Una visita al campo di Auschwitz-Birkenau (quando le parole non bastano)

Una visita al campo di Auschwitz-Birkenau (quando le parole non bastano)


      Post dedicato ad Anna

Mi chiedo dove abbia trovato le parole la guida che mi ha accompagnato nella recente visita ad Auschwitz-Birkenau.

Io ho difficoltà a trovarle. Mi sfuggono. Fuggono perché l’argomento è troppo forte e difficile da trattare solo con la scritturaNon bastano le parole, non mi sono sufficienti questa volta e mi aiutano poco. Non so neppure da dove cominciare. Comincio col dire, allora, che capisco perché parlarne è difficile, perché quanto visto è quasi inesprimibile e rischia di rimanere dentro al “sentire” di ognuno e di non esser testimoniato. Non voglio correre questo rischio però. Bisogna aiutarsi con le parole ed uscire allo scoperto per quanto sia possibile.

E poiché l’idea di perdere una testimonianza mi pare altrettanto terribile, provo a dire qualcosa.  Comincio col dire qualcosa con difficoltà (ciò è testimoniato dal fatto – Laura confermerà – che questo articolo è rimasto nella sezione “bozze” per tanto tempo).

Comincio col dire che bisogna parlare di “Auschwitz-Birkenau” e non solo di “Auschwitz” perché i campi sono due e sono ben distinti l’uno dal’altro. Entrambi mi hanno scatenato emozioni negative, sebbene definirle solo “negative” sia molto riduttivo.

Sin dal principio della visita, nell’aria fina di un novembre non freddissimo, mi è parso di sentire la presenza dell’orrore, della morte e della sopraffazione. Sento la necessità di utilizzare questa parolasopraffazione. Perché ad Auschwitz-Birkenau l’essere umano è stato calpestato e sopraffatto da tutti i punti di vista: morale, fisico, psicologico, mentale. E a questo stesso essere umano è stato riservato un trattamento “speciale”, mai utilizzato per i topi o per gli scarafaggi né per qualsiasi altro tipo di bestia in qualsiasi altro tentativo di disinfestazione.

L’inimmaginabile cattiveria si è palesata sotto i miei occhi ed improvvisamente ho capito di non aver mai capito del tutto, di non aver mai letto abbastanza, di non aver mai visto nulla del genere.

Mi sono ritrovata di fronte ad una vetrina contenente almeno un centinaio di scatole vuote di gas Zyklon B, ad una parete a vetri (lunga almeno sei metri per quattro) contenente scarpe di ogni genere (da donna, invernali, estive, da bambino, da uomo, usate, meno usate), ad un’altra parete immensa piena di capelli (tra i quali ho riconosciuto una treccia biondo cenere chiusa da un fiocco blu), ad altre piene di protesi, pennelli da barba e pentole.

Perché a quella gente si diceva: “andrete verso una nuova vita, portate il necessario”. E loro, speranzosi:

“serviranno pentole, stoviglie, creme, almeno una o due paia di scarpe”.

“si va in un posto dove potrete ricominciare una nuova vita”.

E l’idea di una nuova vita doveva infondere speranza in quella gente che, a causa delle leggi razziali del ’38, era già stata emarginata nei ghetti e privata di tutto.

La speranza di un futuro – forse – rendeva quei viaggi stremanti meno difficili per qualcuno (per quelli che riuscivano a sopravvivere, s’intende). All’arrivo, i gruppi venivano immediatamente suddivisi in due parti: quelli che potevano ancora vivere e quelli che dovevano morire nelle camere a gas.

La strada che porta alle camere a gas è sassosa, semiasfaltata. Costeggia il campo di Birkenau. L’ho percorsa pensando: “questa è la strada che ha portato circa un milione e mezzo di persone ad una morte inaspettata e non preannunciata”. Il perimetro intorno alle camere a gas – di cui oggi rimangono macerie – consisteva in uno slargo erboso (qualche volta anche fiorito).

“segnate con un numero le vostre cose, in modo che all’uscita dalla doccia saprete ritrovarle”.

Arrivata di fronte alle macerie delle camere a gas mi sono soffermata sulla guida che sin da principio mi aveva colpita. Una ragazza polacca poco più che trentenne. Ha  parlato quasi sempre con gli occhi lucidi ed è riuscita a farmi immedesimare nella vita dei campi.

Mi è parso di viaggiare indietro nel tempo, di essere io quella ragazza appena approdata a Birkenau dopo una crudele e repentina separazione da mio fratello o da mia madre e mio padre.

Mi sono immedesimata soprattutto quando, di fronte ad una della baracche dai mattoni rossi – che ho scoperto essere molto più umide di come le immaginassi -, la giovane guida si è soffermata sulla vita delle donne del campo, delle mamme soprattutto.

“perché qui dentro ci stavano anche le donne con i loro bambini… e cosa potevano dare ai loro figli queste donne?”

“nulla, se non un abbraccio e un po’ di calore umano”.

Le lacrime che dai suoi occhi fino a quel momento avevano solo fatto capolino, improvvisamente hanno cosparso il suo viso lentigginoso e bianco latte fino a dar vita ad un singhiozzo lento e composto. Ho intuito in quell’istante che forse la donna a cui si riferiva era sua nonna ed il bambino suo padre o magari suo zio. Ho provato un forte desiderio di abbracciarla. Nonostante lo sfogo, però, non si è fermata ed ha continuato a parlare con tono intenso, sentito, deciso. Era completamente vera, è tutto vero, come è vero che quel campo è esistito. Quella atrocità è esistita.

Mi è parsa arrabbiata più che triste, forse più arrabbiata che triste. La mia esperienza di analisi del “non verbale” mi ha aiutato a leggere le sue emozioni.

In uno dei blocchi di Auschwitz 1 – oggi interamente adibito a museo – sono presenti le foto dei primi prigionieri del campo. Esiste una parete piena zeppa di primi piani. Ho visto almeno cinquanta foto ed in tutti i visi ho trovato tristezza e rabbia. Ed è impressionante vedere quanto le due emozioni si fossero mescolate ad Auschwitz. Così è pure l’espressione di Anna, il volto che ho incrociato subito dopo aver pensato che qualcuno lì doveva essere nato il 28 marzo come me. Anche lei era nata il 28 marzo. Cento anni prima di me. Pensando al suo compleanno ho sentito la sua umanità ed ho provato indignazione per il suo triste destino. 

Perché in quei campi c’erano persone. Normali persone con storie, amori, turbe psicologiche, sogni, paure, libri da leggere, progetti da realizzare. Persone. Appartenenti alla stessa specie dei nazisti, alla mia stessa specie. Nei campi di Auschwitz – Birkenau si è consumato il massacro totale dell’essere umano ed in me, come in qualsiasi essere umano, permane il potenziale di cattiveria e disumanità. È proprio con la consapevolezza di quel seme, di quel potenziale che bisogna visitare i campi. È sbagliato dire: “guarda quanto sono stati malvagi i nazisti”, bisogna dire: “guarda di cosa sono capaci gli esseri umani, guarda di cosa sarei capace io”.

In altre parole prendersi la responsabilità di quel gesto, sentire quella colpevolezza come fosse la propria, sentire quel sacrificio come fosse il proprio. Assumersi il peso della propria specie. Portare scolpita l’immagine della morte, della terra grigia ancora intrisa di polvere umana; sentire il suono sordo della sopraffazione di un essere umano sull’altro; sentire i lamenti silenziosi e laconici di chi prima della morte ha dovuto temere la vita. Piangere quando si torna a casa e si ripensa all’orrore visto. Educare i giovani ed i meno giovani ad opporsi e ad indignarsi di fronte a qualsiasi tipo di abuso, marcando a fuoco nella propria anima che “questo è stato”. Per non dimenticare, per fare in modo che mai una cosa del genere possa ripetersi.

 

 

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