Perché parlare ancora di 8 marzo: zitella, puttana o mamma-moglie perfetta?

Perché parlare ancora di 8 marzo: zitella, puttana o mamma-moglie perfetta?


Per questi e tanti altri motivi, parlare di 8 marzo non è fuori moda, non è da vegliarde nostalgiche. Parlare di 8 marzo è atto politico!

cito Laura e il suo post dell’8 marzo di due anni fa.

Lontana ancora un’immagine della donna e del femminile realmente soddisfacenti, per lo meno in questo nostro paese Italia. Poco protetta e accudita l’immagine di una donna madre fragile di fronte alla nascita del suo bambino. Scorretta la definizione di “zitella”. Distorto il riconoscimento esterno di una  donna non accompagnata (dire “sola” mi pare improprio, la solitudine è altra cosa e credo si possa provare da soli come in compagnia). Triste ascoltare quel fastidioso epiteto “puttana” che riecheggia anche quando non è un’accusa di sesso quella che si sta facendo – presupponendo il fatto che una qualsiasi accusa a sfondo sessuale possa considerarsi accettabile (se con la parola “sesso” ci riferiamo a quella sfera intima e privata della quale solo i due – o più – interagenti dovrebbero poter parlare).

Parlare di 8 marzo è dunque atto politico!

Perché ancora impervio è il cammino verso l’emancipazione, e non può esserci emancipazione in assenza di consapevolezza. Consapevolezza di sé, del proprio bisogno, dell’altro, del senso dell’altro nella propria vita, della propria individualità, del proprio mondo interiore, del proprio intimo, del proprio esser donna, senza dovere necessariamente mascherarsi dietro il modello preconfezionato di donna-mamma, donna-amante, donna-desiderabilesessualmente, donna-moglie o donna-fidanzata.

Ognuno di questi modelli preconfezionati senza consapevolezza genera una pericolosa conseguenza chiamata donna-nonindividualizzata.

E devo dire che ancora mi capita di incontrare donne-nonindividualizzate, generate, per lo più, da una società che non consente loro una reale emancipazione perché ottusa e “piccola” nel modo di pensare e di pensarle.

E non credo sia poi un caso che una venticinquenne uccida suo figlio. Qualcuno si è chiesto per quale motivo quella donna sia arrivata ad avere quel figlio? qual è stato il suo processo consapevole verso la creazione di quella nuova vita? pacchetto preconfezionato da una società che detta regole feree o percorso interiore? obbligo morale o decisione spontanea? paura di essere additata come “zitella” o reale bisogno di legame con un uomo col quale poi concepire?

Il percorso interiore presuppone consapevolezza di sé e dei propri bisogni reali, presuppone la domanda e la risposta.

Siamo certi che per tutte le donne ci sia il tempo, la volontà, la possibilità o anche solo la capacità di chiedersi: “chi sono io? cosa voglio?”.

E la società come aiuta?

La società non aiuta, semmai spinge, semmai pone modelli limitanti, moralisti, stretti.

Non sei donna se non vuoi essere madre; non sei donna se non hai accanto un uomo; non sei donna se non sei moglie perfetta; non sei donna se sei lesbica; non sei donna se il tuo seno non ha una certa taglia o una certa forma; non sei donna se non dici “mangio poco, come un uccellino”.

Il vocabolario italiano ancora accoglie la parola “zitella” per additare quella donna non accompagnata. “Zitella” è anche il modo con cui si addita la donna acida “che non scopa” – se poi invece sei acida da sposata non te lo dicono più (che poi qualcuno si è mai chiesto se tutte le coppie sposate scopano? – ma questo è un altro discorso…).

Ricordo che per questa odiosa parola non esiste un corrispettivo maschile e che, anzi, un maschietto scapolo è appellato, e quindi percepito, diversamente: scapolone, scapolone d’oro, grande amatore, Don Giovanni e certamente non “zitello”.

No, la società non aiuta perché, donna, la tua vita “da sola” non è ancora del tutto accettata (nasce la morbosa curiosità di sapere con chi passi  le tue notti, quanti uomini hai al seguito, se ce li hai, se non ce li hai, con chi ti accompagni e con quanti lo fai).

No, donna, la società non ti aiuta né le persone da cui questa società è composta.

No donna, saranno soprattutto le altre donne ad additarti, a dirti che sei puttana, “zitella” o madre snaturata – le stesse che forse sottopelle percepiscono quella libertà mentale che non appartiene loro e che fa paura, rispettando quel perfetto cliché italiano che vuole che tra i maggiori maschilisti italiani ci siano proprio certe donne.

No donna, devi ancora lottare e tenerti stretta i tuoi diritti se il Job Act targato dicembre 2014 prova (vedremo se riuscirà) a cancellare il divieto di discriminazione fondato sul sesso.

Sì, donna (e sì uomo) continua a parlare di 8 marzo perché farlo è atto politico!

Parla della maternità e delle emozioni ambivalenti che genera. Non negare le tue paure, non pensare sia solo l’amore viscerale che senti per tuo figlio del quale sia giusto parlare. Ricorda al mondo anche quella follia che accende le notti insonni passate ad allattare, in balia di un’altra vita che ti toglie tempo, sonno e ti stravolge il corpo. Non negare il tuo desiderio di maternità, ma disegnalo utilizzando tutte le sfumature di colore che merita. Vivilo col sorriso e col pianto, se serve. Vivilo non come un obbligo né come un’apparenza o un’imposizione, non come un qualcosa da fare giunte ad una certa età, ma come possibilità, da esplodere o meno, se ne avrai voglia, desiderio e possibilità.

Non aver paura di dire a gran voce che la maternità è anche un atto violento!

Dirlo, forse, libererà qualche donna dall’inutile senso di colpa nato solo per averla pensata una cosa del genere! La maternità che rende la donna natura allo stato puro, è il momento in cui ella dovrà metter da parte se stessa.

Umberto Galiberti, in un articolo su La Repubblica del 2 dicembre 2004, diceva:

Ancora una madre che uccide la figlia. Ancora l’ eterno dramma che si ripete. Perché il mistero della maternità, che noi siamo soliti edulcorare con i buoni sentimenti, è un abisso terribile, dove l’ amore s’intreccia col dolore, la benedizione con la maledizione […]

Approfondiamolo questo mistero della maternità, segreta custodia del potere assoluto: il potere di vita e di morte [—] Non ci serve porlo ai limiti dell’ umano, per procedere nella nostra acquietante persuasione che per natura le madri amano i figli. L’ amore, che è toglimento di morte (a-mors), confina con la morte, e sottilissimo è il margine che vieta di oltrepassare il limite che fa di uno sguardo sereno uno sguardo tragico.

Per questo, quando un figlio nasce e cresce, bisogna accudire le madri. 

Aggiunge poi Galimberti di non sottovalutare la metamorfosi del corpo, del quotidiano, della vita e la negazione, per lo meno momentanea, di quell’individualità che non cessa di esistere ma che per un po’ viene accantonata. Ricordare a gran voce l’ambivalenza di quel sentimento renderà le donne più consapevoli di quel che capita quando arriva un figlio.

Quindi no, non ci fermiamo: continuiamo a parlare di 8 marzo, della festa della donna, perché farlo, per noi sì, è atto politico e perché abbiamo ancora molta, ma molta strada da fare!

 

CONSACRAZIONE DELLA DONNA

donna,
che tu possa essere sempre perfetta
come tu senti
amata
come tu vuoi
vista
come tu sei
capita
(per quanto possibile)
ascoltata
quando avrai paura
sollevata
quando cederà la gamba
fortificata
dalla vita e le sue cose
toccata
come pezzo unico
fiore raro:
irripetibile color della natura.

possa tu sceglier
con convinzione
di essere madre
sposa
donna di una donna
moglie
mascolina
femmina
puttana
virile
appassionata
lamentosa
amante
affamata
di amore
di te, del tuo corrispettivo:
scelta tua
mondo interiore
da scoprir senza influenze
condizionamenti
sensi di colpa
solo amore.

(Federica Lucantoni)