Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo II

Racconto: Storia di un Bipede – Capitolo II


(prosegue dal capitolo I)


Capitolo II

La discussione

 

Andati via tutti gli invitati, Paola e Simone cominciarono a riordinare l’appartamento, portando in cucina i piatti di ceramica peruviana acquistati nella bottega equa e solidale all’angolo tra largo Augusto Imperatore e via di Ripetta. Li comprarono insieme quel Natale che tra di loro sembrò funzionare davvero. Almeno così credette Paola, soprattutto il pomeriggio dei piatti peruviani, quando le era parso che tutte le altre donne la invidiassero per quella presenza maschile accanto. Paola, quel giorno, aveva interpretato il fare silenzioso di Simone, conosciuto appena due mesi prima a casa di un amico comune, come la prova di una squisita timidezza. Epperò il silenzio, scoperto proprio quel pomeriggio e di cui lui si circondava tanto spesso, l’affascinava anche per il motivo inverso: stanca di tutti gli uomini incontrati desiderosi di sedurla, trovava estremamente stimolante che lui non avesse alcun desiderio di fare lo stesso, e più lui si mostrava indifferente più lei si convinceva che questa volta, con quest’uomo niente affatto banale, ne valesse davvero la pena. Si armò ed iniziò la sua battaglia. Convinta dell’inderogabile necessità di aiutarlo ad uscire dal guscio, e profondamente commossa del fatto che un compito tanto delicato e nobile fosse toccato proprio a lei, si mise in testa che la sua pazienza, la sua caparbietà ed il suo amore l’avrebbero cambiato, o meglio l’avrebbero salvato, trasformandolo nell’uomo che era davvero. Sì, perché non era possibile che dietro gli occhi color fuliggine dal taglio spigoloso e sotto quella stupefacente massa di capelli scuri albergasse un animo freddo o, peggio ancora, deludente. La fragilità che attribuiva a quel ragazzo silenzioso (fragilità con cui spiegava ogni suo difetto: orgoglio, pigrizia, tendenze anti-sociali e un certo sottilissimo cattivo odore quando indossava le scarpe da ginnastica) era anche la più grande fonte di motivazione. Ma i suoi sforzi non sembravano produrre risultati, e sempre più Paola si convinceva allora che quel ragazzo andasse spronato. Sì, proprio così, aveva detto alla sua migliore amica, questo ragazzo va spronato, con le buone o con le cattive. L’idea che tutto quel fervore e quell’impegno e quella cieca dedizione senza risultati fossero alle origini della rabbia che sempre più spesso l’assaliva, ecco, non sembrava nemmeno sfiorarla.

 

Rome at Night

“Sai”, iniziò Paola, “a volte vorrei che tu ti mostrassi un po’ più carino con i miei amici. Loro sono così gentili con te e ti adorano, questo è certo”.
“Sì?”
“Eccome! Non ti sei accorto dell’ammirazione con cui Alberto ti ha guardato tutta la sera? Sai cosa mi ha chiesto in cucina? Mi ha chiesto da quanto tempo stiamo insieme e se tu vivi qui da me e come vanno le cose tra di noi. Si è mostrato sinceramente interessato a noi e credo volesse farmi i complimenti per la nostra coppia”.
Seguì una pausa, durante la quale Paola si fermò a guardare Simone, che con estrema tranquillità rovesciava sul pavimento le briciole depositate sulla tovaglia di lino e si dedicava a spazzarle via con una scopa.
“Alberto qual era?” chiese, e per poco non si mise a fischiettare. Fare le pulizie lo metteva di buonumore, era sempre stato così.
“Alberto era il ragazzo seduto proprio di fronte a te”. Ma lui non capiva. Spazzava. “Il ragazzo moro. Basso.” Poi, rassegnandosi a dover fare riferimento ai tratti somatici di Alberto, cosa che odiava perché le sembrava razzista, sospirò e disse: “Il ragazzo giapponese.”
Simone la guardò e scoppiò a ridere: “Ma sì. Certo. Hattori Hanzo. Potevi dirlo subito.” Poi, tornato serio: “Certo che mi guardava. È gay, non te ne sei accorta?”
“Non chiamarlo così”.
“Gay?”
“No. Hattori Hanzo. Sai che non sopporto quando lo chiami con quel nome. E comunque, anche se fosse gay, non credo avesse doppi fini quando mi ha chiesto da quanto tempo stiamo insieme”. Detto questo, Paola prese un canovaccio e lo strofinò meccanicamente su un punto del tavolo. Si fermò subito e aggiunse: “Non crederai certo che tutte le persone che parlano con te o che ti guardano stiano per sciogliersi ai tuoi piedi?”
“No.”
“Ecco”. E riprese a strofinare il tavolo, rinvigorita dalla risposta di Simone.
“Ma ti assicuro che lui questa sera ci stava provando con me. Mi ha fissato tutto il tempo, e quando sono andato sul balcone a fumare mi ha seguito”.
“E cosa ti ha detto?” chiese lei, furibonda e incredula.
“Mi ha chiesto il numero di telefono perché ha un nipotino che deve iniziare l’asilo e voleva sapere qual è la mia scuola per iscriverlo lì”.
“Non sapevo avesse un nipote!”
Ci fu una lunga pausa, durante la quale Simone raccolse le briciole con una paletta e le portò in cucina per gettarle nella spazzatura. Paola si sedette sul divano e cominciò a mordicchiarsi le unghie. Sentì urlare dalla cucina: “Sto scherzando. Non mi ha chiesto nessun numero”.
Affondò nel divano, sfinita. Dopo qualche secondo, però, tornò alla carica: “Sono sicura che anche Maria Giovanna e Gloria ti trovano… Sono sicura tu stia simpatico anche a loro, ecco”.
Dalla cucina, assieme al rumore dello sciabordio dei piatti, le giunse anche la risposta: “Che notizia”.
“Non capisco come facciano a non piacerti. Maria Giovanna è così dolce e Gloria è la donna più intelligente che io conosca. Non c’è una sola volta che non riesca a mettermi in imbarazzo con la sua arguzia”. Attese inutilmente una smentita a quest’ultima osservazione e riprese a parlare a voce più bassa, quasi tra sé e sé: “Gloria non fa che vincere un assegno di ricerca dietro l’altro. Parla correntemente tre lingue e, se deve citare qualcosa, sta’pur certo che lo farà in latino. Insomma, può darsi che a volte sembri saccente o presuntuosa, ma la verità è che è irrimediabilmente perfetta. Maria Giovanna fa volontariato in tre diverse associazioni, e trova anche il tempo di lavorare e di scrivere, senza contare che sembra una ventenne appena uscita dal liceo”. Come di riflesso, si passò i polpastrelli sulle guance e sul collo. La sua espressione si fece disperata: “E comunque la serata è stata divertente. Non capisco per quale motivo tu sia stato tutto il tempo in silenzio. Eppure si è parlato di cinema, si è parlato di teatro. Tu ami il teatro. Ti ho regalato l’abbonamento con la formula dei dieci spettacoli. Ci siamo già andati tre volte. Perché allora non ne hai parlato con noi?”

 

Dishes

Simone seguiva nel lavare i piatti un metodo: prima riempiva la vasca del lavandino di acqua e sapone e lasciava ammorbidire lo sporco per qualche secondo, poi indossava i guanti di gomma e con una spugna lavava le pentole – più impegnative –, i piatti, le posate, i bicchieri e le tazzine. Quando con la mano si immergeva nella vaschetta e non riusciva a trovare più nemmeno un cucchiaino provava uno strano senso di sollievo. Lasciava scorrere via l’acqua e passava a sciacquare le stoviglie insaponate appoggiate nella seconda vasca, accertandosi che non vi fosse più neanche un residuo di sapone, perché tanti anni prima era stato con una ragazza ipocondriaca che viveva nel terrore di un tumore allo stomaco, e che l’aveva intrattenuto per ore sui rischi che le sostanze chimiche come quelle contenute nei detersivi costituiscono per l’apparato digerente.

Quella sera, l’intera operazione durò dieci minuti circa. Quando ebbe finito, si tolse i guanti con cura, evitando di gocciolare sul pavimento, e si voltò canticchiando She loves do. Alle sue spalle trovò Paola. Se ne stava da chissà quanto tempo appoggiata alla stipite della porta a braccia conserte.

“Dunque, non mi rispondi?”
Simone, spiazzato, improvvisò: “Te l’ho detto. Hattori Hanzo… Volevo dire Roberto”.
“Alberto!”
“Alberto, sì, Alberto. Ecco. Non è vero che mi ha chiesto il numero. Ma è vero che mi ha guardato tutta la sera”.
“Non mi riferivo a questo. Cosa ti ho chiesto dopo? Simone, non mi hai ascoltato, vero?”

 

Simone scosse la testa. Non aveva molto altro da aggiungere, né voleva mettersi a discutere con lei, con il sonno che aveva. Ma la cosa più rilevante, forse, era che non provava la minima curiosità verso il discorso che si era perso. Non aveva voglia di ascoltarlo, né credeva utile continuare quella conversazione. Ora, la cosa più urgente era trovare il modo di tornare a casa, dove lo attendevano le sue cose, la sua musica e, cosa più importante fra tutte, la diretta tv della finale dei mondiali di vela trasmessi dall’Australia.
Purtroppo per lui, tra il desiderio e la sua realizzazione si ergevano centosessantacinque centimetri di furore e sensibilità offesa. La guardò: tutto, nel suo viso, nella sua espressione, persino nella sua maglietta ocra con paillettes arancioni sembrava accusarlo e dire Sono buona. Sono onesta. Perché allora mi fai questo?
“Non so cosa fare con te” incalzò lei. “Sei sempre sulle tue. Non mi accontenti mai. Non mi dici mai niente di carino. Non vuoi conoscere i miei genitori”. Ci pensò un attimo: “Anzi no! Hai conosciuto i miei genitori e quando mio padre ti ha chiesto per chi voti non solo gli hai risposto che tu non hai mai votato in vita tua, ma gli hai anche detto che non ritieni sia mai esistita una sinistra degna di questo nome in Italia. Mai. Nemmeno prima, con il Pci, che tu hai definito come riformista. Me lo ricordo, sai, come l’hai chiamato: il partito della conservazione italiana. Pi, ci i: Piccì. Ma tu sapevi, tu dovevi saperlo per forza (perché te l’avevo raccontato io poco prima in macchina) che mio padre è sempre stato nel Pci e che conserva ancora tutte le tessere e che organizza feste dell’Unità da quando ha diciotto anni. Ci siamo anche andati insieme io e te, ad agosto”.
“Ma quella ora non si chiama più festa dell’Unità!”
“Lo so” urlò Paola. E poi, tornando ad abbassare la voce: “Lo so! Si chiama festa democratica ma non ce la chiama nessuno e, comunque” – qui prese fiato – “mio padre la vuole chiamare festa dell’Unità? E tu chiamala festa dell’Unità. Che ti costa? Come questa estate: eh, ma Giorgio, questa festa democratica di qua, questa festa democratica di là… Lo sai che mi ha detto a fine serata? Mi ha detto Uè, Paola, ma lo sai che questo con cui esci è proprio stronzo?” E sulla parola stronzo rese la sua voce quasi impercettibile, per il suo inguaribile pudore della parolaccia.
“Non è certo colpa mia se la festa ha cambiato nome e se tuo padre si è riciclato in politica”.

 

Paola lo guardò furente. Sì, non c’era dubbio: quella sera lo stava spronando per bene. Simone asciugò con un canovaccio qualche goccia d’acqua caduta sul piano cottura, ripose il flacone del detersivo sotto il lavello e capitolò. “Va bene, Paola, mi sembra evidente che tra me e tuo padre non possa esserci alcun tipo di rapporto. Per quanto riguarda i tuoi amici… Beh…” e qui lasciò cadere il discorso. “Ora, se non ti spiace, io me ne vado. Ho sonno, ho un leggero gonfiore allo stomaco e alle tre di questa notte ho anche puntato la sveglia per seguire in diretta la finale dell’American Cup. Non fare quella faccia: trasmettono dall’Australia”.
Le passò accanto infilandosi tra il suo corpo sottile e lo stipite, prese la giacca ed uscì, sentendosi strattonare dallo sguardo da Erinni che lei, silenziosa, gli conficcava tra le scapole.

Racconto di Laura Varlese

(Continua a leggere il capitolo 3)

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