“La semantica nella maternità interrotta” di Erika Zerbini

“La semantica nella maternità interrotta” di Erika Zerbini


Erika Zerbini, blogger di Professione Mamma, ci ha contattato dopo il post dell’8marzo scorso (Allattamento, una questione di linguaggio), proponendoci un post sulle carenze semantiche che si porta dietro la maternità interrotta. Il testo di Erika, oltre che un’acuta riflessione linguistica, è anche toccante e bello.

Un benvenuto a lei sul nostro sito.

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LA SEMANTICA NELLA MATERNITÀ INTERROTTA 

Ricordo benissimo una delle prime ecografie: ancora non sapevo che quell’immagine sfocata rappresentasse una bambina, ma tutti sapevano che quell’immagine sfocata fosse la mia bambina.

Lo sapevano tutti, anche il ginecologo, che ha stampato più di un’immagine e me l’ha consegnata nelle mani con un sorriso, affinché potessi già riempire il suo album di fotografie.

Poi è capitato che ad una successiva ecografia il monitor restituisse una figura ambigua: allora non solo non si poteva ancora capire che fosse una bambina, ma a stento si poteva intuire che fosse stata una bambina. Le uniche informazioni certe che potevamo evincere erano che il suo cuore non batteva più e che io mi ero trasformata in una MEF (Morte Endouterina Fetale).

Le parole sono legate alle immagini, le immagini sono legate alla natura e la natura è legata alle aspettative sociali.

Quando un’immagine non rappresenta ciò che le aspettative sociali si aspettano, la natura scompare e tutte le parole scelte per descriverla si trasformano.

Le aspettative sociali prevedono che la gravidanza produca un figlio.

Le aspettative sociali prevedono che il figlio sia un cucciolo d’uomo vivo.

Le aspettative sociali prevedono che la generatrice di quel figlio vivo sia definita madre.

Le aspettative sociali non prevedono nulla di alternativo a questa serie di fatti e conseguenze: la natura dell’aborto è negata.

Perciò, quando capita che un figlio muoia durante la gravidanza, le aspettative sociali si attivano per la sua rimozione, come se non fosse mai esistito; quel figlio non è più definito ‘bambino’, ma materiale abortivo o grumo di cellule; stabiliscono che il grumo di cellule non sia partorito, ma espulso; sanciscono che chi lo ha espulso non sia una madre, ma una Mef.

La verità qual è?

Ognuno è libero di scegliere la propria, ho compreso nel tempo che non esiste una verità assoluta e che tentare di affermare la propria come tale è un’usurpazione, una violazione, una prevaricazione della sensibilità altrui.

Col tempo ho compiuto la mia scelta e per compiere la scelta più adatta alla mia sensibilità, ho ascoltato il mio cuore e l’ho messo in relazione col cervello: ho analizzato le parole, il loro significato e il loro senso dentro di me.

Le parole chiave sono: madre e figlio, morte e vita, nascere e partorire, aborto e lutto.

Madre: donna che ha concepito e partorito (Treccani).

Figlio: il generato rispetto ai genitori (Treccani).

Morte: la cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso (Treccani).

Vita: lo stato di attività naturale di un organismo che avvia e coordinamento funzioni inerenti alla sua conservazione, sviluppo e riproduzione, considerate anche in relazione con l’ambiente e gli altri organismi (Garzanti).

Nascere: venire al mondo, alla luce, alla vita (Treccani).

Partorire: dare alla luce, attraverso il processo fisiologico del parto, una creatura (Treccani).

Aborto: dal latino abortus, participio passato del verbo aborior, che vale perire, venir meno nel nascere (Dizionario etimologico).

Lutto: dal latino luctus, da lugere: piangere (Dizionario etimologico).

La mia verità è che ho abortito una piccola bambina: lei è venuta meno nel tempo in cui si stava formando per nascere.

Lei non ha mai respirato la nostra aria, ma io le ho ugualmente dato la luce: l’ho partorita, perciò lei è nata.

Per alcuni mesi, nel mio grembo, il suo cuore è battuto e le ha permesso di crescere, poi ha smesso. È morta.

Muore solo chi è in vita. Perciò lei ha vissuto. Lei è vissuta e io sono stata sua madre.

Curiosamente non esiste un termine che definisca i genitori che perdono i loro figli: c’è un termine che definisce i figli che perdono i genitori (orfani); c’è un termine che definisce il superstite dopo la perdita del coniuge (vedovo). La genitorialità è qualcosa che non muore con la morte dei propri figli: si è sempre madri e padri, anche se i figli non vivono più.

Quando una persona cara muore, si prova un grande sentimento di dolore, si piange moltissimo: si è in lutto.

Così io sono stata una madre in lutto per la morte di una figlia (e poi due).

Grazie all’accettazione della mia condizione, ho imparato a vivere senza i figli, morti prima del previsto.

Durante il mio percorso di accettazione ho sperimentato sentimenti di solitudine, di anormalità, di vergogna.

La solitudine legata alla negazione sociale della mia condizione.

L’anormalità, legata ad una maternità anomala, non riconosciuta socialmente.

La vergogna legata alla disattenzione dell’aspettativa sociale: non ero stata capace di dare al mondo dei figli vivi. Ero una madre che non sapeva far vivere.

L’aspettativa sociale non contempla la morte durante l’attesa come un’opzione possibile, tuttavia essa non solo è possibile, ma è anche piuttosto frequente: si stima che il 30% delle gravidanze esitino con la morte del bambino.

In natura l’aborto è un fatto tutt’altro che raro.

Offrire parole adeguate ad un fatto comune, mi ha permesso di uscire dalla sensazione di lutto, di scoprirmi umana e non onnipotente: ho accettato di non aver controllo sulla vita e sulla morte dei miei figli e di fare tesoro del loro passaggio nella mia esistenza, poiché l’unico potere che ho, la scelta che posso compiere, è quella di decidere cosa fare del dolore che la morte porta con sé, ma soprattutto di decidere cosa fare della gioia che una nuova vita cresciuta nel mio grembo produce. Ho scelto di tenere con me il ricordo meraviglioso del mio essere stata la loro mamma e di ascoltare quel cambiamento immenso che il loro passaggio ha mosso dentro di me. Sono la donna che sono, sono la madre che sono, anche perché sono la loro madre.

Talvolta adeguarsi alle aspettative sociali ci rende prigionieri di realtà che non ci appartengono, realtà che negano la nostra stessa natura.

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