Se PICASSO fosse una MAMMA

Se PICASSO fosse una MAMMA


Testo di Raffaella Peri, psicologa psicoterapeuta e grande amica de ilvinoeleviole.it, per cui ha già scritto un altro contributo. Buona lettura!

Se PICASSO fosse una MAMMA

di Raffaella Peri
Quando arriva una notizia come quella di una futura nascita, si apre una finestra su un mondo nuovo sconosciuto… la “dolce attesa” si tinge di mille emozioni e mille colori.
La televisione, i mezzi di comunicazione che si occupano dell’argomento raccontano l’evento e la storia che verrà con immagini, gadget e oggetti legati alla maternità e alla puericultura che assumono sfumature rosa. Ma chi l’ha detto che le future mamme e i futuri papà vedono tutto rosa?
… e se Picasso fosse stato una mamma?
Forse lui sì, da bravo espressionista ed esperto di colori ci avrebbe potuto delucidare su peculiari sfumature di un viaggio complesso in cui l’idea di un figlio, il suo desiderio e la sua realtà vanno a comporre un quadro che a sua volta sia capace di equilibrarsi con un nuovo assetto materno e di coppia, con una nuova dimensione relazionale da donna a mamma, da figlia a mamma, con un corpo presente e in continua trasformazione abitato da uno sconosciuto, rendendo talvolta anche il corpo materno sconosciuto a sé, da esperire giorno dopo giorno.
Allora ecco che il periodo rosa, che si tende ad immaginare perché le aspettative proprie e altrui possono essersi tinte di miele, può assumere toni inattesi o indesiderati, più agrodolci e persino amari: quello del tempo delle nausee, del tempo delle rinunce alimentari, delle numerose visite, dello nuovo sport “corrichemiscappalapipì”, delle difficoltà nei movimenti, dei piedi scomparsi sotto l’ombra dell’ombelico, dello specchio che sembra trasformarsi sotto i propri occhi. Tutto questo può a volte tramutarsi nel viola creativo dell’umorismo e della scoperta curiosa, può diventare occasione di autoironia, foriero di un nuovo “periodo rosa”, oppure a volte però può diventare davvero difficile non portare la tavolozza emotiva alla deriva fino a trasformarla in un “periodo blu”, denso di paure, toni tristi e impotenza.
Quante volte i media parlano di maternity blues? Forse solo quando questo difficile momento diventa tragico e fa scalpore, ma quanti realmente sanno di che si tratta aldilà della diagnosi da manuale? È un momento che da fisiologico – sbalzi d’umore legati alla nuova condizione e alle prorompenti modificazioni ormonali dei primi giorni seguenti il parto – può protrarsi oltre e cristallizzarsi mettendo a rischio la donna e la relazione mamma-bambino.
Possiamo immaginarlo come lo shock che vive il bambino fuori dalla calda pancia materna, improvvisamente colpito da un mare di stimoli simultanei: l’impatto con l’ossigeno, con la temperatura, con la luce, con gli odori, con i suoni, con i propri bisogni, con un mondo tutto nuovo e sconosciuto. Così, di riflesso, coinvolge la donna che nasce anche lei, in quello stesso momento come Mamma.
Un momento così intimo di una donna che può sentirsi sola, in profonda difficoltà , in balia di aspettative che il corpo ha disatteso, che soprattutto il nuovo nato disattende rischiando di far sprofondare nello sconforto, nel senso di impotenza e annichilimento, rendendo alieno il proprio corpo e il proprio bambino.
Anche il Maestro Picasso, dopo il periodo blu, ha riscoperto la tavolozza in tutte le sue policromie e in tutte le sue poliedriche forme, a volta più spigolose, a volte più armoniose, talvolta disorientanti ma tutte rappresentative di una realtà che è più vera di ogni slogan e di ogni illusorio racconto: fatta di complessi giochi di luci e ombre, di forme apparentemente incomprensibili e sconosciute agli occhi inesperti di un neofita ma, se osservate con sguardo attento e una disposizione aperta alla novità, accettando talvolta che si possa aver bisogno di essere accompagnati in quella peculiare e personale esperienza, possono aprire nuovi mondi con sorpresa, arricchendo la conoscenza di sé attraverso aspetti variegati, spesso opposti e non per questo non compatibili.
Quanto questa immagine si avvicina alla possibile esperienza di una neo-mamma? Quanto è essa stessa “neofita” per sé in quel viaggio ricco di policromia e di poliedriche trasformazioni del proprio corpo e dell’immagine di sé che rischiano di rompersi nella loro umana fragilità nell’incontro con il proprio corpo in carne ed ossa, che assume nuove forme e funzioni e deve rispondere non più solo ai propri bisogni ma anche a quelli di un nuovo e impositivo seppur tenerissimo nato?
Si può immaginare proprio come una questione di conoscenza, di incontro con sé, in una nuova storia, fatta di pianti e sorrisi, di gioie e fatiche, di fastidi e sollievi. Pelli che s’incontrano, si annusano e si riconoscono con naturalezza solo se qual viaggio comincia indietro nel tempo, in un incontro e una conoscenza della tavolozza che tinge la relazione di quella mamma che era già prima una donna in rapporto e con sé, con il proprio fisico in evoluzione, le proprie emozioni e i propri bisogni che possono essere riconosciuti e accolti nei loro mutamenti solo se già incontrati e accolti nel loro essere “così com’è” e che divengono strumenti preziosi per una nuova tela da tratteggiare passo passo.