RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO III

RACCONTO: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO III


(prosegue dal Capitolo II)

Capitolo III – La lacrimosa di Mozart

Era una mattinata d’estate. Era una calda mattinata d’estate: afosa, torrida, inconsueta. In genere l’umidità la fa da sovrana nel mio paese ma quel pomeriggio il sole cadeva a picco e non veniva filtrato da neppure una gocciolina d’acqua. Io avevo appena fatto gli esami di maturità. Mi ero diplomato al classico con sessanta sessantesimi. Il massimo. La lode non la davano. A scuola non si dà in genere. Ma io ero bravo, non secchione, ma bravo. Di quelli che apprendono con poco. Sono sempre stato così. Sarei stato così pure all’università. Forse pure sul lavoro. Anzi, leva il forse. Sarei stato così sempre. Sul lavoro sono schivo, me ne sto per i cazzi miei, socializzo poco. Team working: -1. Anche se poi sono quello che ha la battuta sarcastica per la quale la gente ride. Sì, insomma. Ma io non prendo nessuno sul serio. La mia “soglia” è insuperabile e quello che gli altri vedono non è quello che è; questo vale per il 99% della gente che incrocio.
E poi comunque non sono il pagliaccio, no, quando mai. Sono quello che quando vuole c’è e quando vuole no.
Comunque in estate mi piace fare vacanze da solo. Ma questo già l’ho detto. L’estate è per me fatale. Perché papà se n’è andato d’estate, dopo la mia maturità. E sono stato io a trovarlo. L’ho trovato io appeso alla corda che penzolava nel bagno. Oltre a quell’immagine che poi credo di aver rimosso, la cosa che più mi stupì fu il gancio che aveva attaccato sul soffitto per mettere la corda.
Era avvezzo di lavori a casa, martelli, chiodi, pinze, cacciaviti. Ma per quanto fosse avvezzo, mettere un gancio su un soffitto non era proprio una cosa da niente (soprattutto quando la casa è antica ed il soffitto supera o sfiora i 3 metri). Aveva preso la scala, l’aveva sistemata bene bene, aveva poi preso la corda (comprata dal ferramenta, scoprimmo poi), l’aveva attaccata lì, fissa sul soffitto. Aveva fatto il cappio. Aveva verificato che tirasse bene, che la distanza da terra fosse idonea. Che non si sarebbe trovato appeso come un salame solo col collo rotto a morire col tempo e con l’afa. Voleva che fosse tutto rapido, veloce, voleva morire. Voleva proprio morire papà. Manco Dio lo sa quanto. Voleva farlo a tutti i costi e non voleva sbagliare nemmeno un dettaglio. Fece tutto perfettamente anche perché – ripeto – lui i lavori di casa, quelli da uomo, da maschio, li aveva sempre fatti senza problemi. Perché un tempo, forse fino alla generazione precedente alla mia, queste cose si tramandavano di padre in figlio. A piantare un chiodo al muro lo aveva insegnato il mio bisnonno a mio nonno, poi mio nonno a mio padre e infine mio padre a me e a Freddy ma Freddy era un filosofo nell’animo ed io un cazzone.
Conclusione: né io né lui, ad oggi, attacchiamo chiodi.
Lui invece i chiodi li attaccava bene e gli stop pure. Lo stucco su cui si è impiccato lo aveva fatto lui stesso e pure la tinta gialla del bagno l’aveva data lui (mamma l’aveva voluta pure sul soffitto). Mamma è una di quelle che vuole la casa perfetta, un po’ barocca pure. Sì, insomma, aveva voluto ‘sto bagno giallo che entravi e c’avevi l’impressione di stare dentro ad una sauna di un centro estetico fasullo che mascherava scambi di coppie. Un gran cagata per me che amavo il bianco, ma a mamma piaceva. E poi era ed è mamma quella che decide su ‘ste cose. Anzi, forse sono sempre le mamme che decidono su ‘ste cose. Comunque il giallo era allegro e a me non me ne fregava un granché e poi se a lei piaceva, a me piaceva. Solo che poi, dopo che papà ci si era impiccato, aveva fatto levare tutto il colore e aveva rimesso il bianco. Aveva richiuso quel bagno e non lo usava quasi mai (ne avevamo altri due a casa). Avrebbe voluto vendere la casa ma la casa era pure per metà di zio e quindi la libertà di farlo non l’aveva avuta. Quindi non le era restato che chiudere quella porta, togliere il colore e cercare di proseguire con la vita.

Ma il colore non c’era bisogno di toglierlo perché se n’era andato con papà. Papà era il colore di casa nostra. E se n’era voluto andare. Se n’era andato così da un momento all’altro. Quella mattina, la mattina dei quadri, mi aveva salutato come se nulla fosse ed era andato in ufficio (in realtà uscendo di casa aveva chiamato in ufficio per dire che era malato). Aveva fatto finta. Mamma a scuola (insegnante d’inglese alle prese con gli scrutini), Freddy in colonia. Lui, vestito normalmente, era uscito di casa, aveva parcheggiato nella via parallela alla nostra, si era appostato. Aveva aspettato che mamma uscisse. Poi era tornato, aveva rimesso la macchina al box, tirato il freno a mano, chiuso i finestrini. Era salito su, aveva preso l’ascensore, aveva salutato la nostra vicina rompi coglioni che aveva incontrato sul pianerottolo e che probabilmente gli aveva raccontato della riunione di condominio e del fatto ch il Sig. Bonelli era veramente un ladro oltre che uno schifoso (Bonelli coi soldi del condominio – che non aveva mai pagato – ci andava a mignotte e quando scopava sembrava di stare nel set di un film porno).
Aveva cortesemente salutato la signora Bonelli, sicuramente con quel sorrisino di circostanza che amava fare quando faceva finta di aver ascoltato la gente (era una cosa che in vita aveva sempre fatto, figuriamoci in “quasi morte”!).

E poi era entrato in casa, aveva acceso lo stereo e aveva messo la lacrimosa di Mozart a ripetizione. Il bagno era in fondo al corridoio. Era tutto pulito, il marmo per terra era lucido e limpido anche se sulla sedia, di lato, c’erano i panni raccolti dallo stendino che la signora Mariana avrebbe dovuto stirare poco dopo. Nella borsa dell’ufficio aveva la corda, la scala era nell’armadio in balcone, gli stop nella sua valigetta degli attrezzi. La camicia gli si era appiccicata addosso ma non per la paura, solo per il caldo che faceva fuori e che lui aveva preso in macchina nell’attesa che mamma uscisse. La giacca infatti gli si era tutta stropicciata sulla schiena. Se l’era tolta, riponendola nel porta giacca che da sempre aveva avuto in casa (quello che sembrava un omino e con cui io e Freddy avevamo giocato fino a qualche tempo prima).
Aveva rimesso apposto il vestito da ufficio e si era messo una tuta di quelle da casa.
Aveva fatto quello che doveva fare calcolando tutto tranne un imprevisto e cioè che io sarei rientrato prima. Questo non lo poteva sapere.
Mariana sarebbe dovuta arrivare alle 10,30 e avrebbe dovuto essere lei a ritrovare il suo corpo; tutto calcolato: meglio lei che la sua famiglia. Ma io tornai prima quella mattina perché mi era arrivato un messaggio da Katia per andare a casa sua perché me l’avrebbe data.
Katia aveva un anno più di me e ci uscivo da qualche settimana, se l’era tirata un po’ ma quella mattina aveva casa libera e aveva deciso che dovevo andare da lei. “Porta pure i cosi”, aveva detto. Non avevo voluto dare nell’occhio (per evitare le solite domande di mamma) e quindi avevo fatto finta di andare a scuola. A casa ero risalito solo per prendere i preservativi perché volevo farlo lontano da occhi indiscreti. Ero entrato e avevo smadonnato a bassa voce perché avevo capito che c’era ancora qualcuno. Lo stereo andava con Mozart e temevo che fosse mamma che faceva le faccende con la musica dal basso. Il mio piano pareva essere andato a puttane, insomma. Effettivamente il mio piano andò a puttane ma in un modo che non avrei mai immaginato.
Lungo il corridoio notai i panni da stirare ancora intonsi, in cucina i piatti erano ancora  da lavare e in tutta la casa non si sentiva nessun rumore se non Mozart di sottofondo. La casa mi pareva vuota e per un nano secondo pensai che potevano esserci i ladri e che magari avevano acceso la musica per depistare i vicini. Fu questione di un nano secondo davvero perché proprio mentre facevo questo pensiero diedi una piccola spinta alla porta del bagno che notai socchiusa e mi trovai di fronte allo spettacolo più terrificante di tutti. Tanto terrificante che oggi ancora ho difficoltà a ricordare con esattezza cosa vidi. Ricostruii parzialmente solo dopo parecchio: il gancio, la scala, la corda e le gambe di papà che penzolavano nel vuoto. Un attimo, un frangente, non so quanto è durato. Mi ritrovò Mariana sul corridoio, vicino ai panni da stirare piegato in posizione fetale e faccia al muro. Non una lacrima, non un lamento. Solo gli occhi chiusi e la fronte sudata. Inizialmente mi scosse preoccupata poi di istinto entrò nel bagno, come se avesse percepito la stranezza che emanava quella stanza in quel momento, quasi avesse presagito che quella mia reazione non poteva che sottendere qualcosa di grave. Quasi se ne fosse accorta. Entrò nel bagno e gridò a lungo. Poi venne da me che stavo ancora lì, su un lato del corridoio. Parlò trafelata, mi abbracciò, poi corse verso il telefono, doveva chiamare qualcuno, non so se chiamò mamma o l’ambulanza o la polizia.

 Non lo so chi si chiama in questi casi. Ci fu un mucchio di gente poco dopo in casa nostra. E mamma quando era arrivata già le avevano detto. Entrò in bagno nonostante avessero provato a fermarla. Entrò perché non ci credeva e voleva guardare con i suoi occhi, i suoi.

Non ci credeva a quelli degli altri, non era possibile, no. Suo marito non poteva, non poteva aver fatto una cosa così. Aveva urlato mamma e poi era ricaduta sulle sue stesse ginocchia. A piangere e a strapparsi i capelli e a dire che non era vero, non era vero. Non era possibile che si era ammazzato, non era vero. Ma i piedi di papà penzolavano ancora dal soffitto giallo. E la tuta che aveva addosso ondeggiava con il movimento dell’aria, così come pure i lacci delle scarpe che aveva tenuto. Perché anche se si era ammazzato, le leggi fisiche ancora avevano potere sul suo corpo e su quello che lo rivestiva.
Per la fisica ancora esisteva ma, per me, di quel che lui era non rimaneva più traccia. In bagno appeso non c’era mio padre ma il suo corpo.
La sua anima, il suo cervello, il suo pensare o non so come chiamarlo, erano andati via in quella mattinata di luglio. Non avrei mai più sentito la sua risata o le sue storie, né parlato di niente. Non c’era più niente.
Io rimasi lì, per un po’ ancora faccia al muro. Mamma entrando non mi aveva notato anche perché Mariana, nel panico del momento, non glielo aveva detto che io c’ero. E quando mi vide si buttò a terra vicino a me. Mi strinse e pianse a lungo sulla mia schiena. Io continuavo a starmene lì: immobile e con gli occhi chiusi. D’un tratto mi allontanai da tutto quanto era accaduto, “devo muovermi”, mi dissi ed in pochi istanti tutto effettivamente scomparve.
Me ne andai per la prima volta. Me ne andai dalla paura e mi sentii meglio perché io non ero più lì e quella situazione non mi riguardava quasi più, non c’ero, non sentivo nulla, né le voci della gente né il medico legale per gli accertamenti, né niente di niente. A parte la Lacrimosa di Mozart che era l’unica cosa rimasta. L’unica cosa che papà ci aveva lasciato.
E forse anche quella faceva parte del suo piano, mi dissi poi.

(… continua…)

(Racconto di Federica Lucantoni)