RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO IV

RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO IV


(Prosegue dal Capitolo III)

Capitolo IV – Viaggio a più nn posso

Devo muovermi. Devo cambiare lavoro, devo cambiare paese, me ne devo andare. Ma non lo so, non lo so se ci riesco. Resto qui. Ma qui dove? Non c’è niente qui, è tutto nero, buio, bianco o non lo so, non lo vedo, non lo sento. Mi fa male il petto. Mi fa male. Ho il morso delle cose allo stomaco, ho il morso allo stomaco, sudo. Mi sta stretta, l’aria mi sta stretta, vorrei piangere ma non ci riesco, non ho più pianto dopo la cosa di papà; ho provato angoscia, ansia ma non ho mai pianto. Non ci riesco a piangere. Non so come si fa, non capisco come ti viene, come escono le lacrime. Non lo so fare, non l’ho mai fatto. Adesso scrivo a lei, la chiamo. No, le scrivo che a chiamarla non ci riesco. Le scrivo che mi sento così, senza meta. Ma non capirà, forse non capirà. Ma forse ci riesce, ci prova. Magari ci riesce. Oppure non chiamo nessuno e sto qui o me ne vado. Esco. Devo muovermi. Devo andarmene, devo farmi almeno una birra. Devo stare nel caos della gente, al centro della folla. Nel caos almeno mi dimentico dei morsi. Ci provo. Nella folla della gente, nelle donne che vedo senza nitidezza. Non potrò mai averne nessuna veramente quindi tanto vale averle tutte.

Mi sembra di stare solo pure se sono nel casino. C’è casino e io vedo tutto riflesso come da un lampione. O forse è solo un lampione. Il lampione del bar di Ben. O forse è solo Ben. Si, è lui. Mi saluta, sorrido; difficilmente sorrido di circostanza ma a Ben difficilmente non sorrido. Ben è un mio amico, anzi Ben è un fratello. Ci sta sempre. Sa tutto di me. Soprattutto quando sto male, soprattutto se mi sento perso. Mando un sms alla fine, le scrivo. Lancio il sasso magari lo coglierà. Non so se capisce ma forse lo fa e ho bisogno di aiuto. Le scrivo senza chiederle aiuto, le scrivo e basta. Messaggio inviato. Bip. Risponde. Mi dice che vorrebbe stringermi. Non servirebbe a un cazzo stringermi ma non posso dirglielo.


La tengo lì, la chiamo poi, ci potrei fare l’amore o scopare magari ma non lo so. Non lo so se ci riesco. Ora non c’è, non c’è nemmeno il mio cazzo anche perché nemmeno io ci sono. No, ora non ci sono.
Però c’è Ben. “sempre co’ ‘sto cellulare, ma lavori pure di notte?”.
Nemmeno lo sfiora il pensiero che è a Marica che ho scritto. Mi viene il dubbio di non avergliene mai parlato. Forse infatti non l’ho fatto. Forse non gli ho nemmeno detto come si chiama. Forse gli avevo solo detto che mi scopavo una ma me ne scopo tante quindi si sarà dimenticato, povero Ben. Ben il ciccione. Così lo chiamavo, che stronzo. Ha un po’ di pancia Ben però è un bel ragazzetto e poi è mio fratello. Non sono oggettivo, lo guardo con occhi diversi.
Si è sposato due mesi fa. Tutti si sposano ormai alla mia età. Cazzi loro, io devo muovermi, assolutamente muovermi; cambio bar. Incontro un brasiliano, è la mia via d’uscita. Gli chiedo come va il lavoro lì. Gli chiedo se è vero che il mercato lì in Brasile si sta muovendo, E dove poi? Rio? Brasilia? Voglio andarci. Se non ci vado muoio. C’ho la frenesia. Non riesco più a star fermo. Parlo anche con un indiano, biascico in inglese. Stranamente parlo fluido, forse perché continuo a bere. Mi sento geniale stasera. Mi sento così oh, sarò presuntuoso. Mi sembra di non poter sbagliare. Parlo con l’indiano, lo guardo ma non lo vedo perché sono fuori ora, tra l’altro mi sono fatto pure un cannone d’erba. Sono completamene fuori dal mondo e oltretutto sono pure ubriaco. Bip. Forse è un altro messaggio, lei mi chiede come sto. Non sto. Non essendoci non ci sono, non posso esserci, non posso risponderti. Lo farò un giorno magari, anzi, sicuramente ma ora non ci sono per nessuno. Da dirle per ora non ho altro. Voglio parlare con l’indiano, voglio chiedergli di come va il mercato lì. L’indiano pure lavora in Brasile. Voglio andarci anche io. Di corsa, devo e voglio muovermi assolutamente. Non posso stare qua, non posso stare fermo. Arriva Ben. Rido, sono contento di vederlo. Fumiamo una sigaretta, un’altra sigaretta ancora. Una, due, tre, quattro, tante. Ne ho fumate già un pacchetto e sono solo due ore che sono in giro.
Mi sento il tabacco in bocca e mi pizzica la gola ma mi sento nervoso e non posso non fumare. Non posso, non ci riesco proprio.
L’indiano mi lascia il biglietto.
Ben mi dice: “chi cazz’è questo?”.
“Send me an email, please”.
“Of course”, gli rispondo.
I Wanna move. Muovermi, muovermi. Voglio muovermi.
Mo parto. Se mi riesce parto, me ne vado via da qua, dal lavoro che faccio, da ‘sta gente che vedo tutti i giorni. Me ne vado, sì me ne vado via.
“Ben, me ne voglio andare da ‘sto paese di merda”.
“È una vita che te ne vuoi andare, ciccio, vedi di andartene a fanculo intanto!”.

Ridiamo insieme. Con Ben mi sento più tranquillo.
“C’è una” gli dico.
“Poveraccia”, mi risponde lui e andiamo a Campo de’ Fiori per uno shottino. Rum e Pera. Rum e Pera. Non sembriamo aver bisogno d’altro.
Con Ben ci siamo alcolizzati un sacco di volte, stasera lui è tranquillo perché Ester, la moglie, se ne sta al mare da sua madre. Siamo tornati due adolescenti, mi piace quando è rilassato Ben. Con Ester sembra gli abbiamo ficcato un palo nel culo, è tutto impettito.
Un giorno mi telefona e fa: “Lorenzo, con Ester pensavamo di cenare a quel ristorante, è indiano. Ce lo ha consigliato suo padre e devo dirti mi piacerebbe che tu venissi”.
E io dall’altra parte della cornetta che gli dico: “come cazzo parli coglione, quante te ne sei scopate ieri?”.
Lo prendo per il culo e lui non può rispondermi perché è davanti ad Ester.
“Ma glielo hai detto ad Ester che sei un po’ frocio?”, rido ma lui rimane imperterrito.
A quest’ultima battuta lui non fa che rispondermi “Ok, sei dei nostri, sì glielo dico ad Ester”.
Le dirà che è un po’ frocio o che io andrò al ristornate indiano?
Bello Ben. L’amico perfetto. Come lui non c’è nessuno. Sono uno stronzo ma anche io, a mio modo, provo sentimenti. Solo che li dimostro solo così, che ci devo fare. Vallo a spiegare alle donne, vallo a spiegare a Marica che a questo punto della serata sarà pure incazzata come un’aquila reale. Quanto mi piace quando s’incazza però. Ci mette la stessa foga di quando scopiamo. Insomma quando sbraita penso che quella è esattamente la stessa energia che avrebbe usato per una scopata (che io ho incurantemente sprecato, in un certo senso). Mi piace anche vederla sbraitare. Marica mi piace alla fine, solo che non mi può stare addosso manco lei. Stasera io non ci sono per nessuno, nemmeno per me stesso. Lorenzo stasera non c’è per nessuno, è chiuso per le sue solite ferie. Chiuso.

(… continua…)

(Racconto di Federica Lucantoni)