Racconto: Il fotografo

Racconto: Il fotografo


(Racconto di Laura Varlese)

Dal cortile assolato, uno stretto quadrato circondato da vasi di piante, si scaraventò quasi correndo nell’atrio del palazzo, dove l’investì l’odore pungente di varrechina e muffa. Il silenzio e la frescura la sorpresero come acqua ghiacciata in pieno viso e, traballando un po’, comincio a salire i gradini, lentamente. Passando da un pianerottolo all’altro si fermò più volte a curiosare tra le porte, leggendo uno ad uno i nomi incisi sulle targhette d’ottone, più che altro per dimenticare la vergogna. Scorse attraverso gli ampi finestroni incasellati lungo la tromba di scale un limpido cielo primaverile, e angoli di palazzi signorili intonacati di bianco e cesellati da macchie d’umido.
Era stato la sera prima: aveva ricevuto una telefonata di Mariangela, ragazza dotata di un certo estro artistico, che le aveva chiesto con voce supplichevole e divertita se per caso avesse voglia di lasciarsi ritrarre da un fotografo. Interrompendo più volte la conversazione per correre a soffiarsi il naso, le aveva spiegato che il suo amico, un professionista di media fama, aveva urgentemente bisogno di trovare un’altra modella per alcuni scatti da inviare ad un concorso.
“Gli avevo promesso di posare per lui, ma la senti la voce che ho? Sono influenzata!”
“Sì, me ne sono accorta. Che genere di foto deve fare?”
“Ritratti. Non usa quasi mai modelle professioniste. Ha bisogno di una giovane donna di circa trent’anni, con la carnagione chiara ed i capelli scuri. Ho pensato a te, che poi se non sbaglio sei molto fotogenica.”
“Non so. Non l’ho mai fatto prima.”
“E’ per questo che sei perfetta. Lui ama fotografare persone comuni. E comunque ti paga. Centocinquanta euro.”
“Allora va bene. A che ora?”
Aveva accettato per denaro, ma anche per curiosità, cedendo ad un impulso narcisista di cui forse adesso si pentiva. Ripensamento inutile, del resto, visto che indietro non poteva più tornare.
Arrivata al quarto piano – e sperando che il fotografo non esistesse o che avesse traslocato quella stessa notte – lesse su una porta il nome “Ariel M.” Nemmeno Mariangela conosceva per cosa stesse M.
Bussò e si vide comparire davanti un giovane uomo, le spalle ampie e quadrate, la barba chiara e sottile come i capelli cresciuti alla buona, lo sguardo verdognolo limpido e diretto. L’uomo le strinse la mano e la lasciò entrare, invitandola a mettersi comoda. La ragazza cercò di capire se quell’accoglienza generosa sottacesse l’implicita approvazione del fotografo nei suoi confronti. La sera precedente, infatti, si era chiesta più volte che impressione avrebbe fatto su Ariel. Si era perfino chiesta quali smorfie di disappunto avrebbe colto sul suo viso: un angolo di bocca scetticamente piegato in giù, un sopracciglio corrucciato, un occhio distratto e rassegnato rivolto lontano, oltre la finestra.
E invece l’uomo le aveva sorriso, indicandole subito la stanza in cui aspettarlo. “Se ti va un caffè – aveva aggiunto – puoi entrare nella cucina e fartelo. La cucina sta di fronte al salotto.”
Lo osservò allontanarsi lungo il corridoio, uno di quei budelli dal pavimento bianco e nero che ormai si trovano solo nelle vecchie case in centro. Si accorse dei piedi scalzi che sbucavano dagli orli dei pantaloni sportivi, e commentò tra sé: “gioca a fare l’intellettuale!”
Bastò questo a farle riacquistare la sicurezza perduta: lei, trentenne, giornalista quasi affermata, che si lasciava intimorire da un uomo – un ragazzo, suvvia! – che per darsi un tono aveva bisogno di camminare senza scarpe. Con un sorriso sardonico in volto, entrò nel soggiorno invaso dalla luce e si lasciò sprofondare su un divano di tessuto logoro. Dalla finestra mezza aperta, trasportati da pigri aliti di vento, entravano l’odore caldo e dolciastro delle buganville del cortile e quello fresco del bucato appena steso al sole. Una mosca, testarda, continuava a catapultarsi ciecamente sul vetro rimasto chiuso.
Ariel tornò dopo pochi minuti, con lo stesso sorriso festoso, a chiederle cosa volesse indossare durante gli scatti. Adesso i suoi piedi calzavano degli infradito colorati.
“Come devo vestirmi? Non sono primi piani?”
“Non lo so, non ho ancora deciso. Hai un bel seno” le disse come un medico sportivo avrebbe fatto con un atleta. “Magari potremmo fare delle foto a mezzo busto.”
“Aspetta, non ho intenzione di lasciarmi fotografare il seno!”
“Non ne avevo intenzione. Quello che volevo dire è che potresti indossare una maglietta scollata, o un abito che ti lasci scoperte le spalle.”
“Va bene.”
La condusse in una camera, probabilmente la sua camera da letto, e le mostrò un appendiabiti su cui erano sistemati capi femminili di vari colori e qualche accessorio. Lei scelse una camicia bordeaux e lui aggiunse una pashmina verde smeraldo. Aprì una seconda porta, dietro cui si trovava una stanza dalle pareti bianche, priva di finestre, arredata con un letto matrimoniale piazzato proprio al centro. Nei quattro angoli, agganciate a dei cavalletti o appoggiate alla parete, varie lampade; sul pavimento fili, una scatola che sembrava contenere alcune gelatine, uno sgabello su cui erano posati degli obbiettivi.
Ariel trafficò con le luci, scegliendo inclinazione ed intensità. Il sorriso era scomparso, e il suo volto si era fatto serio e intento. La ragazza si dileguò in camera da letto e tornò indossando la camicia. Vide che il fotografo aveva acceso una grossa lampada. Il letto, illuminato da un cono di luce trasversale, le parve somigliare al palcoscenico di un teatro; il buio, un chiarore marroncino che si ispessiva negli angoli, la intimorì come una platea silenziosa ed esigente.
“Che fai, non ti sdrai?” chiese Ariel, riconquistando in un colpo solo l’autorevolezza perduta a causa dei piedi scalzi.
Lei si lasciò cadere come uno stecco rigido sul materasso.
“Che faccia devo fare?”
“Quella che vuoi, non ti preoccupare.”
Sentendosi di nuovo tesa, provò a ripensare ai talloni nudi intravisti poco prima. Sono una giornalista, io sono una vera intellettuale, non lui. Scrivo su due testate ed anche su internet. Chiedete di me e vi sentirete rispondere che sono un’ottima reporter. Ho girato mezza Europa ed ho solo trent’anni. E lui invece?
Il fotografo le puntò addosso una grossa macchina, con la quale cominciò immediatamente a lavorare, rapido, silenzioso. La ragazza lesse sul dorso del congegno il nome della marca – Nikon – seguito da una serie di lettere e numeri – d 300 – che indicavano probabilmente il modello. Ariel girava attorno al letto tenendo la Nikon tra le mani e scattando in continuazione. Click. Click. Quanti anni aveva? Le era sembrato poco più che trentenne, ma avrebbe potuto avere anche quarant’anni, perché no?
“Sei tesa. Non l’hai mai fatto prima, vero?”
“E’ la mia prima volta.”
Lui rise senza staccare l’occhio dal mirino.
“Accidenti. Battuta maliziosa. Non volevo, scusa.” Sorrise anche lei, finalmente. Click.
“Non fa niente. Cosa fai nella vita?”
“Sono giornalista.” Click, una ed altre cento volte.
“Che brava! Aspetta, girati con il volto verso la luce, ecco, così. Dunque scrivi bene.”
“No, altrimenti non sarei una giornalista.”
“Certo, di questi tempi… Hai ragione.” Risero entrambi. Click.
Le fece cambiare posizione decine di volte, spostando di continuo la grossa lampada che le feriva la vista. Come un attore che dal palco non riesca a percepire il pubblico assiepato al buio, lei dimenticò, poco a poco, il fotografo. L’obiettivo divenne l’unico traguardo dei suoi occhi: osservava seria il diaframma che si chiudeva un istante, poco prima che arrivasse il click, cercava un contatto con la pupilla meccanica, che sembrava fissarla davvero, una specie di intelligenza artificiale.
“Sembra un occhio!”
“Infatti in questo momento è il mio occhio.” Click.
“Senti… ” ma si interruppe.
“Cosa c’è?”
“Posso aprire un poco la camicia, se vuoi.”
E lo fece, desiderando che l’obiettivo catturasse la forma, la luce e la consistenza del suo corpo, che le sembrava di scoprire o di sentire per la prima volta.
Lui continuava a girare attorno al letto sostenendo il peso della macchina fotografica e del grosso obiettivo. Lavorava senza sosta, salvo, di tanto in tanto, riposare chiudendo gli occhi o sgranchendosi la schiena madida.
La donna lo osservava con lo stesso distacco del teatrante che, per sbaglio, colga lo sguardo della prima fila: lo spettatore, lusingato, non sa che l’attore è lontano con la mente, che i suoi occhi trapassano le fronti di chi gli siede davanti per andare via, lontano. Lei, in particolare, stava pensando al racconto della prima notte di nozze di sua nonna, che si era sposata con un uomo di cui era innamorata, ma che conosceva a malapena e con il quale aveva intrattenuto un lungo carteggio. Le lettere, insomma, avevano sostituito per i quattro anni di fidanzamento i colloqui verbali. Dopo le nozze, la coppia si era recata in un alberghetto di montagna dove aveva trascorso la notte. La nonna le aveva spiegato ridendo che non sapeva nulla, ma proprio nulla, di quello che sarebbe accaduto, e che, spaventata dall’assalto del marito, si era cacciata sotto il letto causando lo strappo della bretella della sottoveste di seta.
“Ma nonna, possibile che tua madre non ti avesse spiegato proprio niente?”
“Sei matta?” aveva risposto nel suo forte accento meridionale. “Mica ci parlavano di queste cose a noi. Sì, qualcosa doveva succedere, ma non immaginavo cosa. Che paura, sapessi. E lui che mi rincorreva per la stanza e mi diceva e vieni qua! E dove scappi!”
Ogni volta che aveva ascoltato quel racconto, chissà perché, si era immaginata la stanzetta d’albergo identica a quella della casa in cui i nonni avevano vissuto insieme per cinquant’anni. Se l’era sempre vista così: graffiata da un paio di strisce di luce provenienti dalle serrande semichiuse, con due persone che si rincorrevano, un po’ ridendo e un po’ piangendo. E poi l’uomo, in quel buio umido, che allungava le dita e strattonava la povera camicia da notte fino a tirarne via una bretella. E vieni qua! E dove scappi!
Il fotografo le chiese se volesse riposarsi; lei si distese qualche secondo con le palpebre chiuse. Lui montò un’altra lampada e cambiò obbiettivo. Con il tono di chi parla con se stesso fingendo di dialogare, spiegò che stava passando ad un Nikkor “settanta duecento effe due punto otto.” Aumentò anche la luce, montando altri due faretti ed una specie di paravento bianco. “Questo” continuò l’uomo con tono meccanico, “si chiama ombrello. Serve ad intensificare la luminosità.” Improvvisamente, nella stanza, fu giorno. Ricominciarono a lavorare.
“Sono belle foto. Sei fotogenica.” Click click click.
“Per quel che vale. Nella vita, intendo.”
“Quando le vedrai forse cambierai idea. Non sei curiosa?”
“No”, rispose mentendo. Lui rise di quella bugia continuando a scattare. Sembrava riuscisse ad accorgersi di lei soltanto guardandola attraverso l’obbiettivo. Se staccava l’occhio dal mirino, invece, c’era posto solo per pulsanti, congegni meccanici microscopici, lenti convesse.
“Ridi. Non mi credi?” chiese lei.
“Non posso crederti. Vedo dai miei scatti che stai bene, qui. Dimmi la verità, non sapevi di poterlo fare, vero?”
“No.”
“E adesso?”
L’attore, quando cala il sipario e le luci si accendono dietro le quinte non può uscire subito dalla sua parte o perdere all’istante la voce impostata, alta e vibrante. Fa fatica a ritrovare il suo accento naturale o a distendere i tratti del volto, ma la stanchezza ed il senso di svuotamento che seguono la fine di una performance teatrale sanno a volte mettere a nudo la sua autentica umanità. Capita così che si lasci andare sfinito su una sedia, e che tratti i colleghi con la naturalezza di un familiare, lasciando uscire come sbuffi di polvere i suoi pensieri.
“Adesso – rispose la ragazza – il mio corpo lo conosco davvero.”
“Esatto, è questo che succede. Lo vedo da qui”, disse allungando l’obiettivo fino quasi a toccarle lo spazio tra gli occhi. Click.
“Abbiamo quasi finito. Faccio solo un altro paio di scatti. Vorrei un’espressione di felicità. Ci riesci?”
“Non so. Posso provare, ma non…”
“Fai così: pensa a qualcosa di bello, di bellissimo anzi. Qualcosa che vorresti fare o un ricordo felice della tua infanzia.”
“Va bene.” E le venne in mente, chissà perché, di quando da piccola sua madre e le sue due zie si chiudevano al bagno, durante i lunghi pomeriggi delle feste natalizie, per chiacchierare insieme lontano dalle suocere, dai mariti e dai figli.
“Mamma, posso entrare anche io?” chiedeva disperata, conoscendo la risposta.
Dall’interno le giungevano risate, gridolini complici e frasi smorzate.
“Mamma!”
“No, tesoro. Ci siamo noi. La zia sta finendo di truccarsi.”
Lì dentro l’odore di fumo era così acre ed intenso da impregnare persino il legno della porta, o almeno così pareva alla bambina. Poi venne il giorno, aveva più o meno tredici anni, che la lasciarono entrare. Si immerse nella stanza nebbiosa e sorrise alle tre donne, che continuarono a parlare tra loro come se mai, prima di allora, avessero escluso la giovane ragazza da quel loro fumoso ritrovarsi insieme, nei lunghi pomeriggi delle feste.
“Brava, ecco un bel sorriso” esclamò il fotografo, che scattò una decina di volte prima di posare la Nikon sullo sgabello. Con il dorso della mano si asciugò il velo di sudore sulla fronte, scoprendo sotto le braccia due cerchi umidi. Sul volto ricomparve l’espressione festosa d’inizio giornata.
“Apriamo la finestra della stanza accanto. Qui dentro si muore di caldo.” Uscì dalla porta, e dopo qualche secondo la luce del sole giunse a mescolarsi a quella delle lampade. Fuori, le buganville ondeggiavano ad un vento lieve, spargendo profumo.

Racconto di Laura Varlese

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