La “giustezza grammaticale”, come si valuta?

La “giustezza grammaticale”, come si valuta?


Riflettevo sull’arduo compito degli insegnanti di italiano che, con la loro matita rossa e blu, decidono se una frase è corretta o sbagliata. Ci pensavo proprio ieri, dopo aver sentito le lamentele di un’amica insegnante che si stava portando a casa, da scuola, due pacchetti di compiti in classe di italiano.

La mente mi ha portato indietro nel tempo. Facevo la terza media e avevo cominciato a scribacchiare qualcosa su un blocco a quadretti con la copertina verde. Era l’embrione di altra carta che avrebbe visto la luce anni dopo.

A quell’epoca, a scuola, avevo difficoltà a scrivere. Un giorno capitò però una grande occasione: un tema libero.

Decisi di raccontare una fatto personale: il ricordo che avevo della morte di mio nonno. Scrissi quel tema con tutta l’intensità che potevo (e sapevo). Lo rilessi molte volte e mi sembrava filare, mi piaceva. Per una volta la mia scrittura aveva preso forma così come già lentamente stava facendo su quel mio blocchetto verde che tenevo nascosto nel cassetto della mia scrivania, in cameretta.

Di quel tema sulla morte di nonno ricordo in particolare una frase:

[dopo la morte di nonno] Mio padre era tornato la mattina presto, con sé un peso molto più grande di una valigia piena di vestiti…

Questa frase, ricordo bene, l’avevo volutamente lasciata senza verbo. Inconsapevolmente ne apprezzavo la forma aulica ed ero convinta che la Prof. se ne sarebbe accorta pure lei.

E invece, nonostante il compito fosse andato bene, trovai una prevedibile correzione proprio su quella frase.

[dopo la morte di nonno] Mio padre era tornato la mattina presto, con sé portava un peso più grande di una valigia piena di vestiti.

La forma aulica non era stata recepita e vinceva inesorabilmente la giustezza grammaticale di soggetto-verbo-complemento. All’epoca pensai che la verità fosse una sola e che la ragione ce l’avesse la mia Prof (che peraltro stimavo e stimo tantissimo). Ci volle una vita per capire che non era così.

Ci volle la linguistica, il pensiero filosofico sulla lingua e sul linguaggio in generale. Ci volle la scoperta della norma grammaticale come idea platonica, lontana dalla realtà dei parlanti. Ci volle la sociolinguistica per comprendere il senso della varietà che il parlante, la situazione comunicativa, il contesto sociale o la varietà geografica possono dare all’espressione linguistica. Ci volle la poesia per capire che un verbo può essere eliminato e che un neologismo non equivale al peccato originale.

Ci volle del tempo e ce ne vorrà ancora per far comprendere e comprendere che ogni elaborazione testuale ha il suo senso solo nel momento, nel luogo, nel tempo e nello stato d’animo del parlante – pezzo unico di questo mondo – che desidera concettualizzare un pensiero o un sentimento.