RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO V

RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO V


(Prosegue da Capitolo IV)

Capitolo V – Marica 1

L’avevo vista camminare lungo la stazione. Prendevamo spesso il treno insieme. Spesso forse è troppo. Prendevamo il treno insieme qualche volta. Nella maggior parte dei casi io ero in trasferta e allora mi muovevo con la macchina. Ma quando prendevo il treno la incontravo. L’avevo notata in mezzo alla gente. Avevo notato il suo culo, per la precisione. Vestita tutta in tiro, con un taller nero gessato e ‘sto culo che spiccava. Io di solito me ne sto sulle mie in treno o in stazione. Lì in disparte, guardo la gente, mi ascolto la musica. Voglio essere un osservatore esterno, ecco (come sempre insomma). Non voglio che qualcuno mi saluti o mi sorrida. Vorrei guardare ma non essere guardato. Comunque vabbè.
A lei l’avevo notata in mezzo a tutta ‘sta gente. Il suo bel sedere, anzi. Poi è accaduto quello che accade sempre: dal sedere sono salito al viso. E ho trovato un bel viso vispo, occhi svegli. Era la classica figa, anzi diciamo pure la classica bella ragazza. Quella che tutti si girano a guardarla per strada.
Alla stazione se ne stava sulle sue. Se la tirava un po’, ora che ci penso. Ma alla fine questa cosa mi aveva fatto simpatia. Sì, perché mi piaceva questo suo modo di estraniarsi dal mondo. Si ascoltava la musica dalle cuffiette, si guardava intorno, osservava la gente. Insomma nulla di diverso da me se ci penso. Anzi, nulla di più simile. Io alla stazione non mi cagavo nemmeno il controllore. Guardavo solo la gente e lei idem. Soltanto che lei era più accorta ed effettivamente ebbi inizialmente l’impressione che non mi avesse notato. Non che io sia ‘sto figaccione da notare però ho il mio perché. Sarà che ho il fascino del tenebroso che piace alle donne (che comunque sono tutte masochiste e si appassionano dei casi difficili come me. Valle a capire.).

Venni a sapere poi che lei mi aveva notato eccome, forse anche prima di me. Lei dice così, anzi diceva. E io ci avevo creduto ma è vero pure che secondo me, ero stato prima io a notarla. Perché prima che in stazione, qualche volta, mi era capitato di vederla in giro qua e là e mi aveva colpito quasi subito. Poi quando me la sono trovata alla stazione ho detto “è fatta!”. Cioè fatta nel senso che almeno potevo provare a parlarci.
Del resto lei non aveva fatto granché per farmi capire. La stronza. Mi aveva detto poi:
“lo sentivo di piacerti, sapevo che mi guardavi e ti lasciavo fare. Prima o poi ti saresti fatto avanti”. E aveva ragione alla fine. Aveva ragione perché un giorno l’avevo fermata per una cazzata.
“È in ritardo il treno?”.
“Sì, di 30 minuti”.
“Non hai problemi a tardare a lavoro? Che fai?” e da lì giù a parlare.
E avevo capito che anche lei aveva voglia di parlarmi. L’avevo invitata a cena fuori, subito praticamente. Siamo usciti e io ero parecchio tranquillo e poiché non mi capita spesso, mi sono rilassato. A parlarle di viaggi, lavoro, della mia storia con Lorena, finita oramai anni prima. Mi piaceva come si imbarazzava, aveva la tendenza a curvare il collo a sinistra e ad accennare un sorriso storcendo la bocca in questi casi. La osservavo parecchio. Già mi capita di guardare le persone in generale, figuriamoci lei. Inutile dire che me la sarei fatta in istantanea. Subito proprio. Aveva ‘sta pelle liscia e poi, aveva un bel seno che mi chiamava dalla scollatura (la terza cosa che guardo dopo culo e viso). Che poi non era eccessiva. Non era il tipo che ti rimorchiava così, però le tette ce le aveva e gliele notavi, che lei volesse o meno. Che poi non è vero che non voleva. Diciamo che voleva fare la sobria. Paracula. Sì, mi piaceva proprio per questo alla fine. Sono stato normale con lei per lo meno un paio di mesi. Sono stato rilassato, non c’avevo le paturnie, non mi sono mai chiuso. E il casino è che lei non ha conosciuto la parte prevalente di me ma quell’altra. E alla fine a quella “vera” (o diciamo pure, “più vera”) non c’era voluta stare proprio e aveva fatto di tutto per farmi tornare nel me che tanto gli era piaciuto e di cui forse si era innamorata. Anche perché era una mezza pazza pure lei.

Lavorava dentro una segreteria di un commercialista. Turni massacranti ma di quel lavoro non gliene fregava un cazzo. Aspirava a scrivere. Scriveva parecchio. Mi aveva fatto leggere delle cose e non mi pareva male. Uno scrittore non è mai tranquillo e infatti lei non era per niente tranquilla. Aveva voglia di dire qualcosa di suo, di esprimersi. Lo faceva pure con me. Viscerale, focosa. Non so come dirlo. Forse per questo mi era piaciuta, perché io non sarei mai stato come lei e alla fine nemmeno aspiravo ad esserlo. Però non posso dire che questa sua parte non mi affascinasse, anzi, lo faceva eccome. Lei sì, alla fine, secondo me, era più una scrittrice che una segretaria. Se ne stava lì a guardare la gente, a scrutarla, a creare personaggi nella sua testa, a scrivere cose anche sugli scontrini del supermercato. Non era mediocre, certo non era Proust. E a me piaceva quel suo modo di esprimersi. Semplice, lineare, diretto. Proprio come non era nella realtà. Nella realtà lei era molto più confusionaria ed ingarbugliata, ben lontana da quel taller con cui spesso l’avevo vista.

Era un bel casino anche lei, fantasiosa. Non poteva che avermi attratto quel suo modo confuso di esistere.
Mi pareva diversa in fondo, mi pareva diversa dalle altre. Era di quelle che la partita se la giocano da sole e tutta a modo loro, in maniera ostinata e contro tutto e tutti, se necessario. Un po’ tipo mamma che dopo che papà se n’era andato aveva ripristinato la normalità in casa e se la gente le chiedeva di papà e diceva quelle frasi di circostanza, lei alzava la voce dicendo che non dovevano rompere i coglioni con quelle facce. Una maschera di forza pure la sua. Una maschera di coraggio. Una capocciona pure lei. Aveva solo voluto togliere il giallo al bagno e renderlo inutilizzabile. Non voleva più vedere come filtrassero i raggi del sole dalla finestra esposta a sud-est, non voleva ricordare il modo in cui avevano illuminato il corpo di papà quella mattina e come fossero divenuti un tutt’uno con il colore del muro. Quei raggi ci avevano aiutato a vedere bene, a tutti. Per questo odio l’estate. Ma forse la odiavo anche prima, o forse no. Effettivamente in Sardegna non mi era mai capitato di odiarla, anzi. Mi facevo certi bagni. Era impossibile tirarmi fuori dall’acqua. E papà rideva, rideva, non faceva che ridere. E io alla fine non riesco a ricordare quando avesse smesso di farlo; di ridere intendo. Forse mai o forse lo aveva fatto e io non me ne ero mai accorto, perché lui era un ottimo attore.
Comunque vabbè, in buona sostanza, la sfacciataggine di Marica mi ricordava un po’ mamma.
Ma mamma da vedova, non mamma quando stava con papà che se ne era stata sempre lì in disparte. Mamma con papà non era mai la protagonista. Poi erano sposati da una vita e fidanzati da prima di subito. Quindi era stato impossibile creare uno spazio proprio per entrambi. Diciamo che mamma lo fece dopo e forse -chissà!- pure controvoglia. Che essere cullata per sempre dal marito le sarebbe piaciuto sul serio.
E anche Marica, forse, avrebbe arginato quella sua parte esuberante se mai qualcuno avesse saputo catturarla. E lei mi aveva scelto come quel qualcuno. Voleva lo stesso che vogliono tutte le donne. Dava amore e lo pretendeva in cambio. Non scopava tanto per. Mi voleva più di ogni altro al mondo. Pure se ero io. E -ripeto- non che io sia proprio un granché. Voleva quindi quello che volevan tutte, anche se all’apparenza pareva indipendente e mezza matta. Voleva anche lei un amore, una relazione ed io non potevo offrirle una sistemazione. Non ero in grado di dare una sistemazione a me stesso, figuriamoci a qualcun’altro. Figuariamoci a qualcun’altro così impegnativo. E quando mi stringeva stretto lo diceva, forse.
Avevo fatto finta poi di non capire, sì insomma… dopo quei due mesi di normalità che le avevo dato, ma lo avevo capito da principio. Lo sapevo ma non potevo farle capire che lo sapevo altrimenti avrei dovuto anche spiegarle perché non facevo niente e forse non ce l’avrei mai fatta. Un giorno ci avevo provato, un giorno che non l’avevo chiamata.
“Io non sono come gli altri Marica e non perché sono stronzo ma perché non ci riesco. Stare con me è impossibile. O almeno nel senso normale del termine”.
Lei non si era incazzata quella volta, aveva provato a cercare una soluzione ma non l’aveva trovata. Non gliela avevo fatta trovare. Da un lato non volevo che mi stesse addosso, dall’altro, sì. Quindi avevo cominciato a sparire e a ritornare. Un bello stronzo visto da fuori. Il classico stronzo. Qualcuno dei suoi molti amici doveva certamente averglielo detto. Ma continuava ad insistere con la sua caparbia. Cocciuta anche lei, cocciuta a voler stare proprio con me tra tutti quelli che poteva avere a costi zero. Forse anche lei era un po’ strana alla fine. Più strana di me. Ma chissene frega perché alla fine ce l’ha fatta ad andarsene. Mi è dispiaciuto. Non che abbia pianto o riso o parlato con qualcuno. No. Nessuno dei miei l’aveva mai vista se non sentita nominare. E neanche io l’avevo più sentita. Era sparita. Aveva fatto di tutto per non avermi più sotto il naso. E io – figuriamoci-, io non avevo più fatto nulla. Mi ero “accovacciato” (questa volta metaforicamente) come al mio solito di lato: posizione fetale, occhi chiusi e faccia al muro. Mi ero staccato di nuovo dal mondo. Ero andato via da tutti, cellulari spenti e silenzio. Solo con me stesso. L’unico con cui potevo stare, l’unico che non mi avrebbe mai intaccato, l’unico che, se anche se ne fosse andato via, sarebbe poi ritornato. Io solo, solo io e basta.

(… continua…)

(Racconto di Federica Lucantoni)