“Un’istantanea di grazie” – racconto di Sara Rossetti

“Un’istantanea di grazie” – racconto di Sara Rossetti


Quello che segue è un racconto scritto da Sara Rossetti, un’amica di vecchia data di questo sito.

In occasione del secondo compleanno de il Vino e le Viole Sara ci ha fatto un bellissimo regalo: lo postiamo qui sotto sperando che possiate apprezzarlo. E se voleste leggere altro della stessa autrice, non avete che da visitare il suo blog!

Un’istantanea di grazie

di Sara Rossetti

You don’t write because you want to say something;
you write because you’ve got something to say.
Francis Scott Fitzgerald, The Crack-Up (1945)

Ero seduta nel bar di mio zio, su uno sgabello troppo alto per le mie gambe seienni e con davanti una mensola troppo lucida e pulita per servire da appoggio alle mie manine ancora grassottelle. Mani che tra l’altro erano impegnante con un gelato di quelli che sarebbero diventati importanti nei revival, uno di quei gelati confezionati con carte colorate e resistenti. Le difficoltà dell’arrampicata erano state abilmente superate dalle braccia di mio padre, che sollevandomi mi aveva fatto sedere lì dove sicuramente non avrei fatto danni, se non macchiare i miei vestiti o la suddetta mensola, maniacalmente strofinata dal mio zio perfezionista.
Ero seduta dunque nel bar di mio zio, quando una signora si voltò verso di me. Era ben vestita e ben truccata, di mezza età e con capelli vaporosi. Queste pettinature oggi mi ricordano gli anni ottanta, mentre allora mi ricordavano solo le mie prime feste di compleanno, le zie, frammenti di chips sotto le suole delle scarpe. “Che begli occhi!” – disse guardandomi con dolcezza. Io continuavo a guardarla, sorridendole anche, vittima della mia curiosità per quello stile e per nulla intenta nel darle una risposta.
“Ringrazia la signora” – intervenne mio padre interrompendo infantili congetture sul mondo esterno alla casa e al mio clan familiare dai confini quasi impervi e sconosciuti. Il mio timido e per nulla convincente grazie fece effetto, la signora sorrise ancora più convinta della bellezza dei miei occhi e uscì, salutando i presenti.
Finì tutto lì, con il mio gelato quasi alla conclusione, la mia obbedienza al genitore e un altro grande passo verso il grazie universale che, di lì a poco, sarebbe diventato la normalità.

Nonna ti sta facendo gli auguri.
Ringraziala.
Il vicino di casa ha raccolto la tua bambola volata dal balcone.
Ringrazialo.
Zia ti ha fatto un regalino.
Ringraziala.
Tuo cugino di ha aiutato con i compiti.
Ringrazialo.
Il medico ti visita.
Ringrazialo.
Il negoziante ti dà resto e scontrino.
Ringrazialo.
Il professore ti indica il programma alternativo per i non frequentanti.
Ringrazialo.
Il datore di lavoro ti assume ed è proprio il caso, è sempre il caso di dirgli grazie.

Un’operazione lenta e costante, magistralmente condotta per mezzo delle redini parentali e scolastiche. Una manovra che in modo simile a centri concentrici e legati tra loro da altri cerchi tremolanti e impercettibili stava facendo di me una bambina, una ragazza, una donna, una cittadini educata, riconoscente, mai inopportuna. Il mio destino inesorabile era quello di far parte di una società nella quale tutto questo è interiorizzato e si dice grazie, si dice grazie per non apparire scortesi, per ingraziarsi gli altri, perché è così che si deve fare. Si deve usare la parola fino alla nausea, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia.
Mia nonna, durante i suoi ultimi anni di vita e la sua malattia ci ringraziava di continuo. Le somministravo le medicine e mi ringraziava, l’aiutavo ad alzarsi e mi ringraziava, le spegnevo la luce dopo averle rimboccato le coperte e dato il bacio della buona notte e lei pronunciava, con tono debole ma decisamente fermo, “grazie”. Nulla aveva scalfito la sua educazione in un orfanotrofio post-giolittiano, né le guerre, né il lavoro nei campi, nulla le aveva fatto perdere il rispetto quasi incondizionato per gli altri, il bisogno e la necessità – forse retaggi del dovere – di ringraziali. Mi torna in mente lei, qualche volta, quando rendo grazie anche quando non dovrei. Mi capita spesso e in quei momenti non penso, ma subito dopo avverto come un timore, il timore di avere desemantizzato troppo la parola. Il classico “grazie a te” in risposta ad un altro grazie, quando è stato l’interlocutore ad aver ricevuto da me un favore. Uno scambio di battute tanto semplice e consueto quanto disarmante, ma solo alla sera, quando riappare nella rielaborazione mentale degli eventi quotidiani. Un’idea che riemerge anche quando si vuole realmente ringraziare qualcuno e non ci si riesce, quando la parola “grazie” non è abbastanza, forse e anche perché la si è usata troppo, la si è usata male e a sproposito, la si è usata perché il traffico delle parole è troppo spesso incontrollato.

La si è usata perché, da bambini, non ci hanno detto quasi mai che l’educazione è un bene incommensurabile, ma che le parole hanno un peso.

L’equilibrio raggiunto su quello sgabello, in famiglia, nello studio del medico e nello studio del professore, con i colleghi e i datori di lavoro, non può però essere messo in dubbio. È così che si deve usare quella parola, non si fanno le rivoluzione con le parole e sulle parole.

Non si fanno le rivoluzioni se non si hanno gli strumenti, ma se ne fanno di silenziose. La vera rivoluzione siamo lui ed io seduti in macchina a parlare, il panino gigante e strapieno che mi costringe ad andare a prendere anche quando non ho affatto fame, quel prato verde che solo noi conosciamo. La vera rivoluzione saremo noi due che avremo già accatastato tutto quello che abbiamo imparato in precedenza, servendocene all’occorrenza e imparando a giocare con prismi nuovi riaccatastandoli in collaborazione, forti del nostro disordine quotidiano.
E a forza di impilare, smontare e riammassare ci fermeremo ogni tanto stanchi e sudati, sudati come quel giorno. Faceva molto caldo e siamo andati a correre al parco. Lo sport non è mai stato il mio forte, lui invece è costante, soprattutto quando ha la mente libera e può fare qualcosa di piacevole solo per se stesso. Si dà agli altri con la sua pacatezza, mentre io lo faccio con fervore. Si dà a sé a tempo debito ma totalmente, mentre io eccedo in egoismo e in altruismo in modo alternato e caotico.
Stavamo correndo nel parco, io sono inciampata e lui mi ha aiutata a rialzarmi. Ho mosso lo sguardo, ho posato i miei occhi sui suoi e l’ho ringraziato. Abbiamo continuato a correre, lui davanti, io di poco dietro. Ma io arrancavo, allora gli ho chiesto di sederci per un po’. “Grazie per avermi fatto compagnia”. Poi abbiamo ripreso, e dopo quasi un’ora di corsa siamo andati al bar, abbiamo ordinato due spremute d’arancia, due cornetti e una bottiglietta d’acqua liscia. Sono andata in bagno e quando sono tornata lui era lì, seduto ad un tavolino impeccabile, da lui apparecchiato secondo le nostre abitudini. “Grazie”, gli ho detto senza ottenere la benché minima risposta, come il grazie precedente, come il grazie del giorno prima, come il grazie di quando per quell’incidente era stato con me tutta la notte in un pronto soccorso inospitale, alle prese con medici distratti e disinteressati, tra le mie lacrime e i miei pensieri. Come tutti quei grazie. Mia madre, mio padre, mia nonna e tutti i miei maestri ringraziati mi davano la forza di stare nel giusto, di pensarlo come un essere un po’ strano e distante, quasi ingrato.

Ma che cosa c’è di tanto vitale nel pronunciare quella parola ad una persona che ti è così vicina? Che senso può avere ringraziare a ripetizione il tuo compagno, che muore dalla voglia di regalarti l’abbonamento del cinema solo per gioia di vederti poggiata sulla sua spalla nella sala buia? Io dico grazie al giornalaio che mi porge il giornale, alla signora sconosciuta che mi cede il suo numeretto alla posta.

Ma non dico grazie a mia madre, che mi ha dato la vita e nessun grazie può bastarle, non dico grazie a mio padre, che ha amato prestarmi quei soldi, non dico grazie a te, che sei il motivo per il quale sono qui ora.

E non voglio che tu mi dica grazie, per fare cose che io farei per te in ogni caso, senza volere nulla in cambio, solo perché questa è la normalità. Non voglio più sentire questa parola, non ce n’è bisogno.

Così me lo ha spiegato, e così l’ho dovuto accettare nel modo più naturale possibile, perché la sua abitudine è così vera e autentica e io sono d’accordo come non mai. Così ho accettato di cambiare prospettiva, di uscire da un guscio di abitudini sacrosante e cementificate e ho accolto questo vento piacevole e costruttivo.

È uno scirocco che fa volare parole leggere, a volte quasi impercettibili, a volte quasi assenti e proprio per questo dolorose. Altre volte queste parole scompaiono, perché implicite. Come la parola “grazie”, che serve per restituire qualcosa che si è avuto, ma è superflua quando c’è tutto il resto.

Questo Guest Post è un regalo di Sara Rossetti per il secondo compleanno de Il Vino e le Viole:

Guest post per il 2 compleanno de il Vino e le Viole

 

Licenza Creative Commons
UN’ISTANTANEA DI GRAZIE di Sara Rossetti è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.

Fotografia di Manuela Agostini

Commenti Facebook