Sull’Amica Geniale di Elena Ferrante: di amicizia e altre cose

Sull’Amica Geniale di Elena Ferrante: di amicizia e altre cose


(ATTENZIONE! Sei a rischio spoiler!)

Sull’Amica Geniale e gli altri 3 libri della misteriosa Elena Ferrante si è già detto tutto, perciò non farò una recensione. Voglio invece dire poche parole sull’amicizia tra Lila e Lenù: complementari, simili per certi versi, opposte per altri. Vanno avanti per la loro strada specchiandosi l’una nell’altra, e se il punto di vista dei romanzi è quello di Lenù, la voce narrante, si capisce perfettamente che dall’altra parte, in Lila, ci sono gli stessi stati d’animo della protagonista, anche se in momenti diversi.

Nonostante nel libro si accenni spessissimo alla cattiveria di Lila, è facile comprendere che il senso della parola cattiveria non sia quello comune. Non ci si riferisce ad un animo malvagio, ma ad un acume che obbliga a dire sempre la verità, ad una femminilità che trascende il senso comune dei ruoli di genere e ad una generosità talmente grande da sembrare egoismo (“è buona solo perché vuole sembrare la padrona”).

Per sopportare un’anima ingombrante come quello di Lila ci vuole una Lenù, perché Lenù ha tante doti, una sensibilità sopra la media che le permette di tollerare gli eccessi di Lila spiegandoli per quello che sono, ovvero sbocchi di una vitalità troppo grande per il contesto in cui è nata, e lo stesso livello di intelligenza dell’amica, grazie al quale può sentirsi alla pari nonostante i tanti momenti di insicurezza.

Se c’è una differenza tra Lila e Lenù è questa: Lila ha bisogno di restare, Lenù di espandersi. Lila ha già tutto dentro di sé e per dare una forma all’incontenibile deve costruirsi dei confini (geograficamente: il rione in cui è nata, da cui non vuole uscire). Lenù, per insicurezza, ambizione e istinto, deve spaccare i suoi argini ed accogliere dentro di sé il mondo.

Ma è un dettaglio non trascurabile ad avermi colpito: il successo di Lenù, che a furia di studiare e applicarsi ascende nella scala sociale e diventa una scrittrice, lo si deve anche a Lila e al suo sacrificio. Il sacrificio, durante l’infanzia e l’adolescenza, è quasi solo simbolico: Lila non può studiare, per certi versi non ha la stessa perseveranza di Lenù pur essendo estremamente intelligente, eppure stimola l’amica a farlo, spronandola nei modi più fantasiosi (“facciamo una scommessa: se ti promuovono con tutti 8 io…”). Da adulte, l’appoggio di Lila non è più solo simbolico, ma concreto. E non parlo dei libri che le compra al Liceo, ma dei lunghi anni in cui Elena le lascia le sue figlie per scrivere, assolvere ai suoi doveri da intellettuale o correre in giro per l’Italia a presentare i suoi romanzi.

Per avere successo, Lenù deve poter contare sulla cura di un’altra donna, che accolga in casa le sue figlie e le permetta di fuggire e di trovare la linfa per continuare a coltivare la sua vita interiore. Non è il mio mondo ideale, vorrei che le cose andassero diversamente, ma oggi le nostre vite di donna sono esattamente così: le nostre responsabilità non le possiamo abbandonare o dimenticare neanche per un giorno, e quando per brevi intervalli possiamo farlo è perché c’è un’altra donna che si carica sulle sue spalle il nostro fardello. Attenzione: non sto scrivendo qualcosa contro gli uomini, il mio compagno a casa fa tutto ed è presente in tutto, e come lui altri diecimila.

Ma a livello simbolico, profondo, inconscio, io percepisco dei vincoli profondi che riesco a spezzare solo quando le mie madri o le mie sorelle mi sgravano da questi pesi. C’è mia mamma, ad esempio, che tiene il mio bambino quando sono al lavoro, salvandomi da tutti i sensi di colpa che – anche se ingiustamente – avrei provato in altre circostanze. C’è Federica, ad esempio, che da due anni ormai si prende cura di questo sito in attesa che io torni operativa al 100%. Come non essere profondamente grata?

Queste cose le ho capite adesso, leggendo i libri di Elena Ferrante e facendo la conoscenza di Lila e Lenù. Io sono Lenù, ovviamente.