Mamma e papà in terapia intensiva: una questione di linguaggio

Mamma e papà in terapia intensiva: una questione di linguaggio


Mezzanotte e un quarto del 4 maggio. Alessandro è nato da meno di cinque ore e io l’ho visto due minuti: un minuto subito dopo il parto e un altro minuto in incubatrice, nel corridoio, mentre l’infermiera lo porta nel reparto di terapia subintensiva dell’ospedale. Inizia così la sua piccola vita: è poco più grande di un gattino e miagola, non piange.

Mezzanotte e un quarto è l’ultimo orario di visita per i genitori i cui figli sono in incubatrice. Attraversiamo – io e Federico – corridoi deserti e silenziosi, non sappiamo bene cosa aspettarci. Arriviamo davanti al reparto di terapia intensiva neonatale e bussiamo. Un’infermiera ci accoglie sorridente e ci spiega come funzionano le visite: camici, armadietti per i nostri oggetti personali, cinque turni di visita al giorno con ingresso riservato ad entrambi i genitori. Finalmente ci accompagna all’incubatrice ed Alessandro è lì, con la testolina di lato, il corpo abbandonato, il torace che va su e giù per far entrare più aria possibile. Parliamoci chiaro: non è in pericolo di vita, le sue condizioni sono critiche ma non disperate. Certo è che vederlo lì per noi è un vero shock: è nostro figlio ma lo avvertiamo lontanissimo. Non possiamo stringerlo né consolarlo, non possiamo fare niente per lui.

Come sentirci davvero i suoi genitori? Ci aiuta l’infermiera, che inizia a rivolgersi a noi chiamandoci “mamma” e “papà”.

L’importanza del nome

Secondo molti linguisti, il pensiero esiste solo con il linguaggio. Per questo, per prendere coscienza di qualcosa, ad esempio un sentimento, occorre dargli un nome. Nel nostro caso, realizziamo di essere dei genitori quando l’infermiera ci chiama “mamma” e “papà”. Il bambino è in una scatola di vetro, noi non abbiamo modo di migliorare le sue condizioni, possiamo toccarlo solo attraverso un oblò e per pochi minuti al giorno, eppure restiamo i suoi genitori. Se l’infermiera mi guarda e mi chiama “mamma”, io sono la mamma di quel bambino, è sicuro.

Nei giorni successivi e per tutto il tempo che Alessandro resta in ospedale, il personale di turno continua a chiamarci “mamma” e “papà”.

Non credo sia solo una questione di comodità, dovuta ad esempio al fatto di doversi rivolgere ogni giorno a tanti genitori diversi. In quel caso, basterebbe usare “signora o “signore” come si fa in qualsiasi altro reparto d’ospedale. No, in quel reparto siamo semplicemente madri e padri, senza nomi propri, senza cognomi, senza titoli.

Le nostre visite, i gesti, i nostri sguardi dipendono unicamente da quello che accade ai bambini, ma, se non ci fosse qualcuno a ricordarci che quei bambini sono proprio i nostri figli, ci lasceremmo andare, ci sentiremmo espropriati, ancora più tristi. Invece no: anche se quei bambini trascorrono le prime settimane della loro vita separati da noi, anche se per il momento siamo tornati a casa senza di loro, anche se non abbiamo nessuna voce in capitolo sulle loro cure, noi siamo la mamma e il papà. È importante che qualcuno ce lo ricordi.

La medicina moderna ha riconosciuto finalmente l’importanza del rapporto tra il dottore ed i pazienti. La psicologia ha – o dovrebbe avere – un ruolo fondamentale nei processi di cura e, in qualche caso, di guarigione.

Chiamare i genitori dei neonati ricoverati in terapia intensiva con il nome di “mamma” e “papà” ha un profondo effetto terapeutico non sui pazienti (i bambini), ma su coloro che dovranno prendersene  cura una volta usciti da lì e che sono sottoposti ad un fortissimo stress nei giorni cruciali del post-parto. Non smetterò mai di ringraziare quei medici e quegli infermieri per avermi ricordato ogni istante che, dopo tutto, ero diventata mamma e che quel bambino, prima o poi, sarebbe tornato a casa con me per iniziare la nostra nuova vita insieme.

Ti salverà un sorriso

L’impatto con un reparto di terapia intensiva neonatale non è mai piacevole. Negli altri reparti, salvo nei casi più gravi, i pazienti ricoverati possono interagire con i medici o con i visitatori. Con le dovute eccezioni (sto pensando ad esempio alle persone in coma), i pazienti hanno la possibilità di esprimere i propri bisogni. È evidente che per un neonato è impossibile. Il personale dei reparti neonatali usa scienza ed esperienza per gestire situazioni di ogni tipo, ma i genitori come possono riuscirci? Conoscono appena quel bambino in incubatrice, non hanno imparato ad intepretarne il pianto, inoltre sanno che sta soffrendo ma non sono in alcun modo in grado di risolvere il suo problema. Un neonato in incubatrice non può sollevare la testa e dire “Ehi, mamma, ho bisogno di un lenzuolo pulito, questo qui sporco mi sta facendo impazzire”, oppure “Ciao, papà, oggi mi sento molto meglio, credo che l’antibiotico stia funzionando!”. Per i genitori catapultati in questo limbo, la comunicazione con infermieri e medici è cruciale.

Il personale di reparto, che in quel momento conosce il bambino più di loro e può occuparsene meglio, rappresenta tutto.

Nelle settimane che Alessandro passa in incubatrice, il momento più atteso è il colloquio con il pediatra, che avviene una volta al giorno. Inoltre, ogni volta che possiamo, chiediamo aggiornamenti e informazioni agli infermieri. Nessuno di loro perde mai la pazienza con noi. Anche in situazioni che adesso mi sembrano ridicole (quella volta che si staccarono i sensori del monitoraggio cardiaco ed io urlai in reparto “è tutto a zero!”), mi viene data la giusta importanza e vengo trattata con rispetto.

L’ansia è normale. Piuttosto che ridicolizzarla o sottovalutarla, infermieri e medici rispondono con un sorriso. Il loro sorriso tranquillo, anche mentre facciamo per la quarta volta la stessa domanda, fa sentire noi genitori al sicuro. Se loro sorridono, la situazione non può essere così grave ed è tutto sotto controllo.

Ricordo un episodio. C’è una bambina minuscola nata da pochi giorni. Un’infermiera nota qualcosa e chiama la sua collega, che la raggiunge con passo svelto. Insieme valutano la situazione e poi, molto in fretta, ci invitano ad uscire dicendoci che ci richiameranno più tardi. Un minuto dopo, il pediatra di turno è già lì. C’è stato un problema di qualche tipo, questo è chiaro, ma le due infermiere sono state bravissime a non generare panico tra i presenti, mantenendo un atteggiamento tranquillo e fiducioso.

La comunicazione tra personale medico e pazienti o – come in questo caso – parenti è di cruciale importanza nel processo di guarigione. Anche il personale medico ne trae vantaggio, perché tranquillizzando i genitori contribuisce a creare un’atmosfera meno tesa e dura in reparto, e quindi lavora meglio.

Finalmente a casa!

Passano due settimane tra visite, nottate con un po’ di magone a pensare a quel bimbo così lontano, prime comiche esperienze con il tiralatte, poi finalmente Alessandro viene dimesso e lo portiamo a casa. La nostra serenità, ora che siamo alle prese con questo bambino tanto amato eppure ancora sconosciuto, dipende in gran parte dalla sicurezza che ci hanno trasmesso i medici e, soprattutto, gli infermieri. Grazie alle loro spiegazioni pazienti ed alla professionalità, abbiamo imparato a controllare le emozioni e le ansie, a non allarmarci per ogni sciocchezza e, in definitiva, ad essere genitori. La permanenza di Alessandro in terapia subintensiva è stata una dura esperienza, ma anche una preziosa opportunità a cui oggi possiamo ripensare con il sorriso.