

  • Alternatevi con l’interlocutore e parlate uno alla volta. Sono consentiti 5 gr di sovrapposizione di parlato e si consiglia invece un largo uso di segni di assenso o di richiesta del turno di parola – verbali e non verbali.

  • Sebbene i turni possano avere una lunghezza indistinta, cercate di leggere a vostra volta i segni di assenso del vostro interlocutore (se nel frattempo si è addormentato si consiglia di diminuire la dose di “turno soporifero” fino a grammi 0!)

E a questo punto non mi resta che dirvi… Buona conversazione!

 

Leggi anche
LA “GIUSTEZZA GRAMMATICALE”, COME SI VALUTA?
UN MONDO DEL LAVORO… DINAMICO!
SMART: LA PAROLA CHE TUTTI USANO (INUTILMENTE)
DARE DEL TU, DARE DEL LEI: LE REGOLE PER NON SBAGLIARE
ALLOCUTIVI INFORMALI: “CARA/O”, “TESORO”, “BELLA/O”…