Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo III

Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo III


(prosegue dal capitolo 2)

Capitolo 3

Il cane

 

Lasciò l’appartamento di Paola e si incamminò a piedi verso casa sua.
Il quartiere era silenzioso, nonostante fosse sabato sera. Attraversò l’incrocio di viale Marconi con il grande negozio di divani all’angolo, superò il benzinaio e decise di tagliare per il parcheggio di Emmepiù, che era ben illuminato. A quest’ora, pensò, meglio evitare posti bui.

Quasi svenne per la paura quando il cane saltò fuori dal suo nascondiglio tra il cassonetto dei rifiuti organici e la campana del vetro. Era di taglia grande, forse un metro, un metro e quindici al garrese, pelo lungo e ben curato, quasi completamente bianco eccetto una macchia grigia attorno ad un occhio. Simone si fermò, indeciso se proseguire o valutare prima la pericolosità dell’animale. Stabilì subito che non era un agguato, perché il cane si era fermato, senza emettere alcun verso. Non sembrava intimidito: lo fissava pacato, respirando rumorosamente con la lingua penzoloni. Simone alzò le spalle e si rimise in moto. Il cane, svelto, dietro di lui. Leggermente infastidito, Simone si fermò nuovamente in prossimità del parchimetro del supermercato, con l’intenzione di far passare il cane per poter cambiare direzione. Quello, invece, interruppe la marcia silenziosa, lo fissò per qualche istante e si mise seduto. Simone voltò le spalle e riprese a camminare, ma ben presto avvertì i pesanti passi da quadrupede dietro di sé. Si girò verso di lui, e il cane nuovamente si sedette, fissandolo senza esitazione e sbattendo rumorosamente la coda sull’asfalto. Spazientito, il ragazzo abbozzò una corsetta, ma l’altro sempre dietro, affannato e divertito. Fece zig zag sul marciapiede ottenendo come risposta un latrato di gioia rivolto al cielo. Arrivato a casa, sentì il cane infilarsi tra le sue ginocchia e lo vide spingere il portone con il muso. Entrato d’un balzo nell’androne, si piazzò davanti all’ascensore, neanche sapesse che era al sesto piano che dovevano salire.

Dog Daydreams


Dormirono l’uno accanto all’altro. Si addormentarono sul divano prima che la finale di vela fosse terminata. Al mattino, con la schiena rotta come ogni volta che dormiva sul divano, si svegliò di soprassalto a causa di un rumore, e poco alla volta, riemergendo dal sonno, si ricordò di non essere solo.

“Bene. Ora che facciamo?” La notte prima, notando la medaglietta del collare, si era ripromesso di riportare a casa sua quel cane. Da qualche parte doveva esserci per forza qualcuno ad aspettarlo, qualcuno che l’aveva abbandonato, certo, ma che si sarebbe visto recapitare nuovamente a casa l’ospite sgradito. E poi non sarebbe più stato un suo problema. “Sai” gli disse, “non è che sia così facile venire raccattati per strada quando si è in difficoltà. Sei un cane fortunato.” Il suo interlocutore, però, appariva irrequieto. “Che hai? Fermati su, che da stamattina non fai che urtare mobili e lasciare bava in giro. Stanotte sei stato tanto bravo ed ora… Che c’è? Hai fame?” Poi ci pensò e si ricordò della passeggiata mattutina dei cani, quella in cui fanno pipì, ovvero il motivo principale per cui non aveva mai preso con sé un quadrupede: non avrebbe mai sopportato di dover sottostare ad un’abitudine che non era la sua. “Vabbè, và. Andiamo a pisciare.” Infilò i vestiti del giorno prima ed uscì. Ovviamente un guinzaglio lì non ce l’aveva, perché non è che uno tenga un guinzaglio in casa così, senza motivo. Sperò quindi che il cane tenesse il suo passo senza scappare, o che almeno scappasse senza farsi investire, perché in caso contrario non avrebbe avuto idea di come comportarsi. Chiamare un veterinario? Cercarlo su internet o chiedere a una persona di fiducia? Ma il punto non era questo. È che non aveva idea di quale fosse la loro parcella e non aveva di certo intenzione di pagare quanto? Cento? Centocinquanta euro o forse di più per un cane che non era suo e che mai lo sarebbe stato. Mai.

 

“Credo centocinquanta euro” disse Paola, seccata da quella domanda inaspettata che deviava la telefonata dal suo scopo originario, ovvero provocare in lui un po’ di senso di colpa per quanto accaduto la sera prima. E Simone invece che faceva? Si metteva a chiedere quanto aveva pagato per il ricovero di Medea – la sua gatta – quella volta che le era rimasta la coda chiusa in uno stipite.
“Capisco. Spero allora che questo coso non si faccia mettere sotto.”
“Questo coso cosa?”
“Ieri sera ho trovato un cane e adesso sto cercando di riportarlo a casa, ma l’indirizzo sulla medaglietta non l’ho mai sentito prima. Deve essere sbagliato.”
“Un cane?”
“Già. Sul collare c’è scritto via Gioacchino Giallo. La conosci?”
“No…”
“Ehi ma lo sai che mi sa che gli piaccio, è da ieri che non mi molla.” Scoppiando a ridere aggiunse: “Avevo paura scappasse via e invece fa tre passi e mi aspetta scodinzolando. E’ carino.”
Paola corrucciò le sopracciglia, poi distese le labbra sino a scoprire i denti in un sorriso, sentendosi tutto ad un tratto incredula, stranamente felice ed incredibilmente orgogliosa di sé. Per la prima volta un segno di sensibilità in lui; finalmente l’opera rieducativa cominciava a restituire qualche frutto.
“Un cane. Ieri sera. E dove ha dormito?” lo interrogò, pregustando la risposta.
“In mansarda da me. Sul divano.”
Trattenendo a fatica un urlo di gioia, si limitò a sospirare rumorosamente.
“Dunque, amore mio, hai passato la notte con un cucciolo.”
“Sì. Beh, veramente non si tratta proprio di un cucciolo. E’ bello grosso, è un cane di taglia grande” precisò Simone, scollando il telefono dall’orecchio e rigirandoselo per un attimo tra le mani per cercare di capire la ragione dell’improvviso cambio di voce di Paola.
“Bene. Ti adoro.” E poi, non riuscendo ad interpretare il silenzio che seguì aggiunse: “Portalo qui da me. Vorrei conoscerlo prima che tu lo restituisca.”
“Veramente pensavo di passare la giornata da Uliano, scusami.”
Silenzio.
“Bene.” E poi più niente.
“Bene. Allora ci si vede nei prossimi giorni?”
“Ci si vede nei prossimi giorni? Credi che ci riusciremo?”
“Beh, sì, come sempre.”
“Ah davvero? E quando?”
“Boh, domani forse.”
“Ah, domani eh?”
E lui, rapido come il fulmine: “Certo. A domani. Ciao” e riattaccò.
Il cane abbaiò. “Va bene, va bene. Andiamo da Uliano che ci aspetta”.

targhetta collare cane

E invece Uliano non li stava affatto aspettando, ma non era un problema, perché Uliano trascorreva la maggior parte dei suoi week end in casa, indossando le pantofole, digiunando e atteggiandosi per questo ad artista dissipato. Cosa che forse un po’ era davvero.
Quando si vide comparire sulla soglia Simone e il cane, li fissò a lungo entrambi con un’espressione sbigottita. Subito dopo, però, li invitò ad entrare, come se non stesse che aspettando loro due.
“Lui fallo uscire sul balcone, grazie.” Simone obbedì e diede un colpetto sulla schiena al cane, spingendolo con le gambe sul terrazzo e richiudendo la porta-finestra. Subito dopo sedette alla scrivania e approfittò del pc di Uliano per indagare sulle origini del cane. Aveva già provato dal proprio telefono, durante la passeggiata per la pipì, ma la ricerca non aveva prodotto risultati. Digitò nuovamente l’indirizzo, e anche questa volta niente: nessun indirizzo che corrispondesse a quello sulla medaglietta del cane, né a Roma né altrove.
“Sul serio” esordì Uliano, come riprendendo un discorso appena interrotto. A volte il mio stile mi dà il tormento. Quando mi capita di rileggermi ho la precisa impressione che sia la mia voce a leggere, con le sue inflessioni e il suo accento, i modi di dire, i ragionamenti e tutto. Allora penso: ma che razza di scrittore sono se non faccio altro che copiare le mie stesse idee? Tu credi che i miei personaggi si assomiglino tutti?” Simone non rispose. Rimase immobile davanti alla schermata di Google per capire cos’altro potesse scrivere per risalire al padrone di quel cane. “Rispondi, Simò. I miei personaggi si assomigliano tutti? Cioè per esempio la prostituta del lago di Como parlava come Lulù? Te lo ricordi Lulù? Pronto? Simone?”
“Ma qual era Lulù?”
Aveva provato ancora una volta a scrivere l’indirizzo della medaglietta, sempre senza risultato. Provò stravolgendo alcune lettere: via Gioacchino Giallu, Gioacchini Gialli, Gioacchino Gallo, Giallo e basta, ma niente.
“Qual era Lulù? Dai Simò! Lulù era quello a cui ammazzavano la figlia e lui si metteva a vagare in mezzo alle strade per ritrovarne l’essenza dentro di sé e invece alla fine trovava l’assassino.”
“Dentro di sé?”
Gioacchini Gialli, Gioacchino Gollo, Giacinto Giglio, non si sa mai.
“C’è questo Lulù (il nome, te ne sarai accorto, è uguale a quello di Gian Maria Volontè nel film sugli operai) che fa l’architetto, è un architetto di successo, solo che è divorziato e non vede la moglie ormai da… quattro, cinque anni, adesso non ricordo. Insomma i suoi unici affetti sono un barbone che incontra ogni mattina alla stazione della metro e sua figlia, una bambina con problemi di dislessia di cui si sospetta abbia approfittato in passato uno zio di parte materna. Questa ragazzina prima scompare, poi viene ritrovata morta in un canale a Venezia. Lui disperato comincia a vagare insieme al barbone e per una serie fortuita di casi si mette sulla pista giusta e alla fine… vabbè… l’aveva uccisa il barbone.”
“Wow. Colpo di scena.” aggiunse Simone senza entusiasmo. Il cane intanto aveva cominciato a raspare con una zampa sul vetro.
“Sì lo so, era una minchiata. Lì per lì mi sembrava che andasse. Poi, oh, che ti devo dire. L’editore mi aveva garantito che almeno in finale allo Strega mi ci andava a finire, infatti ci è andato, tre anni fa, ti ricordi? Quell’anno che ha vinto quell’altra cazzata, come si chiamava? Ah sì: Le ragioni dell’irragionevole. Sai che c’è? Che non dovremmo più scrivere per nessuno, né io né quelli lì di Torino perché, sai, il grande romanzo sarà pure morto, ma io mi chiedo, no? Se pure resuscitasse, ma perché farlo resuscitare proprio in italiano? Ma tu lo sai quanti italiofoni ci sono nel mondo? Meno di cento milioni. E invece lo sai quanti anglofoni? Più di settecento milioni. Però io se sapessi farlo lo scriverei in spagnolo, poi lo farei metà pieno di realismo magico, un po’ alla Marquez – che poi, detto per inciso, c’avrà pure centodieci anni, ma vende ancora una meraviglia. L’altra metà la farei un po’ psicologico-depressoide… Uè senti ma questo cane cazzo vuole?”
“Uh? Ah ma che ne so, vorrà entrare. Fallo entrare.”
“Ma non ci penso proprio. L’ultimo cane che ho fatto entrare qui era il cane di Teresa.”
“Finisci sempre per parlare di Teresa” disse tra i denti Simone, lasciando la postazione al computer.
“Finisco sempre per parlare di Teresa perché Teresa è stata la donna più importante della mia vita e te lo dico un’ultima volta: non pronunciare mai più il suo nome con quel tono così neutrale. Mi fai venire il voltastomaco. Davvero, mi fai vomitare. Punto primo: Teresa è una donna malvagia, la donna che mi ha rovinato la vita, perciò esigo da te che sei il mio migliore amico…”
“Migliore amico?” chiese l’altro distrattamente, accucciandosi sulle gambe e bussando sul vetro leccato con zelo dal cane.
“Sì, migliore amico. Ti dà fastidio che io lo ammetta? Tu e questa mania di non esporre alla luce del sole i tuoi sentimenti! Ma da dove ero partito? Ah, sì! Teresa! Ecco, sai io proprio non sopporto che tu usi quel tono per parlare di lei. E’ una stronza? E allora, per favore, cerca di comunicarlo anche con la voce. Dì, che so… Tereeeeesa, come se stessi vomitando la cena etnica di Paola.” Si bloccò, ci pensò un attimo e trasse la moleskine dalla tasca della giacca. “Aspetta che questa mi piace e me la scrivo: Per favore, George, pronuncia il mio nome come se lo stessi vomitando.”
“Non capisco – lo apostrofò Simone – perché adesso ti sei messo ad usare i nomi inglesi nei tuoi libri.”
“Intanto non è inglese, ma francese, infatti è un nome da donna, come George Sand. E poi non chiedermi proprio tu di non usare nomi stranieri.”
“Io cosa?”
“Sì, tu e la tua fissazione per i nomi italiani. È la stessa cosa, guarda, solo che invece che per quelli stranieri, tu ti fissi per quelli italiani.”
“Io non ho fissazioni.” Simone si era seduto sul pavimento e si era messo a fissare il cane, che pacificamente ricambiava il suo sguardo.
“Hai la fissazione di non avere fissazioni. Vuole essere libero, lui! Vuole essere fuori dagli schemi, il maestrino. E poi ti sei messo con una ragazza che è un cliché, una ragazza archetipica. Paola: la ragazza che vuole fare l’alternativa, tutta imbevuta di viaggi zainoinspalla, cene vegetariane e opere sociali. Ma per favore. Ha un appartamento in via Cavour. Lo ha ereditato dalla nonna, lo sapevi?”
“Certo che lo sapevo, te l’ho detto io!”
“Tanto per cominciare, dì al tuo ego di andare a farsi un giro.”
“Guarda, Uliano, andare a farsi un giro è un’espressione tipicamente paolesca.”
“Ora non mi provocare, Simò. E dì a quel cane di smetterla di leccarmi il vetro che la donna delle pulizie ripassa tra una settimana. Espressione paolesca. Questa dove l’hai letta? Su qualche mio libro, immagino. Beh, ti confido che io per una come Paola potrei anche impazzire. Lo sai che c’ho il complesso del padre ragioniere e che ambisco alla scalata sociale.”
“Va’ pure. Ieri sera abbiamo litigato di brutto. Quasi mi lasciava.”
“Beh, questi sono dettagli della tua vita privata che, se devo essere onesto, mi interessano poco. Secondo te mi farei problemi a provarci con lei se sapessi di avere un briciolo di speranza? Andiamo! Conosci l’inconsistenza del mio spessore etico. Inconsistenza del mio spessore etico. Bello. Me lo appunto. Comunque non avrei certo remore a portarmela a letto se avessi qualche chance. Ma come potrei averne anche solo una, del resto, quando mi tocca di competere con Simone il bello, l’uomo dalla mascella quadrata, lo sguardo indifeso e il petto da pugile?”
“Non dimenticare i capelli.”
“Ah, no. Chi può dimenticare quella criniera che ti porti sempre appresso?” Detto questo, Uliano andò a sfilare una freccetta dal bersaglio appeso alla porta e indietreggiò di qualche passo. Lanciò la freccetta, centrando il cerchio nero del punteggio massimo. “Sai cosa mi confidò Tereeeesa quella volta che si ubriacò, appena prima di vomitare nel giardino di quel locale dove la portai a festeggiare i suoi quarant’anni? Che aveva un sogno erotico. Non mi raccontò i dettagli, per fortuna. Mi disse solo che aveva a che fare con i tuoi capelli. Era nel periodo in cui li portavi a funghetto. Credevo facessero schifo alle donne e invece no, figurati! Simone il figo non fa mai schifo alle donne! Insomma, ti ho detto che quel cane dentro non ce lo voglio. Fallo uscire subito.”
“Ma guardalo: si sente solo!” provò a giustificarsi Simone, che intanto aveva aperto la porta-finestra, permettendo al cane di entrare nella stanza.
“Non c’è nessuno qui dentro che non si senta solo. Se non ci sentissimo soli, non saremmo amici. Non vorrei mai un amico come te se fossi meno solo di come sono. E chi lo vorrebbe uno come te per amico? Uno che piace a tutte le donne con cui sto. Tra parentesi vorrei ricordarti di Livia. Sì, Livia, non guardarmi così. Sapevi che l’amavo. Anche a quattro anni si può amare una donna. E tu cosa fai? Ti chiudi nel bagno con lei a giocare al dottore! Cristo santo, Simò! Quando la smettereai di frequentarmi? Chiusa parentesi. Insomma, non solo mi hai soffiato Livia, l’unica donna di cui mi sia mai importato qualcosa, eccetto ovviamente Teresa, ma tu potenzialmente avresti potuto soffiarmi ogni donna che io abbia anche solo guardato, anche la cassiera del supermercato, lì, quella con le unghie chilometriche argentate e le meches arrapanti. Sì, perché a me le meches mi arrapano e sarò anche un depravato ma almeno non me ne vado in giro con i miei capelli lucenti a dire: Ehi, guardatemi! Sono figo ma faccio finta di non saperlo e il mio migliore amico ha trentasei anni e ha una bella pancetta alcolica.” Ci pensò su, poi osservò qualche secondo la nuca del suo amico, china verso il cane e aggiunse: “Io credo che tu ti faccia la tinta. Dì, ti fai la tinta?” Simone sbuffò e non rispose.
“Come ho fatto a non pensarci. Tu ti fai la tinta. Infatti mi sembrava che a volte li avessi più chiari e a volte più scuri.” Riflettè qualche secondo: “Cosa usi? Usi di quelle senza ammoniaca, vero? Senti, dì al tuo cane di non sbavare sul pavimento, almeno.” Poi, rivolgendosi al cane: “Su, Fido. Risucchia la tua saliva e sta’ buono. Però! Non è male. Sembra simpatico. Ma come si chiama?”
“Uliano, la risposta è: no, non mi faccio la tinta. Mio padre ha ancora tutti i capelli a sessantaquattro anni e hanno cominciato a ingrigire soltanto dieci anni fa. Questo dovrebbe dirti qualcosa sul mio corredo genetico.”
“Pffff… Genetica. Un’invenzione da romanzo fantasy che a dirla tutta…”
“E fammi parlare, ogni tanto! Questo cane non è mio. Te l’ho detto tre volte da quando sono entrato. È da ieri sera che mi segue. È sbucato da dietro un cassonetto davanti al supermercato e non mi si è scollato più.”
Uliano riflettè a lungo su quelle parole, spostando lo sguardo da Simone al cane.
“Che supermercato? Il Todis?”
Simone si prese la testa fra le mani. “Oh santo dio… Che c’entra?”
“No, dai, dimmi. Emmepiù? Todis? Ingrande? È importante conoscere il target di questo cane. Non vorrai prendere con te un cane che va a fare la spesa al Carrefour? In quel caso dovrebbe essere almeno un cane di marca.”
“Si dice di razza.”
“Eh no, mio caro. Si dice proprio di marca. Non l’hai letto l’articolo di quell’opinionista sul Corriere che parlava della semantica delle marche? Per carità, roba vecchia come il secolo, ma anche il cane avrà i suoi gusti, no?” Poi si rivolse al cane: “Allora, Fido, abbaia una volta se sei un cane di marca, due se sei farlocco. Che schifo di cane. Non sa o non risponde. Sono i peggiori nei sondaggi.”
“Ok, non ti sopporto più. Me ne vado.” Simone prese il guinzaglio del cane e si alzò in piedi, deciso a lasciare l’appartamento. Era chiaro che per Uliano non era una giornata Sì. Le giornate Sì di Uliano erano riconoscibili da tre dettagli: metteva su i primi lp di Jony Mitchell, mentre in sottofondo adesso c’era un lamentosissimo Jobim; faceva finta di fumare la pipa, sebbene ne odiasse persino l’odore; indossava la camicia inamidata, e la giacca del pigiama di quella mattina non aveva niente a che vedere con una camicia.
“Guarda,” sbottò Simone, “sei l’unico ragazzo che conosca di cui io possa chiedermi se indossa o non indossa la giacca del pigiama. Nessuno usa più il pigiama con i bottoni.” Diede allora un colpetto al cane per dirgli che era ora per entrambi di levare le tende. Il cane sembrò comprendere e si mise ad aspettarlo accanto all’uscio.
“Tautologico.”
“Cosa?”
“Visto che nessuno più, a parte me, indossa questo tipo di pigiama – e vorrei precisare che è un bel pigiama, acquistato a Londra la volta che ci sono stato con Teresa – è ovvio che tu conosca solo me con questo indumento. Sei banale.”
“Arrivederci.”

(continua a leggere il capitolo 4)
Racconto di Laura Varlese

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