RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO VI

RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO VI


(Prosegue dal Capitolo V)

Capitolo VI – Marica 2

“Me ne vado Lore’. Me ne vado e questa è l’ultima volta che te lo dico”. “Per una volta vieni a trattenermi se vuoi che non lo faccia, per una volta fammi vedere che ci riesci.” Non feci niente ovviamente e lei se ne andò a Londra, trasferimento definitivo. Non rimase che quella strisciata di smalto e una mezza foto che ci eravamo fatti una sera (su sua spinta ovviamente). Non potevo trattenerla, pur avendolo in parte voluto. Qualcosa in me era inceppato, qualcosa mi bloccava. Mi sentivo come quei personaggi di Dubliners di Joyce. Mi sentivo inerme e non riuscivo a provare nulla. Fu la volta che ripresi quel fogliettino che lei mi aveva lasciato e decisi di valutare seriamente la cosa: andare a parlarne con qualcuno. L’idea era comunque emersa in maniera forzata perché, sebbene mi andasse di sentirla (se non altro per capire come cazzo le andassero le cose lì), non provavo un dolore forte né uscirono da me quelle famose lacrime già nominate in precedenza. Chiamai comunque, “per sentire”, mi dissi. E fu così che incontrai il tipo, il Dottore, strizzacervelli di professione, poi soprannominato “Strizza” (palle oltre che cervelli).

Sì, quello che di professione analizza le seghe mentali degli altri. Peccato che io non ne avevo di seghe mentali da farmi analizzare perché non me le facevo. In me era tutto piuttosto chiaro. So cosa avevo e so come ero. Non avevo chiesto una soluzione a nessuno. Tant’è che pure Strizza alla fine mi disse la stessa cosa. “Lei sa di avere un problema ma non ha maturato il sincero desiderio di risolverlo”.

“Sì non me ne frega una minchia di risolverlo”

“Questo non lo credo perché è qui oggi. Qualcosa deve averla mossa”

“Mi ha dato il suo numero un’amica”

“Bene, vuole allora raccontarmi di lei?”

Il paraculo aveva chiaro che un po’ c’entrava lei; se non altro che da lei partiva. In fondo era l’unica cosa che mi avesse spinto ad andare da lui, non ce n’erano altre. Era furbo l’amico. Poi con quel suo modo di parlare, con le mani a preghiera davanti la bocca. Si metteva lì e ascoltava stringendo gli occhi come a voler focalizzare quello che gli dicevo. Alla fine avevo parlato un po’ e poi non so come si saltò a parlare di papà. E lì tutto fu chiaro anche a lui (anche se secondo me quello aveva chiaro tutto dall’inizio, razza di veggente di ‘sta minchia).

“Lei è a rischio o forse già ha disturbi psichici che possiamo analizzare con colloqui, colloqui e colloqui… Sviscerando il suo dolore”.

È questa la frase che mi ha fatto rosicare più di tutti. Anzi, la parola: sviscerare.

Le budella di un pesce. Mi sono sentito uno scorfano che deve essere sviscerato a causa della sua spina velenosa. La mia spina velenosa invece era sempre stata lì, perché la dovevo togliere sviscerandola, magari tagliandola, perché? Non mi andava. In fondo anche quella spina rossastra era parte di come ero io. Polemiche a parte, ci sono tornato. Strizza non era poi così male. Abbiamo parlato di tante cose alla fine. Di papà, di mamma, dei miei rapporti instabili con le poche donne avute. Ci siamo fatti anche qualche risata, anzi io mi sono fatto qualche risata a raccontargli di Ben e di Freddy che filosofeggiava dalla mattina alla sera. Ci andai tre volte in tutto, alla quarta gli diedi buca. Mi sembrava che la nostra “relazione” (chiamiamola così anche se mi sa un po’ di froci) fosse troppo stretta. Insomma, cominciavo a sentirmi vincolato. E subito dopo tutto cominciò a strami più stretto ed il mio desiderio consueto di muovermi diventò, tutto ad un tratto, una cazzo di necessità. Potevo partire anche io. Potevo andare a trovarla magari bussarle alla porta o farle un’improvvisata. Oddio un’improvvisata magari no chè vedermela a cavalcioni su un altro tipo (magari un inglese sbiadito) mi avrebbe fatto un po’ senso. E poi che le avrei detto quando mi avrebbe chiesto perché ero lì? Già non mi sentivo più in me visti i ragionamenti che stavo facendo. Non era da me tentennare tanto. Sempre così netto, definito; definitivo. E invece -cazzo!- stavo pensando ad un viaggio a Londra. Dopo due mesi che non la vedevo e non la sentivo. Sì, ci stavo pensando. Ma cosa le avrei detto però? Quella avrebbe voluto una spiegazione della mia presenza. E io non sono un tipo da rose. Da rose e fiori in generale. Con me non son mai state rose e fiori. Non penso esista una donna che da me abbia avuto serenità. Però volevo muovermi, ne sentivo oramai l’esigenza. Potevo andare a trovarla e sarebbe andata come sarebbe andata. Sarebbe andata bene, sarebbe stato bello vederla ridere, guardarle dentro la scollatura ed infilarci dentro una mano. Bello pure abbracciarla e rotolarci su un divano londinese dalla fantasia improbabile. Magari mi avrebbe detto “Ti amo”. Magari avrebbe voluto da me dei bambini. Sì, magari avrebbe immaginato per noi una cosa così. Io, lei, lei, io. Pesce Rosa, Pesce Toneietto. E pescetti Toniettino e Toniettissimo. Magari. Ma mentre la mia mente andava, l’altra parte di me si era fermata di nuovo su quel muro bianco.

Lo fissai un po’ e sentii una morsa forte allo stomaco. Una lancinante morsa, di nuovo. Mi accovacciai di lato sul divano. Fissavo il muro di fronte bianco. Sfumò l’immagine di lei che rideva e di noi che facevamo maialate, di noi insieme. Se ne andò, non seppi trattenerla. Se ne andò e via. Non so come. D’un tratto mi parse lontano quello che avevo pensato. Come se non lo avessi pensato io. Come se lo avessi sognato con la testa di uno che era diversa dalla mia. Chiamai Ben. “Arrivo al bar tra un quarto d’ora” “Sì Ciccio, ti aspetto”.

Di nuovo catapultato nel caos di Roma. Di nuovo i sanpietrini che vedevo dall’alto. I viottoli, le macchine, i fari di un taxi che aveva sfrecciato per non perdere il cliente. La folla di turisti che animavano colorati la città. Nella notte le luci mi parevano accecanti. Ma mi muovevo di qua e di là. Prima di arrivare da Ben avevo risposto ad un indicazione stradale in inglese.“Yes go straight and ask for Altare della Patria”.

Da Ben trovo l’indiano, quello del Brasile, di nuovo.

“Hi Mr X, your cv is interesting. I would like to meet you for an interview”

“Of course”, risposi disinvolto.

Un colloquio non si nega a nessuno.

“And… where?”

“In Rio De Janeiro”

 

(… continua…)