Racconto: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO I

Racconto: NON SO DARGLI UN TITOLO – CAPITOLO I


Vi propongo la pubblicazione “a puntate” di un mio racconto suddiviso in capitoli. Spero vi piaccia.

Buona lettura, miei cari vinoviolini!

 

NON SO DARGLI UN TITOLO

Capitolo I – Ho licenziato Dio

Dalla radio esce De Andrè, il “mostro sacro”, come dice lei. E parla pure lui d’amore. Non è scontato quando lo fa ma lo fa. Che poi che vuol dire “amore”? L’amore è una parola con cui la gente per bene si riempie la bocca. Incravattati, sorridenti, coi denti bianchi, la moglie, la figlia, il poppante. Ridono, sorridono; tutti finti e incipriati. Non me la bevo, cari. Vedo attraverso di voi e siete di plastica. Avete amanti, dubbi, insoddisfazioni, frustrazioni. Almeno scopate? Non ne sono certo. O forse ficcate le vostre mogli pensando al film – porno – visto in ufficio la mattina stessa. Mi accendo un’altra sigaretta, l’ultima l’ho spenta 3 minuti fa. Marlboro Gold. Quattro euro e novanta. Minchia quanto costano ‘ste sigarette! Ma me lo posso permettere e quindi ‘sti cazzi. Alla fine guadagno bene. La mia vita da scheggia impazzita per l’Italia mi permette di vivere bene e di farmi ammazzare dalle sigarette. Certo col tempo, con calma. C’è ancora un sacco di tempo. Che poi a me del tempo non me ne frega una strabeata minchia.

Domani poi vado a Firenze. A Firenze, lì, il tempo sembra fermo. Come mi rilasso lì. Poi l’albergo che prendo proprio davanti alla sede del fornitore dà proprio su Santacroce. Mi alzo al mattino, scendo, mi prendo un caffè, una ciambella e mi fumo una siga. Il fornitore è un cazzone. Basta che gli spiego come funzionano le cose e gli dico che mi può chiamare se ha dubbi. Che le chiamate non gliele metto a consuntivo. Ride. Mi piace questo. Si chiama Tiberio, è un simpatico panzone. Alla fine mi prende in simpatia. Mi dice: “Lore’! Oh bischero! Che come funziona sto software!”. Accento fiorentino, fa ridere solo sentirlo. Dico a Tiberio che deve pensare al Pc come se fosse un uomo. Mi piace Tiberio, gli spiego volentieri. Abbiamo creato un uomo che parla e che risponde alle tue domande. Certo non ha il sentimento e poi non capisce se vai fuori tema ma chissene frega. Quanti uomini capiscono davvero in fondo? Il software deve far girare la contabilità della catena di negozi – L’Arena – non è che debba parlare di massimi sistemi.
Che poi che palle ‘sti massimi sistemi. Ai giorni nostri tutti a filosofeggiare; si sentono tutti intellettuali ormai. Tutti pensatori. E poi che te lo dico a fare: la gente con Facebook si è sbizzarrita! Spara lì le frasi poetiche, le citazioni, le parolone. E allora siamo tutti poeti e filosofi? O siamo solo tutti stronzi, incapaci di fare il lavoro manuale, incapaci di fare una cazzo. Incapaci di attaccare un quadro.
Mi fa male ancora il dito per la martellata che mi sono dato l’altro giorno. Ma non perché io sia un filosofo. Io non sono né un filosofo né un attaccatore di quadri.
Sono Lorenzo, di anni 34, laurea in Economia 110/110 e lode, specialista di prodotti software, amante di cinema, libri e un po’ di teatro. Ma poco. Solo quando mi ci accompagna qualcuna ma non mi accompagna mai nessuna perché in genere le cose le faccio da solo. A parte qualche caso, a parte qualche amico. Viaggio solo. Vivo la vita da solo. Non sono presuntuoso, non guardo dall’alto in basso la gente ma mi sento diverso. Sto lì, di lato, mentre loro recitano il loro copione di vita e mi fumo una siga. Mi capita spesso di mangiare da solo, ai bar o sotto l’ufficio (quelle poche volte che ci sto). Mi fisso a guardare la gente. Non penso a niente.
Ma è possibile poi non pensare a niente? O forse penso alla gente, la vedo, la guardo, la osservo mentre mastico la pizzetta rossa.
Mi capita di vedere dei bei culi in giro. Guardo prima il culo delle donne. Deformazione. Non posso fare altrimenti. Quanto mi piacciono i culi morbidi. Non è superficialità. È che una bella donna deve avere un bel culo, altrimenti quasi non mi sembra completa. Insomma alla fine mi piace partire dal culo e poi magari scoprire anche un bel viso. Brutto è quando parti da un bel culo e arrivi ad una faccia da racchia. In quel caso non mi basta il culo; quindi no, non sono superficiale. Mi piace partire da un bel culo e arrivare ad una bella faccia. Meglio se trovo degli occhi vispi ed intelligenti. Non sono neppure maschilista ma mi capita di incontrare più uomini interessanti che donne interessanti.

E non sono neppure frocio.
Le donne però non sono tutte meritevoli. In giro ci sono tante sciacquette che la danno per fare carriera. Insomma esistono e non mi vergogno di dirlo. Non puoi non dire una cosa solo perché è offensiva. Bisogna dirle le cose se sono vere. Come quelli che dicono che i negri sono come i bianchi. Non è vero: il colore bianco è diverso dal nero. Non si può avere paura di dirlo. E poi c’hanno dei gran cazzoni non paragonabili ai nostri, mortacci loro! Qualcuno deve pure dirle le cose. Pure se sono sgradevoli o la gente non le vuole ascoltare. E io sono quel qualcuno.
Ci sta una tipa in ufficio che la fa annusare a tutti. Anche a me alla fine. Bella gnocca. Ma si è scopata i grandi capi e ora eccotela lì che l’hanno fatta dirigente. Ecco che ho detto la cosa sgradevole, qualcuno doveva pur farlo. E poi mi dispiace per le altre donne, quelle che invece la partita se la giocano in prima linea e tutta da sole. Quelle sono le donne che stimo, sono quelle che mi ricordano mia madre. Ce ne sono tante pure di quelle. Insomma non è che sia poi tutto nero, anzi. Ce ne sono certe in gamba (magari pure con un gran bel culo che male non fa).
Non è che io non sia mai stato innamorato.
Anche se mi indispone questa parola. Io semmai sono stato bene con qualcuna.
Non sto bene con tutte. Anche perché in generale sto bene solo con me stesso. Anche con mamma sto bene. Poi mamma è vedova, vive sola e mi piace che mangiamo insieme qualche volta.
Poi mi chiede: “ma una fidanzata non te la fai ancora?”.
“No, mamma non me la faccio io una fidanzata”, come se non lo sapessi che figlio hai fatto.
Come quella volta che Mariana, la signora rumena che fa le pulizie da lei e che qualche volta le fa pure da me, le aveva detto di aver trovato una strisciata di smalto rosso sul muro, vicino al letto. La prova palese di unghie di piede femminile: prova tangibile di una gran scopata (da non leggere in senso dispregiativo, “una grande scopata” non si fa con tutte). E quel segno l’aveva fatto Marica. E lei è stata una presenza importante in fondo. È scappata alla fine pure lei. Non si può stare troppo vicino a me e lei aveva resistito abbastanza, direi.

Che stronzo sono. Il classico stronzo visto da fuori. Ho glissato l’argomento con mamma.
“Ancora che spero che mi racconti le cose”, mi dice.
Carina mamma, ancora che spera lei.
Meno male che Freddy forse una speranza di avere un nipote gliela dà. Solo che Freddy è più piccolo e ancora si ammazza di canne. Io almeno quella fase l’ho passata (più o meno…).
Quasi mi sfiora la tristezza quando penso a come scopavamo io e Marica.
Dico “quasi” perché poi in verità penso che non me ne frega niente e tiro dritto sulla mia strada che comunque è solo mia. Incondivisibile. Impossibile starmi dietro, mi dispiace se qualcuna pensa di poterlo fare. Un po’ a volte è anche colpa mia perché mi lancio, faccio credere di essere uno come un altro, che mi potranno sposare che viaggeremo insieme e che potranno vivere a casa mia. Ma è una finzione ed io non lo faccio apposta, è che mi perdo. E poi dipende dalla parte di me che prevale. Dipende se mi riesco a trovare perché non mi trovo sempre.
Anzi, spesso non mi trovo. E quando non mi trovo non posso far altro che staccarmi dal mondo.

(… continua… )

(Racconto di Federica Lucantoni)