Racconto: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO II

Racconto: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO II


(prosegue dal Capitolo I)

 

Capitolo II – Una bussola

Papà guidava e io stavo dietro come tutti i bimbi. Freddy dormiva sul seggiolino centrale, mentre io guardavo fuori assorto. Fuori c’era la costa sarda. La costa sarda non è proprio una litoranea così come si immaginano le litoranee. È  granitica, tutta intagliata tra le montagne. Il finestrino era socchiuso perché all’alba l’aria era fresca.

Ricordo perfettamente quell’odore di Sardegna. Avrei scoperto in poco tempo che quello era l’odore del mirto. Lo avrei scoperto grazie a papà che non smetteva mai di fare lo scemo e di gridare: “sentite, sentite l’odore del mirto!!”

Caricava molto la “r” vibrante, tutta italiana. Mamma lo guardava col sorriso sotto i baffi quando faceva lo scemo.
“Che padre eccentrico”, mi dicevo.


In Sardegna la famiglia di mamma aveva una villetta a Capo Coda Cavallo. Una casa con la piscina pure. Famiglia benestante la mia. Insomma, senza sfarzo o ricchezza da milionari ma con tutte le cose che ti fanno vivere bene: casa al mare, casa a Madonna di Campiglio, sci, poi snow. Insomma benestanti. Ma non sono stato mai un fighetto in fondo. Non me ne fregava niente della roba di marca. Che poi al Giulio Cesare invece tutti badavano a ‘ste cose. La giacchetta firmata, le scarpe, tutte robe che a me non interessavano. Poi magari si crepavano di fame ma non ci rinunciavano ad avere la griffe.
Con la Sardegna comunque c’ho un legame quasi ancestrale. Chissà perché. Non me lo avevano trasmesso i miei in fondo, per loro era la casa al mare. Io però respiravo proprio questo legame forte, come se fossi nato lì. Mi sono fatto i calcoli una volta, perché io sono di maggio ed effettivamente forse la scopata i miei se la sono fatta lì (questa mia frase riconferma che il senso che do alla parola “scopata” è tutt’altro che dispregiativo, perché proprio da una sana e ricca scopata sono nato io.)


La Sardegna comunque mi pareva un posto fuori dall’Italia in fondo. Prendendo quel traghetto di otto o sette ore, arrivavi in una terra diversa. Insomma la litoranea era diversa, gli odori erano diversi, il mare era un’altra cosa (altra cosa per lo meno da Civitavecchia da dove partiva il traghetto). Quando avevo visto il mare di Cuba avevo capito che la Sardegna era all’altezza di competere anche con i Caraibi. Certo a parte l’acqua fredda. Motivo per cui papà non faceva che buttarsi con la muta. Il bagno solo con la muta, maschera, pinne e boccaio. Faceva immersioni e raramente pescava. A parte qualche ostrica per improvvisare aperitivi sulla spiaggia gli piaceva che i pesci se ne restassero lì dove stavano. Non che fosse un animalista, un vegetariano o robe così. Solo che gli piaceva fare immersioni, vedeva da vicino il mondo marino, era tutto così armonico che alla fine non gli pareva proprio il caso di starlo lì a massacrare.
Insomma non voleva essere l’Adolf Hitler dei mari.
E poi ci raccontava delle storie a me e a Freddy su questi pesci. Sul fatto che la mattina uscivano ed andavano in ufficio, che c’era il Pesce Salva e il Pesce Tore, che erano amici. La pescia Botta e la pescia Tana che facevano le prostitute. E la Pescia Rosa col Pesce Tonio che avevano i figli Tonietto e Tonino (che poi eravamo noi). E poi diceva che quando tornavano nella tana potevano essere infastiditi da una medusa viscida. Mi hanno sempre fatto schifo le meduse. Ma schifo-schifo. Che poi le meduse fanno schifo: tutte lunghe, molli e viscide. E poi me le immaginavo che ci importunavano quando tornavamo a casa la sera. ‘Ste stronze.


Mamma diceva che papà ci avrebbe fatto venire le turbe con quelle storie. Ed effettivamente un po’ era vero. Freddy aveva paura delle meduse e di un sacco di altre robe così. Aveva paura della strega di Biancaneve, di Mangiafuoco e pure di Maga Magò. E la sera quando ci addormentavamo in Sardegna lui voleva tenere la luce accesa perché aveva paura dei mostri. E io lo prendevo riccamente per il culo.
Ma col tempo anche io ho cominciato ad avere paura, una paura fottuta. E non di Maga Magò o della strega. C’avevo paura quando il mio cervello si isolava, si staccava da me e si metteva lì a viaggiare. Si metteva lì, da un lato e a me pareva di restare senza un cervello, senza un’anima. Con la paura di aprire gli occhi e di non trovarmi. E allora mi mettevo lì nel letto e cercavo di riacchiapparlo. In posizione fetale, di lato, faccia al muro con l’idea che se mi fossi addormentato sarebbe ritornato da me e che d’un tratto, d’un baleno, mi sarei ritrovato. Ma questo quando stavo con papà in Sardegna non accadeva. Le visioni, gli sballamenti ce li ho avuto solo dopo. Dopo che lui ha deciso di andarsene. Prima no. Prima ero un bambino normale. E non me l’aveva detto lo psicologo o lo psichiatra o un cervellone strizza cervelli. C’ero arrivato da solo. Non ne avevo bisogno, io. Io mi sono sempre capito. Sono gli altri che non sempre lo hanno fatto ma non ci posso fare granché. E per questo mi piace stare da solo in fondo. Perché da solo ci sto bene e non c’è nessuno fuori da me che capisca davvero chi sono io. E non pretendo poi che qualcuno lo faccia, manco lo chiedo. Che cazzo ci posso fare. Ci ho provato delle volte a dirlo a qualcuno che c’avevo ‘ste paturnie, ci ho provato ma nessuno lo capisce davvero se non sa di che parli. E nessuno sa di che parli. Nemmeno la persona più vicina, più intima che più ti vuole bene può capire quello che hai dentro. Pure se è un amico vero. Si sforza, magari ti sta vicino, ti porta la birra, fuma con te una sigaretta. Ti guarda, ti parla, prova a spiegarti, prova a darti soluzioni, a fare paragoni. Ma mai nessuno potrà capirti. Mai nessuno. Prima mi ci accanivo di più, prima ci provavo. Ma quando poi ho capito sul serio, ho smesso e mo manco mi pesa più. Inutile vomitare quello che sei alla gente. Non potrà mai realmente sapere. Nemmeno la ragazza. Quella magari ti accarezza, ti dà due bacetti poi ti abbraccia ma non capisce una cippa lippa.
E allora ho imparato ad accettare i miei mostri e a conviverci. Io, in prima persona.
E loro ogni tanto stanno lì e manco mi danno più fastidio. Che quando ci stanno tanto io me ne vado, mi chiudo la porta alle spalle e non entra più nessuno. Chiudo gli occhi verso il muro e faccio finta di dormire. In realtà non dormo. Perché chiudo gli occhi e mi chiudo con me o con quel che ne resta. E mi sembra di stare nel deserto. Io solo.
Senza orientamento, senza cartelli, senza indicazioni, direzioni o segnali deittici di alcunché.
Sono là, nel vuoto e senza meta, senza un’anima, senza un amore, senza una cazzo di bussola.
E manco la voglio più una bussola.

(… continua… )

(Racconto di Federica Lucantoni)