Una vita a progetto

Una vita a progetto


Leggete cosa scrive Eleonora Cirant sulla parola “progetto” nel suo bel libro Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte (Angeli, 2012):

 Accade a volte che una parola acquisti improvvisa fama e notorietà. Correndo di bocca in bocca e di testo in ipertesto si trasforma in abito linguistico buono per ogni occasione. Così ‘progetto’ ha fatto strada, fino a diventare una delle parole più inflazionate del primo decennio di questo secolo. ‘Abbiamo un progetto di vita in comune’. ‘Sto scrivendo un progetto’. ‘Qual è il progetto educativo?’

Eleonora ha ragione: la parola “progetto” è molto utilizzata. Cos’è che ci spinge a ricorrervi con tanta frequenza? La spiegazione è nel suo significato: progetto è qualcosa che si realizzerà in futuro. Il progetto richiede l’impegno, ma è ancora una mera possibilità, una speranza futura, qualcosa di indefinito e che potrà comunque cambiare in corso d’opera. Leggiamo ancora Eleonora:

Con un progetto compiamo l’azione di gettare davanti a noi. Buttare il cuore oltre l’ostacolo. Mettere le fondamenta per successivi sviluppi. Creare le condizioni di possibilità perché qualcosa si realizzi. Il razzo della fantasia lanciato verso mondi possibili.

Insomma, se il progetto è una finestra aperta sul futuro, comprendiamo quanto sia diverso da un programma. Il programma è già definito, già strutturato, forse già in fase di realizzazione. Il progetto verrà, forse, domani. Diciamoci la verità, programma è noioso, progetto è stimolante. Allo stesso tempo, però, il progetto mostra tutte le crepe dell’instabile, dell’indeterminato e del labile.

Ma allora è questo il motivo per cui progetto fa parte del nostro vocabolario quotidiano! Sia nelle scelte di vita privata che in quelle lavorative, siamo sempre più abituati a ragionare nel breve periodo, a procedere per obiettivi. Questo, da un lato, ci aiuta a sentirci protagonisti delle nostre esistenze, ad uscire dagli ingranaggi che ci incatenano alla routine. Il rovescio della medaglia, però, è che nessuno si aspetta più da noi capacità o volontà di programmare. Un esempio su tutti? La resistenza ed i timori delle banche a concederci un mutuo.

Il rischio è allora quello di passare dalle catene del programma (quelle ai polsi delle vecchie generazioni, per intenderci), alle catene del progetto, quelle per cui dovrai sempre addormentarti con il rischio di ricominciare da zero il giorno dopo.

Attenzione: c’è un’altra parola che mi viene in mente se penso a progetto, ed è precarietà. Non l’ho scritta finora per non confondervi: non volevo portarvi sul crinale scivoloso della giungla contrattuale. Eppure, progetto fa in molti casi rima proprio con precario, sia in campo sentimentale che in campo lavorativo. Proprio qui sta l’inganno: la parola progetto esprime un concetto meraviglioso, snaturato nei fatti dall’associazione forzata con la parola precario. Per questo motivo, dire progetto è oggi solo un modo elegante e mistificatorio per dire “precarietà”, una precarietà sia sentimentale che professionale.

Sarebbe bello, invece, che il progetto fosse quello che realmente è, ovvero qualcosa che sta

tutto nella testa e nel cuore delle persone, che se hanno un buon motivo possono cercare di immaginarlo e realizzarlo insieme.

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