“Senza” la parola che aggiunge togliendo

“Senza” la parola che aggiunge togliendo


 

Senza glutine. Senza zuccheri. Senza olio di palma. Senza carboidrati. Senza colesterolo. Senza conservanti. Senza lattosio. Senza grassi animali. Senza sale. Senza additivi aggiunti.

Siamo nel mondo del “senza”, perché “senza” è sempre più salutare, più dietetico, più puro. Più giusto.

Con la sua carica di positività intrinseca, il “senza” vende pur togliendo, fa marketing, fa business e rassicura i compratori. Quante volte ci siamo fatti convincere dal prodotto “senza qualcosa”? “Prendo questi biscotti perché non hanno zuccheri”, le caramelle senza conservanti, la mozzarella senza lattosio.

Bizzarro che proprio un avverbio di sottrazione possa valere tanti soldi per l’industria alimentare.

I comunicatori insegnano ad evitare il “no” o il “non” quando si vuole convincere qualcuno a comprare o a fare qualcosa. È preferibile usare sempre frasi affermative, parole positive e mai negazioni. E invece “senza”, togliendo, aggiunge. In un mondo in cui sono stati schedati i nemici giurati – i carboidrati, i grassi, il sale, l’olio di palma – dire “senza” significa vendere. Il “senza olio di palma” che ha invaso confezioni di merendine, pane in scatola e biscotti, è garanzia di vendita. Il prodotto vende perché è senza. Senza cosa? Senza qualcosa, senza qualcosa che nell’uso comune, si dice, faccia male. Sull’olio di palma, molto più pericoloso per le foreste che per la salute, la guerra dei pubblicitari ha raggiunto picchi incredibili di idiozia. Ma del resto come non comprenderli se è proprio chi compra a cercare conferme nell’idiozia?

E infatti Ferrero ha risposto: “noi l’olio di palma continuiamo ad usarlo perché è buono” (che poi, diciamocelo, la Nutella la mangeremmo anche se fosse prodotta con il liquido che scola dalla busta dell’umido dopo che per cinque giorni non l’abbiamo buttata).

Ma questo non è un post sull’alimentazione (e gli effetti sulla salute dell’olio di palma, io francamente ho preferito ignorarli), questo è un post sul “senza”: la negazione che aggiunge.

Eppure, senza amore non si vive. Senza aria neppure e neanche senza cibo, o senza acqua. Ma noi occidentali non abbiamo problemi di questo tipo: ché di cibo ne abbiamo in abbondanza e spesso lo sprechiamo, anzi. Il “senza” ci tranquillizza dal nemico di turno e ci rasserena sul fatto che quello che stiamo mangiando o bevendo fa bene, non può farci del male: è giusto.

Certo l’italiano stavolta non si presta come l’inglese

Volete mettere il “free”?

Gluten free, sugar free, children free (questo lo apprezza e usa molto il mio fidanzato che è spesso calamita di bambini che scorrazzano tra i tavoli nei ristoranti). Il senso di quello che cerco di esprimere infatti si esplica perfettamente nel “free”: libero dal glutine, libero dai grassi, libero dall’olio di palma, libero dal male. Quanto è più bello “free” del nostro “senza”? mangiando un biscotto, oltre che rassicurati, ci sentiamo addirittura “liberi”.

Conclusione

Boccio il “senza” e voto per l’anglicismo: evviva il free.

Pubblicitari di tutti il mondo, unitevi, liberateci dai grassi, dall’olio di palma, dal sale e da tutti i maligni carboidrati, additivi, lattosi, sali, mali.

No al “senza”, sì al calco semantico dall’inglese:

Sugar free –> Liberi da zuccheri

Liberi dal male.

Amen.

P.S.

E, comunque, più carboidrati per tutti! 😂

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