Racconto: Storia di un bipede – Capitolo I

Racconto: Storia di un bipede – Capitolo I


Vi propongo la pubblicazione “a puntate” di un mio racconto. Il testo è suddiviso in capitoli, perciò cercherò di non annoiarvi postandone solo un paio a settimana.

Buona lettura, miei cari vinoviolini!

Storia di un bipede

Capitolo I – La cena.


Non che stesse antipatico a tutti. Le donne, per esempio, lo adoravano. Tutte, compresa sua madre. E poi, ad esser sinceri, nemmeno gli uomini lo trovavano male. Piuttosto era il contrario: era lui a non trovare simpatico nessuno, a non voler avere rapporti con il vasto mondo fuori della sua porta di casa, a desiderare davvero, nell’intimo del suo cuore, che il resto delle persone lasciasse in pace lui, il suo lavoro, la sua vita.
E invece il resto delle persone non faceva che interessarsi a quello che lui era o faceva o mangiava o che musica ascoltava e perché si vestiva in un certo modo e come mai aveva deciso di vivere in una pulciosa mansarda e Oh! Vivere in una mansarda deve essere adorabile! eccetera eccetera.
Il suo lavoro, in particolare, sembrava destare l’attenzione più di qualsiasi altra cosa, come se in confronto ad esso la guerra in Iraq, l’apprezzamento del petrolio e i saldi di fine stagione non contassero più nulla.

Quella volta a casa della sua ragazza, ad esempio: otto o forse nove trenta-quarantenni attorno ad un tavolo intenti a mandare giù della roba filorientale, risultato della recente infatuazione gastronomica di Paola per la cucina etnica; la stanza illuminata al punto giusto e nei punti giusti; la musica abbastanza sconosciuta da risultare chic e sufficientemente orecchiabile da non risultare totalmente sconosciuta, come stava a dimostrare il fatto che, di tanto in tanto, qualcuno la canticchiasse. Tutti e otto o nove intorno a quel tavolo a parlare più o meno dell’ultimo viaggio extracontinentale fatto o dell’ultimo libro di Wu Ming letto o dell’ultima ingiustizia lavorativa subita. Tutti tranne Simone, ben incurvato sulla porzione di riso e sul vino.

Foto di Kell Bailey - Dinner by Susan

Paola gli teneva una mano bianca e minuta sul ginocchio, quasi a volersi assicurare che lui ci fosse davvero, e di tanto in tanto gli lanciava un’occhiata indulgente e comprensiva, poiché mai, nemmeno un istante, aveva dubitato che dietro quella schiena curva e quella capigliatura lucida e abbondante si trovasse una persona buona, una persona che l’amava e che aveva solo bisogno dei suoi tempi per venire allo scoperto. Ecco perché la sua mano era poggiata sul suo ginocchio anche quella sera: perché lei sapeva chi si nascondeva dietro quelle spalle chiuse. E poi perché trovava inequivocabilmente perfetti i suoi capelli neri.

Così, anche mentre spiegava agli altri perché non avesse affatto voglia di tornare alla redazione di “Quattroruote”, Paola continuava a tenerlo d’occhio, ammirandone la schiena ampia tutta avvolta attorno al piatto, i capelli spessi e luminosi, la linea sottile del naso, non troppo corto ad esser onesti, la bocca ben evidente, il mento arricciato e l’intero profilo, pomo d’Adamo compreso.
Il fatto è che su quel punto tutte le sue amiche erano d’accordo: Simone non era soltanto il primo ragazzo di bell’aspetto con cui lei si fosse mai messa; Simone era davvero una bellezza, il classico uomo che avrebbero potuto trovare in una rivista di moda con indosso una giacca di lino e un pantalone pastello arrotolato alla caviglia sullo sfondo di un molo biancastro. Peccato che Simone non se lo sognasse nemmeno di indossare un pantalone di quel tipo o di pettinare i suoi capelli all’indietro come imponevano gli hair stylist ai modelli dagli zigomi alti. Lui si vestiva male, o per esser precisi lui si vestiva in maniera del tutto ordinaria. Non provava la minima soddisfazione nello scegliere i capi d’abbigliamento, né gli interessava in alcun modo combinarli in un modo o nell’altro per creare un’immagine soddisfacente di sé o, peggio ancora, per trasmettere una certa idea della sua personalità. Era in fondo la ragione per cui non aveva tatuaggi: preferiva che quello che pensava non se ne andasse in giro sotto forma di faccia di apache o di tribale sulla spalla. Pure, aveva una spiccata consapevolezza del bello e del brutto, che gli permetteva di distinguere perfettamente, tanto per fare un esempio, una borsa di Ferragamo da una sacca di tela, oppure un tramonto in Maremma da uno skyline di periferia alle dieci del mattino. Così, per risolvere il problema dei vestiti, aveva optato per la decorosa scelta del neutro e dell’insignificante: né belli, né brutti, i suoi vestiti servivano a ripararlo dal freddo o dal caldo, a coprire le sue nudità, a legittimare il suo transito nel mondo civile. Quella sera, ad esempio, indossava una t-shirt blu, un jeans blu ed un paio di scarpe di tela, sempre blu.

“Insomma, per esser precisi, – disse Paola – dove ero prima alla redazione non è che non mi piacesse, però capitava spesso che altri firmassero i miei pezzi o che magari lasciassero a me tutto il lavoro sporco per poi prendersi loro la parte più bella.” Paola utilizzava la mano che non era appoggiata sul ginocchio di Simone per stuzzicare con una forchetta i rimasugli di riso nel proprio piatto. Al polso, la mezza dozzina di braccialetti acquistati in giro nei mercatini tintinnava di continuo. Paola era una di quelle ragazze perpetuamente prive di trucco che sembrano uscite dritto dritto dalla pubblicità di una crema idratante per pelli giovani: occhi luminosi, incarnato roseo, ciglia folte. E come capita spesso in questi visi dai tratti ben calibrati e dalle linee chiare, si aveva l’impressione che qualcosa non tornasse, che vi fosse una piccola sbavatura nel disegno complessivo, come un acquerello fuoriuscito dai contorni. Insomma, il viso di Paola non se lo ricordava mai nessuno per almeno due o tre mesi dopo averla conosciuta, e persino i suoi amici più stretti dovevano faticare un bel po’ prima di richiamarne i contorni con precisione. “E poi sapete qual era la cosa che odiavo di più?”, stava adesso dicendo agli altri, rivolgendo un’occhiata anche a Simone, di tanto in tanto. “Andare con il fotografo a fare il servizio per ‘la macchina del mese’ su set improbabili e soprattutto con la modella sdraiata sul cofano. Per il mese di dicembre ci siamo messi nel piazzale dell’autogrill all’entrata della Roma-Napoli. Io dico… Ma voi ve li riuscite ad immaginare tutti i camionisti del martedì pomeriggio fermarsi e suonare il clacson verso questa tipa con un seno così?”. E si trattenne dal ricavare due coppe con le mani per far ponderare bene la questione. “Un seno così tutto di fuori, questo vestitino che praticamente sembra un’ape regina, un sandalo lucido con un tacco che nemmeno saprei definire. Quanto sarà stato? Dieci? Dodici?”.
“A dicembre? Non aveva freddo?”
“Ma non lo so, sarà stato un po’ prima, forse novembre. Insomma, questa se ne sta lì sul cofano, in tutte le posizioni possibili, mentre il fotografo scatta e intorno i camionisti impazziscono. Sì: fischiano, urlano frasi volgari, insomma… Se ne vanno proprio su di giri.” Aveva il vezzo di utilizzare queste espressioni ricavate dalla narrativa americana al posto di qualunque esternazione appena più volgare. Consapevole della preziosità di alcuni suoi modi di dire come su di giri, vai una meraviglia, baby, o dove avrò cacciato il mio lunch box, ne enfatizzava il risultato utilizzando una voce impercettibilmente nasale ed allungando a dismisura le vocali tra una parola e l’altra.

Foto di Bob Jagendorf - Car Show Details - Steering Wheel

“Il momento del servizio fotografico del mese lo detestavo più di qualsiasi altra cosa lì dentro. E poi c’era quel caporedattore. In gamba, per carità, ma patetico, patetico nel suo maschilismo come nessuno. Oddio, in realtà tutto in quel posto era intrinsecamente maschilista”. Intrinsecamente. Ecco un’altra parola che non mancava mai di pronunciare.
“È anche normale” sentenziò la ragazza alla sinistra di Paola.
“Normale cosa?”
“Che nella redazione di una rivista di automobili l’ambiente sia maschilista. Voglio dire… Tutti quegli articoli sui sedili in pelle, sulla cilindrata, sui freni. Una bella figona ogni tanto spezza. Hanno un pubblico maschile, si sa che agli uomini piacciono le auto e le femmine. E poi come si dice? Donne e motori…”
“Gioia e dolori” concluse il bassetto dai tratti orientali a capotavola, apostrofato dalla risata liberatoria dell’uditorio. Simone alzò lo sguardo dal piatto per osservarlo meglio, concludendo tra sé che doveva trattarsi dell’amico giapponese di Paola, il figlio di un famoso editorialista, nonché l’esempio perfetto, ancora secondo Paola, del ragazzo adottato ben integrato nella sua famiglia e nella società. Simone lo chiamava Hattori Hanzo, cosa che la faceva imbestialire.

“E tu, invece, di cosa ti occupi?” chiese la ragazza accanto a Paola. Simone sperò non ce l’avesse con lui e ricominciò a trangugiare riso. Paola, come capitava spesso, si affrettò a rispondere orgogliosa al posto suo: “Lui insegna!”
“Fantastico! In che facoltà?”
Dopo aver atteso qualche secondo, forse nell’illusione che il discorso cadesse nel vuoto, Simone si rassegnò a prendere parola. Prelevò una forchettata abbondante di riso al curry e se lo portò in bocca. Poi, masticando, rispose: “No, non sono all’università. Non sono nemmeno laureato. Insegno a scuola”.
“Davvero? In che classe?”
“No, non sono a scuola.” Sollevò le sopracciglia. “Sono un maestro d’asilo”.
“Oh mio dio!” squittì l’amica di Paola, che si chiamava Maria Giovanna e si occupava della pagina culturale di un quotidiano di nicchia. “Ma è assolutamente fantastico!”
“In verità, è molto stancante.”
“No no no!” si affrettò ad aggiungere Maria Giovanna. “Intendevo dire che è assolutamente fantastico che tu, un uomo, faccia un lavoro femminile. Non è vero, Gloria?”
Gloria era il mucchietto di ossa seduto alla destra di Paola. Indossava, come sempre del resto, una giacchetta di velluto verde e dei pantaloni vinaccia stretti sui polpacci, e portava i capelli, prematuramente grigi, corti e riccioluti.
“Interessante”, la udirono pronunciare. Inforcò gli occhiali appoggiati in testa e lo scrutò a lungo, priva di espressione. “Subisci molte discriminazioni, per questo?”
“Oh, è ovvio!” si intromise Maria Giovanna, senza nemmeno guardare Simone, che aveva ripreso a masticare assorto. “Sarà una mosca bianca. Un caso esemplare di discriminazione alla rovescia. Poi, in questa tremenda fase storica in cui i bambini hanno sempre ragione e gli insegnanti sbagliano qualunque cosa facciano! Povero caro, dimmi: ti hanno già accusato di essere un pedofilo, vero?” chiese guardandolo carica di apprensione con i suoi occhi tremolanti e la fronte spaziosa dietro cui senza dubbio si agitavano pensieri e ideali di nobile altezza. Nella stanza tutto tacque; si attendeva con ansia la risposta di colui che, improvvisamente e involontariamente, aveva superato le aspettative e le ambizioni di chiunque, lì dentro. Paola colse il silenzio di Simone al balzo e proclamò, da orgogliosa first lady: “Ma no! Quale pedofilo! I bambini lo adorano, e le mamme, a dirla tutta” e qui lo guardò maliziosamente, con un lampo negli occhi che diceva con chiarezza Giù le mani! “fanno anche un po’ troppo le stupidine. Non è vero, Simone?”
Tutti si voltarono di nuovo verso Simone, il quale, placidamente, aveva ripreso a fingere che non esistesse nient’altro a parte il piatto di riso. Il tentativo di Paola di mostrare agli invitati che tra lei e l’uomo più bello della stanza esisteva una maliziosa intimità era andato a vuoto. Miseramente. Qualcuno tossicchiò. Lei concluse: “Lo adorano, davvero. I bambini, intendo dire. Anche le mamme, è ovvio. Vanno su di giri per lui.”
Perbacco! Esclamavano gli occhi sgranati, le teste che impercettibilmente facevano di sì, e le labbra corrucciate. Però!
“Beh, Simone, ora che ci penso non ti ho ancora aggiunto su facebook.” Improvvisò Hattori Hanzo.
“Non ce l’ho.”
“Ah”.
E questo mise tutto a tacere.

(…continua a leggere il capitolo 2…)

(Racconto di Laura Varlese)

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