Cronaca breve della fine di una storia

Cronaca breve della fine di una storia


Al tavolo di oggi ero la ragazza triste. Ironia della sorte, la vita non si ferma davanti a niente, non si ferma proprio mai, la balorda, nemmeno quando tu sei appena stata lasciata e né, tanto meno, quando, in un bel giorno di primavera, poche ore dopo a quando sei appena stata lasciata, ti ritrovi a un pranzo di lavoro dove tutti si scambiano sorrisi finti e battute di circostanza – come capita durante tutti gli inutili pranzi di lavoro – e tu sei proprio quella ragazza triste, quella che abbozza un mezzo sorriso e che fatica incredibilmente a trattenersi le lacrime dentro agli occhi. Non sapevano, loro, che io ieri mi sono lasciata con F. (ma in fondo, cosa sanno loro di me?).

La perdita improvvisa dell’altro è come un lutto. Non è molto diverso da quando muore qualcuno, magari di incidente o di un malore improvviso tipo un infarto, una morte nel sonno, quelle cose così, un po’ senza senso. La morte è già senza senso quando hai il tempo per elaborarla, figuriamoci quando non ce l’hai, il tempo (e figuriamoci se poi quel tempo che ti era stato messo a disposizione per capire tu te lo sei mangiato insieme alle patatine nel piatto con l’hamburger). Perché una cosa l’ho capita: nessuno si lascia per caso (anche se sono diventata vedova ancor prima di realizzarla veramente quella morte). Realizzi quella immensa morte, avvenuta solo poche ore prima, attraverso quel vuoto, quella grande assenza, quella maglietta sul letto ancora intrisa dell’odore del corpo di un altro, che non c’è più. Ho sempre pensato che dopo la morte di qualcuno mi ossessionerebbero soprattutto gli odori. L’odore rimane come unico superstite e non se ne va via col defunto. L’odore, a differenza del resto, non muore – almeno fino alla prossima lavatrice. Non esistono motivazioni, non esistono spiegazioni plausibili, né penso abbia senso cercarle, comunque. Ha senso soprattutto inquadrare il male, provare a disegnarlo, provare a scriverlo per guardarlo.

Sei tu?/Sì sono io/ Ci conoscevamo?/Sì un po’, ma tu sei sempre nuovo

E anche io sono sempre nuova quando soffro.

Quando soffri per una perdita soffri sempre in modo diverso. Solo la crisi di pianto è sempre la stessa. In genere si realizza in un’esplosione grottesca non difforme dal momento in cui i neonati realizzano che gli è sfuggita la tetta e, prima di piangere a fontanella, hanno quel blocco in gola foriere di una fantasmagorica crisi che in genere si tramuta in mille lacrime di dolore.

Non ho dimenticato il dolore di quando mi sono lasciata per la prima volta, a sedici anni. La manifestazione del dolore è sempre la stessa, forse cambia solo l’intensità. Oggi è un dolore vibrante, spesso, potrei tagliarlo col coltello. Che sia colpa delle più grandi aspettative deluse? Mi piacerebbe chiederglielo a quella me ragazza triste seduta a quel tavolo a cospargere il mondo di sorrisi finti solo per strizzare il più possibile gli occhi e mascherare il rossore e le borse scure cariche di pianto e gonfie di sonno. A 16 anni la vista sul futuro è quasi assente. Non ci pensi nemmeno che vorresti dei figli, una famiglia e non ti chiedi se la persona che hai vicino potrà mai darteli. C’è ancora tempo e quindi il tempo non conta. A 32 la vista è molto più vasta e il lutto esageratamente più grande. L’abbattimento è maggiore perché quell’ultima rottura si aggiunge a quella dei 16, a quella dei 25, a quella dei 30. È l’ennesima che si porta via un paesaggio immaginato e nuovamente infranto. E forse è sempre l’immaginazione l’errore. Ma come si fa a togliere a un amore la linfa dell’immaginazione? Un amore senza immaginazione è un amore morto. Si muore senza saperlo, si muore senza la propria volontà e ci si ritrova ragazza triste al tavolo, a ciarlar dell’insulso pranzo.

In una di queste ultime notti ho sognato mio nonno. È morto più di vent’anni fa. Non abbiamo mai parlato veramente, io e nonno. Mai, a parte in questo sogno. Lui sorrideva, io pure, ma era una risata piena di lacrime ferme in gola. Ciao, che bello rivederti. Ci siamo abbracciati. È bello rivederti, nonno. Che bellissima sensazione di calore che mi hai donato. Non so perché ho sognato proprio il nonno al quale meno ero affezionata. Questione di origine, mi dico. Questione di pelle, di epidermide, di vita che scorre nelle vene senza che te ne accorgi. La ragazza triste ha delle radici. Ci sono anche se non le vede. L’albero crescendo si è avvicinato al cielo che però ha solo sfiorato. La terra invece l’albero l’ha toccata – come pure lo sterco-concime con cui è cresciuto. E mentre immagino questi prati di merda ma pieni di alberi, mi riviene in mente il mio pranzo con i colleghi. La ragazza triste, al centro del tavolo, che sorride e non ascolta. Non ascolta perché è distratta, distratta dai suoi pensieri. Pensa a tutte le volte in cui è stata lasciata, a tutte le volte che si è sentita non amata. A quanto ha sbagliato a provare a farsi amare, a forzare il lucchetto dell’amore che si apre invece (anzi, che dovrebbe aprirsi) con l’amore stesso. Che non è mai lucchetto. A pranzo ho pensato ai lucchetti che ha la mente, ai lucchetti delle persone, ai lucchetti del cuore. Ho pensato ai miei. Quelli miei di diffidente, sempre dubbiosa. Che non sa più cosa sia dubbio o verità. E il dubbio logora. Logora i ponti dell’amore, dello stare insieme fino a sfociare nel fiume del lasciarsi. Chissà nonno cosa direbbe se sapesse. Che volevi dirmi nel sogno, nonno? Niente, lo so. Solo ricordarmi l’origine. E, nonostante quell’origine, ricordare la mia originalità: una specialità, un’unicità che comunque proviene da qualche parte, scorre nelle vene di qualche fiume che parte da molto più lontano. Non siamo gli alberi isolati nel deserto in Namibia. Non siamo pianeti senza orbite. Non viaggiamo senza un’orbita né senza altri pianeti a contorno perché non esistiamo finché qualcuno non ci guarda.

A sedici anni ci ho messo venti giorni a riprendermi. Forse a venti giorni nemmeno sono arrivata. Al ventiduesimo già amavo un altro. Ma la malinconia è sempre stata mia e quell’amore liceale me lo ricordo ancora. E ricordo ancora quanto mi fece impressione rincontrarlo anni dopo, quando già eravamo cresciuti e si era anche già maturata una seconda rottura (che poi sarebbe quella dei 25). Trovai familiare quel profumo di pelle e lo sguardo vispo di quegl’occhi scuri. Un sorriso sornione. Non mi ci ritrovavo più in quel sorriso, ma sì, mi ricordavo quanto mi aveva fatto stare bene. E anche male. Male di quel dolore di cui sopra, sempre intenso, seppure riproporzionato a un’età che ha ancora tutto come possibilità.

Oggi, mentre guardi il bicchiere di vino a quel tavolo al quale non vorresti essere ma dove sei perché la vita va avanti anche se per un po’ penseranno di te che sei una ragazza triste, vieni colta dall’illuminazione che dal dolore non puoi e non devi salvarti. Nessuno può alleggerirti la pena, a parte il tempo, come dicono tutti.

Oggi invece non ti salvi neppure un po’. Oggi sei solo triste.

 

 

 

(Il testo è di Federica Lucantoni, la foto di Manuela Agostini)

 

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