Felicità

Felicità


Tra i miei ricordi più belli c’è questo.

La mattina della partenza per una vacanza (e sarebbe stata una lunga vacanza, perché a quel tempo si stava fuori anche un mese intero) mi piaceva svegliarmi prima di tutti gli altri, anche prima di mia sorella, che, immobile, respirava a piccoli intervalli regolari accanto a me.

In quel tempo fermo, alzavo la testa e mi guardavo intorno: la stanza completamente invasa dai bagagli. Di lì a poco, mio padre sarebbe entrato e avrebbe iniziato a portare tutto in macchina. Dalle valigie tutte intorno ai nostri lettini, ecco occhieggiare un secchiello, ecco sbucare la manica di un golfino per le ventilate serate di luglio.

Non avevamo trolley, non so nemmeno se già se ne vedessero in giro. Ad otto anni, comunque, io ne ignoravo completamente l’esistenza. Le nostre valigie erano borsoni di tela o di pelle, blu, nere, gialle e marroni, le stesse di sempre.

In cosa consisteva il mio piacere.

Consisteva nel restarmene immobile in contemplazione dei nostri bagagli, ammucchiati sul pavimento della mia cameretta come su una banchina in attesa del treno.

Sentirmi e non sentirmi già in viaggio.

Avere davanti agli occhi la rappresentazione, nonché la promessa, della felicità futura, percepirne la bellezza ancora intatta, prima che si iniziasse a viverla e si disfacesse giorno per giorno, come è naturale che sia.

Nella sospensione del tempo (la casa addormentata, le palpebre infantili di mia sorella, la luce dorata attraverso le fessure delle serrande rosse) riuscivo a percepire la bellezza in procinto di sbocciare, la stessa che, durante la fioritura, non avrebbe lasciato nemmeno il tempo necessario ad ammirarla.

Certo, tutte queste cose allora non le potevo capire, in fondo cosa ero se non una bambina emozionata per la partenza? Ma oggi so che era così.

Domani partirò per un viaggio e non avrò tempo nemmeno per aspettare la sveglia. Aprirò gli occhi ed entrerò come in apnea nei preparativi necessari ad affrontare una partenza nell’età adulta. Mi manca la leggerezza con cui si partiva da bambini, ma più di tutto mi manca l’incanto con cui si restava in contemplazione del futuro, non una strada tortuosa fatta di obiettivi e pericoli, ma un sogno ad occhi aperti, una porta larga e senza confini da attraversare con passo lieve.

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