Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo IV

Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo IV


(prosegue dal  Capitolo 3)

Capitolo 4

L’adozione

Sbattè la porta e s’incamminò verso l’ascensore. Il cane accanto, ad un passo simile. Nonostante lui e Uliano si conoscessero da più di trent’anni, alcune voltenon gli riusciva proprio di sopportarlo.
“Non piaceva neanche a te quel pazzo là dentro, è vero? Lo so. È difficile da gestire. Però lo conosco da troppi anni per farne a meno. È diventato come la vecchia tappezzeria della casa di mia nonna, che fa schifo ma allo stesso tempo ha quell’aria così rassicurante. Sì, anche se puzza.” L’ascensore arrivò al loro piano, e il cane abbaiò una volta per segnalarlo.

 

Camminarono così, senza un posto preciso in cui andare, assaporando il clima mite di metà settembre. A pranzo Simone ebbe fame e si fermò a comprare della pizza. Il cane lo guardò con sguardo implorante, ma Simone sapeva che i cani fanno un solo pasto al giorno, altrimenti ingrassano o addirittura si ammalano. Non era nemmeno troppo sicuro che potesse dargli da mangiare la pizza. Parlò con l’animale e gli disse di non preoccuparsi, perché gli avrebbe comprato una scatoletta appena possibile. Nel frattempo si facesse bastare il pappone di riso e polpette della sera prima!

Gli chiese nuovamente da dove saltasse fuori, crucciandosi per il fatto di non conoscere il suo nome. Decise che i nomi accettabili per un cane dovevano essere quelli classici come Fido o Sebastian, al massimo Rex.
Sull’altro lato della strada, in quel momento, un piccolo yorkshire al guinzaglio di una signora tarchiata si mise ad abbaiare nervoso verso di loro. Istintivamente, Simone afferrò il collare del suo cane e tirò forte con entrambe le mani per evitare che si catapultasse verso lo yorkshire. Ascoltando il ringhiare rabbioso del bestione, si rese conto di essere ormai in grado di riconoscerne la voce. E pensò proprio questo: la voce del mio cane.

Si rimisero in marcia alla ricerca di un po’ di verde. Il cane avanzava fiducioso, lasciando qua e là tracce di pipì. Certo – riflettè Simone – ci vuole autocontrollo per farne solo qualche goccia trattenendo il resto.

Giunti sulla soglia di un parco pubblico, il cane si lanciò in una corsa sfrenata, saltò un paio di cespugli, curvò verso destra e sparì dietro un angolo lontano. Simone restò immobile; gli avevano detto che i cani tornano sempre dai padroni, quindi non doveva fare altro che aspettare. Continuò a guardare verso il punto in cui era sparito, finché in lontananza non vide una macchia bianca, il suo cane, lanciato in una sfrenata corsa insieme ad altri tre o quattro esemplari. Il cane lo raggiunse staccandosi dal gruppo e gli si parò dinanzi, abbaiando allegro, poi si voltò nuovamente e riprese a trottare con gli altri.
Fu un attimo solo. Nel passaggio dalla preoccupazione al sollievo, e dal sollievo all’orgoglio per la spiccata socievolezza del suo cane (“Ma i cani sono tutti socievoli, idiota!” avrebbe detto di sicuro Uliano) comprese di aver trovato un coinquilino, o forse qualcosa di più: per la prima volta nella sua vita, desiderava prendersi cura di qualcuno.

Sotto casa, Paola li aspettava da più di un’ora. Le braccia conserte, il petto in fuori e le gambe dritte: tutto segnalava la presenza in lei di un’ira trattenuta a lungo e ormai pronta ad esplodere. Simone disse al cane che entro pochi istanti avrebbe conosciuto una delle ragazze più assillanti del mondo. Il cane lo guardò con gli occhi neri, tondi e comprensivi; non sembrava voler proseguire prima di aver sentito il resto di quella storia. “Ok, ti spiego tutto. Quella è la mia fidanzata. Ci siamo messi insieme l’anno scorso, ma non chiedermi perché. Uliano ci ha scritto persino un racconto, si chiama ‘Fragilità per mezze pippe’. Dentro questo racconto io mi chiamo Leonardo e sono uno che non sa legarsi sentimentalmente a nessuna donna. Capisci?”. Un mugolio: aveva capito.
Si mossero e raggiunsero Paola, piccola, bionda e innocente. E, nonostante questo, furiosa e determinata. Aveva già deciso tutto. Non si sarebbe lasciata corrompere dalla massa castana di capelli, o dal colorito acceso, o peggio ancora dalla tenerezza che sembrava emanare da lui quel pomeriggio per la storia del cane trovatello. No. Lei sarebbe andata fino in fondo e gli avrebbe chiesto qualcosa. Un aut-aut. O fai come dico io o è finita. La prospettiva della separazione non la spaventava più, perché dentro di lei aveva preso forma un’idea, e cioè che non le restava che allontanarsi da lui per attirarlo nuovamente a sé. Sì, non c’era altro modo per fargli capire.
“Paola. Ciao.” Il cane si avvicinò tentando di annusarla e lui lo scostò con il ginocchio per proteggerla.
“Ciao.”
“Non mi avevi detto che saresti passata.”
“Certo. Anche perché io non passo mai da te. Non mi hai mai fatto salire nemmeno a casa tua.”
“Già” rispose Simone, abbassando lo sguardo sul dorso del cane
Paola non mentiva. Simone non aveva mai concesso a nessuno di fargli visita in mansarda. Persino Uliano, che pure in quella mansarda aveva avuto il privilegio di mettere piede (ma solo una volta e comunque per non più di quindici minuti), sapeva di non poter valicare la profonda trincea che separava Simone dal resto dell’umanità. Paola, però, non era di quelle che si rassegnano con facilità. Pur avendo ormai preso la sua decisione, non poteva fare a meno, tra una battuta e l’altra del loro litigio sul marciapiede, di gettare un occhio oltre la spalla quadrata di Simone e sbirciare nell’androne del palazzo. Cosa nasconderà l’oscurità di quelle scale?
“…perché poi sei infantile. Sei intrinsecamente infantile. Prima dici che mai e poi mai vorrai fare un figlio e poi cosa fai? Ti prendi un cane enorme, un cane come questo qui…”
Cosa ci sarà oltre il gioco d’ombre creato dalla grata del vecchio ascensore? In che condizioni è l’intonaco? La palazzina sembra risalire agli anni settanta. Sarà stata ristrutturata di recente?
“…e infatti anche Gloria (l’ho sentita stamattina al telefono) mi ha detto che le sei sembrato un tipo strano. Ora, sorvoliamo pure sull’egocentrismo di Gloria (magari non riesce a sopportare che qualcuno possa ignorarla per un’intera serata), però dovrai riconoscere anche tu che non è normale starsene per due ore a giocare con il riso nel piatto senza alzare nemmeno un istante la testa…”
Chissà a che piano abita. Il palazzo è alto. La mansarda sarà almeno al quinto, forse addirittura al sesto. Avrà una porta blindata? Non avrà paura a starsene lassù tutto solo? E se entrassero dei ladri?
“…poi, senti, il monocromo è passato di moda. Forse non è nemmeno mai andato di moda. Sarai anche bello, però i tuoi vestiti…”
E come l’avrà arredata? Sì, già me lo immagino, figuriamoci: un divano logoro. Uno di quei divani da nonnetta con gli angoli consumati. Oppure un divano minimal, uno di quelli economici dalle linee squadrate con i rivestimenti sfoderabili che poi tanto nessuno sfodera mai. La cucina. La cucina sono sicura che è Ikea. È facile per un uomo scegliere una cucina. Basta prendere quella più sobria e semplice. Grigia, nera o legno naturale. Assolutamente da bandire il ciliegio e il noce.
“…quindi insomma, forse non siamo una coppia. Non mi fraintendere. Io vorrei starti accanto. Io credo che io e te insieme saremmo una squadra formidabile…”
Una squadra? Dio! Ma cosa mi viene in mente di dire? Parlo come mia madre. Devo essere più dura. Più convincente. Se lui solo si rendesse conto… Se lui si rendesse conto forse le cose cambierebbero e davvero potremmo formare una squadra. Una coppia, volevo dire una coppia.
“…perciò ecco ora sai perché sono arrabbiata. Bene, sì, ora lo sai. Forza, dimmi cosa ne pensi!”
Simone la scrutò perplesso. Cosa voleva da lui? Di cosa parlava e, soprattutto, perché? Persino il cane (Damiano, pensò Simone, Potrei chiamarlo così) sembrava annoiato. Ehi, pareva dirgli, Non credi di aver ascoltato anche troppo? Andiamo a fare una passeggiatina io e te soli?
Ecco perché non le rispose. La guardò come si guarda un extraterrestre appena atterrato. Sperò che si dissolvesse, o che almeno non riprendesse a dire cose senza senso. Il silenzio: desiderava che durasse ancora un po’. Il silenzio, Damiano, e dall’altra parte solo persone mute, ammutolite, mutevoli.
“Bene. Benissimo. Il tuo silenzio vale più di mille parole. È evidente che la cosa non è abbastanza interessante, per te.”
Damiano si sollevò sulle zampe e andò ad accucciarsi davanti al loro portone, sbadigliando. Paola guardò un’ultima volta gli zigomi di Simone, la capricciosa fossetta che il labbro superiore formava appena sotto il naso sottile; si soffermò ancora un istante sulla massa informe e lucida di capelli neri, infine sollevò le spalle. La sfida si era rivelata eccessiva persino per lei. Nel giro di pochi istanti, abbandonò il fardello della sua difficile missione sul marciapiede. E non tornò mai più a riprenderselo.

 

L’inverno arrivò di soppiatto, nel giro di una settimana. Si era appena ad ottobre. Uliano stava spiegando a Damiano che il divano non era riservato agli animali. “Dovrai accontentarti della tua coperta, mio caro. Tu ti approfitti di me. Sai che ho un debole per il tuo padrone e tu te ne approfitti.” Il cane si lasciò trascinare giù e lo guardò con disappunto. “Inutile fare la faccia incazzata adesso. La vedi quella lì?” Indicò una donna molto alta – un’ex modella, probabilmente – che fumava sul balcone assieme ad alcuni degli invitati alla festa. “Mi sa proprio che stasera la precedenza sul divano ce l’ha lei, che ne dici? Sì lo so, sei come il tuo padrone: capiti sulle cose per sbaglio e pensi automaticamente di averne diritto. Eh, bello mio, c’est ne pas la vie. La vie c’est dificil, do you know? Adesso tu resti qui sulla tua bella copertina calda e io vado a vedere che aria tira con la bionda, ok?”
“Mai visto qualcuno ascoltarti con tanto interesse fino a questo momento” disse una voce tra le altre, alle sue spalle.
“Molto meno raro vedere qualcuno costretto a restare muto dinanzi alla tua logorrea” aggiunse una ragazza.
“Parlate così perché siete invidiosi. La mia dialettica è ineccepibile” provò a difendersi Uliano.
“Difficile parlare di dialettica di fronte ai tuoi monologhi.”
“Un dialogo presuppone almeno due parlanti!”
“Lasciatelo stare. Lui ha bisogno di ascoltare la sua voce come noi di respirare.”
“Uliano, è per questo che ti sei dato al teatro?”
“Invidiosi. Invidiosi del mio successo con Le quattordici deflorate. Perché cotanto accanimento?” chiese accentuando il tono drammatico.
“Perché, diceva Eduardo, per fare buon teatro bisogna rendere difficile la vita dell’attore.”
“Peccato io sia autore e non attore.”
“E per fortuna!” chiosò una voce femminile proveniente dal cucinotto. Scoppiarono risate in giro per il piccolo appartamento.
Simone rientrò dal balcone, sfregandosi le mani per il gran freddo. Si diresse verso il divano e vi sprofondò, ripiegando il collo tra le spalle e affondando le mani nel pantalone sformato. Accavallò le gambe e si mise ad osservare la compagnia di persone riunite in casa dell’amico. Cercò con lo sguardo Damiano, sorridendogli. Attorno a loro due, la festa andava in scena.
Una voce più squillante delle altre annunciò che presto avrebbe avuto un figlio. Tutti, nella stanza, si congratularono con l’ospite. Una donna, attratta dalla presenza ombrosa di Simone, ne approfittò per parlargli. “Tu, Simone, che cosa ne pensi?” gli chiese. “Lo farai prima o poi un figlio?”
Uliano guardò in direzione dell’amico, pronto a cogliere il suo sguardo obliquo e qualche frase bofonchiata tra i denti. Fu colto di sorpresa quando lo sentì rispondere, con inusuale dolcezza: “Fare un figlio? Non credo. Come vedi ho già adottato un cane.”

Fine

(Racconto di Laura Varlese)

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