Scrivere un diario: l’importanza di raccontarsi

Scrivere un diario: l’importanza di raccontarsi


Quando confesso di tenere ancora un diario, le persone mi guardano meravigliate.

A 30 anni? Come un’adolescente? Ancora?

Sì, lo confermo anche su questo sito: ho un diario su cui scrivo ogni volta che ne ho voglia. Il diario mi serve a:

  • dipanare gli stati d’animo più difficili da interpretare
  • fare il punto sulla mia situazione esistenziale
  • annotare i miei sogni
  • fare bilanci rileggendo i brani più vecchi
  • scrivere senza freni per sviluppare un’idea o un concetto creativo
  • ricordare gli avvenimenti più significativi della mia vita

Mi regalarono il primo diario a 6 anni. Aveva la copertina rosa imbottita e le pagine bianche di cartoncino spesso. L’ultimo diario l’ho iniziato nel 2008 ed è una classica agenda blu con il logo di una banca famosa. Tra il primo e l’ultimo ho avuto diari di ogni genere e formato. Li ho contati: sono ventuno in tutto.

Negli anni la mia scrittura è cambiata. Tralasciando i pensierini semplici di quando ero bambina, sono passata dalle “doleances” adolescenziali, in cui scrivevo per sfogarmi e piangere sulle mie disgrazie, a testi più razionali, scritti per “tenere traccia di me”, per lasciare un segno.

Io e Federica abbiamo stretto un patto: qualunque cosa accada, dovremo conservare i diari dell’altra. Sono una testimonianza vivida dell’esistenza, l’impronta più forte e significativa del passaggio delle nostre anime sulle strade del mondo. Esistenzialismo? Forse.

Il diario: scrivere per conoscersi

Attorno al diario si addensano molti pregiudizi: il diario è “da femmine”, il diario è infantile, il diario è una perdita di tempo, il diario è da narcisisti.
E se invece il diario fosse solo un modo per conoscersi meglio? Quante persone vivono ogni giorno la propria esistenza senza porsi la domanda più importante: chi sono?

Scrivere di sé è analizzarsi, e analizzarsi è la premessa per vivere al meglio la vita, rimanendo fedeli a se stessi.

Molti psicanalisti incoraggiano i propri pazienti a scrivere sul diario, conoscendo le proprietà terapeutiche e maieutiche della scrittura. Quando si mettono le emozioni nero su bianco, trovano un ordine ed è più facile accettarle. Leggere ciò che si prova su un pezzo di carta significa osservarlo con distacco, trovare la giusta distanza e interpretarlo in modo corretto.

 Il diario: scrivere per raccontarsi

Tenere un diario non significa solo fare auto-analisi. Tutti i grandi uomini politici hanno scritto diari, affidando alle loro pagine speranze, timori, ma anche strategie e impressioni.

Il diario è una forma di autobiografia.

Serve a creare una narrazione che abbia per oggetto le vicende della propria vita, dissolvendo la nebbia che si addensa attorno ai ricordi, mettendo in fila gli eventi fino a trovarne il senso diacronico.

I personaggi illustri hanno bisogno di un diario per fare ordine e chiarezza nelle loro vite movimentate e affollate. Scrivono su un diario ciò che forse non possono dichiarare alla stampa ed ai loro colleghi. Scrivono per creare il proprio personaggio privato, nella speranza che un giorno anche quello pubblico gli assomigli.

Le persone comuni come me usano il diario per scrivere la storia della propria esistenza. Scriviamo, in altre parole, per esigenze di memoria, per lasciare qualcosa di noi alle generazioni future.

Tempo fa lessi un saggio della storica Natalie Zemon Davis: Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo. Il libro raccontava la vita di tre donne sconosciute del 1600. Non erano nobili, non erano famose, nessuna di loro passò alla storia prima che Zamon Davis le riscoprisse. Tutte e tre, però, lasciarono traccia scritta di sé.

Fu in particolare la prima di queste donne a colpirmi: era una commerciante di Amburgo, un’ebrea borghese uguale a tante altre, immersa in una vita semplice e scandita da impegni e avvenimenti ordinari. Scrisse la sua autobiografia privata come se avesse dovuto sottoporla al giudizio del mondo intero: scrisse di sé e della sua famiglia con l’intento programmatico di dare una precisa immagine, di trasmettere determinati valori, di lasciare una traccia. Con la sua mentalità di donna ebrea del XVII secolo, mise in piedi una narrazione morale, densa di contenuti religiosi, ma non priva di spunti originali, che forse la resero speciale e diversa da tutte le altre donne nella sua stessa condizione.

Ogni volta che rifletto sull’utilità di un diario, penso anche a questa donna. Scrivere non le ha cambiato la vita, almeno non nel senso in cui tradizionalmente lo intendiamo noi: non è diventata famosa, non è diventata ricca, non ha pubblicato la sua autobiografia. Eppure, sono convinta che scrivere abbia migliorato la sua esistenza, aiutandola a focalizzarsi su se stessa, a comprendere meglio la propria vita e ad accettarne ogni sfumatura, dalla più bella alla più triste, con maggior consapevolezza.

 

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