Poesie dello schianto

Poesie dello schianto


LAMIERE

lasciarti andare
è l’infernale:
uno schianto in corsa
sulla tangenziale.

 

Oggi ti ho fatto il funerale.
Eravamo io, il divano, l’orchidea morta
ho pianto sul cuscino raccolta
intrecciata come una ghirlanda
ho scritto una preghiera personale
assomiglia al tuo arsenale:
carabine di paradossi
pugnali per colpi al petto
fucili di precisione
per crearti l’illusione.

 

Che scrivo a fare le preghiere per me e te
nelle sfere di cristallo dell’albero a Natale
se dopo crolla il mondo che avevamo disegnato?
non ci sposiamo più né andiamo in capo al mondo
al mare tra le stelle a visitare il buco nero
né rientriamo a casa o da qualche altra parte
neppure parliamo più
come se fossi morto
in un incidente stradale fatale
che non ha lasciato neppure un cadavere
eccetto il vuoto sul divano
i vestiti nell’armadio,
la tuta da casa,
la camicia stirata
i pantaloni, i fumetti
il salvadanaio
(vuoto di soldi
colmo di aspettative)
della nostra vita rimane
il salone spoglio
me adagiata inerme:
l’unico corpo morto
sul quale mi è concesso
piangere.

Guardami come io guardo la cheesecake
non andartene come se niente fosse
il dolore mi scioglie la glassa
la decorazione ai frutti di bosco liquefa
la base di burro e biscotto si sgretola
commistione di dolce, salato e tristezza
se mi lasci fuori dal frigo perdo la mia bellezza.

scrivo una lettera alla parte migliore di me
temo sparisca
in un cliché:
col mio cinismo all’ora del tea

perché

la mia parte migliore
non la voglio cancellare
nella negatività
nelle mie giornate nere

la intravedo nel bicchiere
tramortita dall’inverno
come al capolinea
certi amori:

punta gli occhi al cielo
volano via gli uccelli
verso il caldo
e nuovi colori

 

Certi sensi di ingiustizia non li sconfiggi:

  • andandotene sanguinando per Firenze
  • facendo running la sera o prima di colazione
  • invocando Gargantua e la singolarità
  • scrivendo frasi in rima sul taccuino
  • vomitando parole per telefono
  • litigando per il posto sul regionale
  • annaffiando un’orchidea morta
  • facendo pensieri omicidi su gente amorfa
  • passeggiando sul lungomare la domenica
    (che è la sacra giornata della tristezza).

I sensi di ingiustizia che tenti di fuggire
si ritorcono, intrappolano, fanno stare male
trapassano la pancia, toccano l’anima, la tagliano
tolgono la voglia di respirare
di campare, di giocare, di flirtare
di amare, di sentire, di mangiare.

Guarda là, c’è il sole.

 

VOGLIO.

comprare pantaloni come federe usurate di divani inglesi
voglio mocassini e scarpe da uomo, di vari colori
cambiare acconciatura
colorare le mie cose
con toni tortora e pastello
le pareti.

Rivoluzionarmi nella forma e nei colori
conoscer nuove storie nuovi amori
persone accumular pensieri memorie
fantasticando su immagini di riviste
tratteggiare nuove fantasie
disintegrare tutte le malinconie

Carta bianca e carboncino
imparare a disegnare
un nuovo splendido cammino

 

 

 

LETTERA DI COMMIATO

anche se odio i convenevoli
sto meglio, decisamente
(a proposito di quel tuo come stai)
veloci e lenti questi mesi
il tempo che ci distanzia molto e poco
vicino-distante quello del saluto.

ancora mi perdo
dentro immagini parole situazioni frasi
emozioni pensieri ricorrenti ripensamenti
sensazioni cose che farei diversamente
figure invenzioni paure e previsioni
sono fatalista credo nel destino illusionista.

certamente interessante l’elaborazione
la matassa di sentimenti contrastanti
in quaderni nuovi nomi penne blu nuovi stili
ispirata da letture appassionanti
con un taglio in più una ruga
la accudisco per vedere dove andiamo.

grande delusione la disillusione
mai bisognerebbe fare castelli mai fantasticare
ma per me è difficile ché sono una poeta
e la cosa vien piuttosto naturale
oh! Mia idea mai esistita inventata
solo vagamente rappresentata.

mi dispiace di aver perso la ragione
non aver capito il principio delle cose
averti costretto in una maschera stretta
nel modo goffo delle bimbe a carnevale:
col rossetto imbalsamate
come me che non lo so portare.

ma non c’è fine senza una partenza
né una partenza con la testa piena-piena
né uno zaino che sia abbastanza vuoto
né località sufficientemente lontana
perché né da te né da me voglio scappare
(che mi son trovata bene con entrambi)
avrei voglia solamente di affogare
quel passato che mi assorbe con gli inganni
con le immagini di parole dette male
e di frasi veramente non sentite
di scenate litigate isterismi
sangue caldo sudore freddo
bacio morbido ciao la fine.

e ora che la lettera ho scritto
me la tengo riposta tra le rose
una Venere porta fortuna gioiosa
che mi ricorda l’elaborazione delle cose

assolvo me da tutti i mali
e te da ogni cosa
che la vita mi ridoni la fortuna
e che a te si colori di mimosa.

Poesie di Federica Lucantoni

Foto di Manuela Agostini

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