Dialoghi con il Dottor Z. – la ricerca del “chi sei?” perduto #2

Dialoghi con il Dottor Z. – la ricerca del “chi sei?” perduto #2


(Prosegue da Che il viaggio di Ulisse abbia inizio #1)

Le pareti della stanza del Dottor Z. sono scure. Nere, mi pare. Ricoperte da una carta da parati anni ottanta che a me ricorda proprio una moquette. In alcuni punti compaiono delle composizioni floreali dai colori stinti. Non distinguo il confine con l’armadio – è tutto nero.

Il mio vecchio registratore dell’università è manchevole in questo: sa immortalare le nostre chiacchiere con il Dottor Z., ma omette questi particolari che invece io non considero banali: la composizione di quella stanza, le pareti piene di libri ed i colori scuri, paiono cullare la nostra conversazione, dando al tutto la forma di un sogno.

Il divano dove siede il Dottor Z. è anonimo e quasi stona con il resto della stanza. Mi sembra l’unico elemento industriale – forse un’Ikea? – che smorza un po’ l’atmosfera onirica che ho – o che il Dottor Z. ha? – creato nella mia testa. Mi chiedo se anche Laura non stia pensando lo stesso. Conoscendola, forse sì.

Sento che quel pezzo di arredamento fai da te sia lì a dirci: “ragazze, anche se non sembra siamo ancora sulla terra”.

Nella nostra ultima conversazione, il Dottor Z. aveva appena accennato al disagio dell’anima. Dove per “disagio” si intende molto più di “dolore”, così come Treccani dettaglia:

Mancanza di agi, di comodità […]; condizione o situazione incomoda: soffrirepatiresopportare disagi di ogni specie.

o anche:

Senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericamente senso d’imbarazzo.

e, soprattutto, nel suo valore antico:

Mancanza di cosa necessaria o opportuna.

Anche per il Dottor Z., in un certo senso, il disagio è una mancanza: la mancanza dell’armonia interiore. Il disagio nasce nel momento in cui l’essere umano smette di essere in armonia con se stesso. E non essere in armonia significa che il “che fai” non coincide con il “chi sei”. Tale incongruenza pone in essere lo stato disarmonico, dal quale si può uscire solo attraverso la scoperta del “chi sei” perduto.

Ed ecco che inizia il viaggio di Ulisse verso la scoperta di sé. E, in qualche caso, verso l’analisi (alla quale Dottor Z. ancora non ha fatto esplicitamente cenno).

La natura lancia la sfida e manda il messaggio di disarmonia attraverso il disagio dell’anima.

Ma perché siamo disarmonici?

chiede il Dottor Z. con aria di chi la sa lunga.

Perché agiamo – il che fai – basandoci su impostazioni culturali date per buone, e socialmente accettate, senza pensare ai nostri reali bisogni – e senza fare i conti con il nostro chi sei.

Mi crollano addosso una valanga di domande su di me e sulla mia vita: come agisco, io? seguo regole fondamentali o ne produco di mie? quali sono i miei bisogni?

Non ho tempo di rispondere perché il Dottor Z. prosegue in quel suo monologo e mi ha trascinato con lui: ci sto dentro con tutti i miei sandaletti estivi.

Ogni individuo è unico!

dichiara limpidamente. Io sorrido.

L’ho sempre pensato e saputo.
Anzi, l’ho sempre saputo ma non sempre pensato perché qualche volta non l’ho creduto fino in fondo.

Nessuno lo aveva espresso davanti alle mie orecchie fino a quel momento,  né io lo avevo mai elaborato con tanta semplicità.

Dire che ogni individuo è unico significa dire che il mondo  è bello e pieno di possibilità. Implica una variabilità che rende ogni essere speciale.

Seppure imperfetti, gli individui sono unici.

Esiste una me e basta: bella o brutta, simpatica, antipatica, con un bagaglio emotivo, di esperienze, familiare. La mia unicità ne incontra altre, con alcune si mischia, con altre no. Quando si mischia crea reazioni chimiche che, nei casi più fortunati, danno vita a moltiplicazione e a ricchezze emotive. Ogni individuo però agisce, e agisce in una società strutturata i cui scopi ed obiettivi sono unificati e le cui regole generali sono note.

Ogni individuo, data la sua unicità, agisce gli effetti che il proprio senso di appartenenza culturale gli richiede. Anche se quell’agire non necessariamente coincide con la sua unicità.

Ma è proprio l’unicità che spezza la routine e che pone le basi per la rottura delle convenzioni e per l’evoluzione della specie, della quale parlò con tanta chiarezza Charles Darwin.

L’unicità rompe gli schemi e dà vita all’evoluzione.

E l’evoluzione c’è solo se si mette in atto la sperimentazione della coscienza. O meglio: la conoscenza della propria coscienza, della propria personalità.

E la personalità altro non è che l’insieme dei bisogni autentici di un individuo. Autentici perché verificati dalla coscienza.

Il disagio dell’anima è un malessere, la sfida che la natura lancia ad Ulisse, obbligato, dalla natura,  a scoprire se stesso e sottoposto all’onere della prova che, sicuramente – perché la natura non manda prove che non possono superarsi – lui può e deve sostenere.

 

(la foto è stata gentilmente concessa a il Vino e le Viole da Manuela Agostini, Manufotografer)