Il tempo è denaro: sì, ma quale tempo?

Il tempo è denaro: sì, ma quale tempo?


Questo post è nato dal commento di Eleonora Cirant all’articolo di Federica intitolato Un mondo del lavoro “dinamico”.

Ha scritto Eleonora:

etimologia di dinamico: da dunamis (greco), “forza”, “potenza”
che concerne il movimento dei corpi, in quanto è il prodotto di forze che agiscono attualmente e continuamente.
Ma quanto è stressato il nostro corpo (dunque: noi) dall’essere contiamente e attualmente agito da forze contrastanti?

Questo commento mi ha rimandato alla questione dei “tempi di lavoro”, su cui ho riflettuto molto durante i miei studi sul lavoro femminile negli anni Settanta.

Il tempo di lavoro viene spesso definito come tempo produttivo

Durante le ore di lavoro si produce qualcosa: un manufatto, un progetto, un documento, un libro o qualunque altra cosa.

La produzione implica sempre un’attività di qualche genere: non si può produrre semplicemente stando fermi, equivarrebbe ad una perdita di tempo inconcepibile.

Per produrre c’è bisogno di movimento: movimento delle idee e dei pensieri, delle mani e dei corpi, movimento delle macchine, movimento delle lancette d’orologio.

Il tempo è denaro: il proverbio recita così, ma andrebbe corretto aggiungendo “il tempo di produzione è denaro”, perché il tempo improduttivo è considerato solo una perdita di tempo e, di conseguenza, di denaro.

Il dinamismo che il mondo del lavoro pretende da noi si basa sul falso assunto che la ricchezza sia l’impiego spasmodico di ogni ora, minuto e secondo per produrre qualcosa. Per stare dietro a questa esigenza abbiamo bisogno di correre, rispondere a stimoli diversi, tenerci sempre aggiornati e non sbagliare mai e non dimenticare nulla perché chi si ferma è perduto e tu di certo non vorrai restare fermo a dormire e pigliare pesci! Oh!

E va bene, il tempo sarà anche denaro, ma sarà poi così giusto pensare che le pause ed i silenzi siano improduttivi? A me sembra piuttosto che le idee migliori, i “prodotti” migliori arrivino dopo una vacanza (vacanza intesa come un’assenza da se stessi), dopo un periodo di vuoto e di buio.

Al contrario, mostrarsi sempre lucidi ed attenti non può che inaridire l’animo e, alla lunga, bloccare o peggiorare la qualità della “produzione”.

Questo ragionamento non è completamente mio: come vi avevo già anticipato, deriva dalle idee femministe degli anni settanta (e da quelle di molti altri femminismi di altre epoche). Come le donne dei movimenti hanno sempre spiegato, una vita basata solo sul tempo di lavoro, sui ruoli professionali e sulla carriera lascia fuori una parte molto importante dell’essere umano. Così, le femministe hanno proposto di valorizzare il tempo della “non produzione”: quello improduttivo delle pause e del tempo libero e quello – indispensabile – della Riproduzione.

Il tempo della Riproduzione è quello della Cura (e lo scrivo con la maiuscola): Cura delle persone più deboli, degli anziani, dei figli; tempo della maternità, ma anche della paternità, della “nonnità”, della pensione (che forse non avremo mai); tempo nostro, dedicato all’essenza più profonda del nostro animo.

E se pensate che il tempo della Riproduzione non abbia un valore, provate a leggere lo studio un po’ datato ma ancora molto interessante di Fiorella Padoa Schioppa (La forza lavoro femminile, 1977). Nel libro, la sociologa ha calcolato con precisione l’immenso valore del lavoro delle casalinghe, misurandone l’incidenza sul PIL nazionale. Del resto, per comprendere quanto valga il lavoro di una casalinga basta fare una semplice operazione: immaginate di prendere una donna di servizio 7 giorni su 7 24 ore al giorno, moltiplicate la paga oraria per il numero di ore settimanali complessive (168) e scoprirete che lo stipendio di un impiegato non basterebbe a pagarla.

Insomma: il lavoro improduttivo pone le premesse affinché le nuove idee siano realmente innovative. Il tempo riproduttivo, invece, è la base dell’equilibrio psicologico di ogni persona sensata, e su di esso si regge la rete delle relazioni umane, cioè la società.

Siamo ancora così sicuri che soltanto il tempo produttivo sia denaro?