“Il vino della solitudine” di Irène Némirovsky – verso una femminilità consapevole

“Il vino della solitudine” di Irène Némirovsky – verso una femminilità consapevole


[…] sono così imperfetta, così piena di rancore, così egoista così orgogliosa… Non ho umiltà, nel cuore, ma vorrei ardentemente essere migliore… A partire da oggi, lo prometto.

Come vi avevo accennato qualche giorno fa sul blog, mi sono incontrata con la Némirovsky per caso una paio di mesi fa e da allora, a parte averla intervallata con qualche altra lettura, non ci siamo più lasciate.

Per me oramai non è più solo una scrittrice, ma una voce di sottofondo, scandita in maniera delicata e sapiente, che risuona dall’e-reader (che ho sempre in borsa in modo da non rischiare di rimanere senza letture – magie da e-book!) pronta a farsi ascoltare quando ne ho voglia.

La voce di Iréne è chiara, ricca di introspezione e paesaggi interiori, magnificamente descritti attraverso una scrittura semplice e lineare. La dimostrazione che la bella scrittura quasi sempre si nasconde nella semplicità e non nella verbosità boriosa di chi dà alla forma più importanza che al contenuto.

Irène Némirovsky è un’innata psicoterapeuta

se si considera che la capacità analitica è un’indole più che una facoltà da apprendere accademicamente. Irène è maestra di analisi: sa descrivere le emozioni dei suoi personaggi perché li ha osservati, studiati, elaborati.

Partendo dal fatto che vi consiglio di leggere quanto più possibile di Irène Némirovsky, credo che “Il vino della solitudine” sia uno dei suoi romanzi più belli: scorre fluido come acqua di ruscello, calandosi però negli anfratti reconditi e nelle contraddizioni dell’animo umano.

Romanzo autobiografico: anche per questo l’ho amato.

Ma Hélène amava lo studio e i libri, così come altri amano il vino, per il loro potere d’oblio.

Nel “Il vino della solitudine” viene romanzata la storia dell’autrice attraverso gli occhi della giovane Hélène nel suo percorso di consapevolezza: dall’infanzia all’età adulta. Abbiamo conferma che “Il vino della solitudine” sia un romanzo autobiografico dalla stessa Irène la quale, prima di essere arrestata, scrive in un quaderno di appunti, accanto al titolo del libro: “Di Irene Némirovsky per Irene Némirovsky“.

Sin da principio, le vicende della giovane Hélène sembrano diventare quelle del lettore. La scrittura ci trasporta nei panni stretti della giovane, ingabbiata nella sua vita infelice. Percepiamo la noia di cene in famiglia, la rabbia nei confronti di una madre ostile ed autoritaria, il senso di ingiustizia, la tristezza e quel perpetuo senso di solitudine che pervade tutta la vita della protagonista.

Il rapporto madre-figlia torna in questo romanzo come in altri testi (si veda ad esempio “Il ballo“, dove l’ingiustizia provata dalla giovane protagonista addirittura si realizza in una vendetta o “Jezabel“, dove l’egoismo di una madre incapace di invecchiare segnerà per sempre il destino di una giovane figlia).

Madri vessatorie, accusatrici, distanti, ostili, egoiste e incapaci di affetto sono quelle descritte dalla Némirovsky. Ne “Il vino della solitudine”, la madre della protagonista sembra addirittura infastidita dalla presenza della figlia. Costante il tentativo – forse inconsapevole – di minarne le fondamenta per paura, vedendola diventare adolescente e poi donna, di perdere agli occhi del mondo quella giovinezza incessantemente ricercata e da Irène descritta nei minimi dettagli. La tristezza di Hélène, a poco a poco, si trasforma in odio e sprezzo delle proprie origini.

Attraverso la costante autoanalisi, però, la protagonista riuscirà ad individuare l’esigenza di essere altro rispetto al modello proposto da sua madre: altro da se stessa. La vedremo superare il rancore, il senso di ingiustizia e il desiderio di vendetta in un delicato percorso analitico:

Con quale diritto guarderai gli altri con disprezzo, se non sei più forte o migliore di loro?… Ho passato la vita a combattere contro quel sangue odioso, ma è dentro di me. Scorre in me”, pensò sollevando un braccio sottile e ambrato, con le vene in trasparenza, “e se non imparo a vincermi, quel sangue acre e maledetto sarà il più forte…”

La descrizione di una femminilità attuale

La ricerca perenne di una giovinezza imperitura non è poi molto diversa dai modelli di femminilità della società odierna. Tutte le energie della mamma di Hélène sono tese alla conservazione di un’immagine: quella di una donna bella e ricca, sempre perfettamente truccata, piena di gioielli, ma sempre preoccupata di camuffare la sua età di fronte al più giovane amante Max. Appare tanto palesemente la nevrosi di questa donna che Hélène, per colpirla, prova a sfruttare la propria giovinezza e ad accaparrarsi l’amore del superficiale Max, riuscendoci.

A quel punto potrebbe consumarsi la vendetta, realizzarsi l’odio, esplodere la bomba di risentimento, ma Hélène decide invece di fermarsi:

Sì, è strano, ma per la prima volta nella mia vita posso pensare a lei senza che il mio cuore frema o diventi pesante come una pietra… Ho perfino un po’ pietà di lei…

Il percorso di crescita, elaborato nella solitudine delle sue conversazioni interiori, la porterà a capire che la vendetta la renderebbe meschina e che vincere se stessa sia l’unica possibilità di crescita.

Cosa ricorderò di questo libro?

Il percorso introspettivo di Hélène, i lati oscuri dell’anima femminile ed il concetto di “ombra”, descritto dall’autrice con sapiente maestria:

“[…] Credimi, non si ama un uomo per lui stesso, ma lo si ama contro un’altra donna…”

Il conflitto tra donne, tra generazioni di donne, è una costante e si realizza in un’opposizione, sempre perdente, di giovinezza e vecchiaia, un combattimento dal quale la ormai solida Hélène si tirerà fuori.

Le conclusioni cui Hélène giunge sono anch’esse ben delineate e appaiono schiette e chiare, né scontate né buoniste, risultato di un vero percorso di crescita e di consapevolezza:

Io non sono ipocrita, non mi faccio migliore di quello che sono: non sono buona, non voglio essere buona… Essere buoni ha qualcosa di insipido, di molle, di soffocante… Ma io voglio essere più forte di me stessa, voglio vincermi…

E, attesa la morte del padre, figura affettuosa (quando non condizionato dalla madre e non preso dagli affari), Hélène decide di iniziare la sua vita, staccandosi dai rancori, dalla madre e dal fardello di pesantezze che ogni essere umano ha come bagaglio di partenza:

Non avrei mai lasciato mio padre”, rifletteva Hélène. “Ma è morto, è tranquillo, ora, e io sono libera, affrancata dalla mia casa, dalla mia infanzia, da mia madre, da tutto quello che odiavo, da tutto quello che mi pesava sul cuore. Ho respinto tutto e sono libera. Lavorerò. Sono giovane e in buona salute. Non ho paura della vita”

Ho visto sfumare l’immagine di questa giovane donna lungo il sentiero che poi è la vita, apprezzandone il passo deciso, la forza e la capacità decisionale di iniziare una nuova esistenza, da sola, con la certezza che quella sia proprio l’unica strada da percorrere.