Cosa è l’Amore? Frammenti di un discorso amoroso

Cosa è l’Amore? Frammenti di un discorso amoroso


Per Ines

Cos’è l’Amore?

Ci prova Barthes a spiegarci la teoria dell’amore.
Non solo ci prova, ci riesce pure.
Scorpora, spacchetta, divide. Sfida il linguaggio, lo analizza, comprova attraverso esempi. Esiste un vocabolario per la cosa amorosa e lui lo studia tutto, e ce lo riporta. E noi ci ritroviamo, altroché se ci ritroviamo. L’amore è universale! Sì che lo è. Se qualcuno vuol provare a farvi credere che non lo sia, sappiate che mente. Non siamo soli, non siete soli.

il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?), ma non è sostenuto da nessuno

Barthes sostiene, e lo sostiene non solo esplicitamente ma anche attraverso il modo in cui struttura “Frammenti di un discorso amoroso”, che il linguaggio è la cosa che più si avvicina alla verità intoccabile dell’amore. Sappiamo dell’amore quello che dell’amore possiamo dire ma, parlandone, sapremo di dire solo una parte di ciò che l’amore è. Se, come diceva Umberto Eco, in ogni traduzione da una lingua a un’altra c’è una perdita di significato, allora parlare d’amore significa perdere quello che l’amore significa: tentarne la traduzione in un linguaggio comprensibile implica perdere il senso di quella lingua inconoscibile che è l’amore. Ma, d’altro canto, il “parlarne” non è che l’unico modo per avvicinarsi a capire l’amore. Credo sia abbastanza confuso quello che ho detto, e così è la parola d’amore: intoccabile, incomprensibile, inconoscibile. Perché l’Amore fugge.

i segni non sono delle prove, dal momento che chiunque può produrne di falsi o di ambigui. Ecco quindi che, paradossalmente, ripiego sull’onnipotenza del linguaggio: poiché niente rende sicuro il linguaggio, io farò del linguaggio la sola e ultima certezza: non crederò più all’interpretazione.

Per questo, a dispetto delle interpretazioni, contano le dichiarazioni. Contano per sancire: io ti amo, tu mi ami, quanto mi ami?

perché una cosa sia saputa, bisogna che sia detta; ma anche, appena detta, essa è, molto provvisoriamente, vera.

E quindi dire serve, ma è quel minimo indispensabile per raggiungere quel livello, comunque insufficiente, per far comprendere qualcosa all’Innamorato che non ha a disposizione un sistema di segni sicuri.

In questo lavoro immenso, Barthes descrive tutte le sfumature, positive e negative, che comporta l’innamoramento. Non ci risparmia né risparmia se stesso dal ridicolo di parlarne. Perché chi parla del ridicolo dell’innamorato ammette implicitamente di conoscere l’argomento della conversazione e dunque di essere stato un ridicolo innamorato. Barthes non risparmia nessuna sfumatura del discorso amoroso, descrive l’Agonia, l’Attesa, l'”Adorabile”. L'”Adorabile”, parola utilizzata per descrivere il soggetto amoroso, sembra a Barthes una parola piena di tanto e dunque vuota, impossibilitata a contenere ciò che il soggetto amoroso è.

Adorabile vuol dire: questo è il mio desiderio, in quanto questo è unico. “è questo! è esattamente questo (che io amo)!”. Tuttavia, più provo la specialità del mio desiderio, meno sono in grado di precisarla […] il proprio desiderio non può produrre altro che un improprio dell’enunciato. Di questo fallimento linguistico resta soltanto una traccia: la parola “adorabile”

il soggetto amoroso riconosce l’essere amato come «atopos», cioè inclassificabile, dotato di una originalità sempre imprevedibile: per questa ragione “adorabile”.

Si interroga Barthes su cosa significhi dire: “sono innamorato?”. Quante volte io, voi, chiunque io conosca, se lo è chiesto? Cosa vuol dire? Quali sono i sintomi del sintagma “sono innamorato?”.

Per Barthes Innamorato è:

«Sono innamorato? – sì perché sto aspettando». L’altro, invece, non aspetta mai.

Per scappare dallo stato di innamoramento, l’innamorato, consapevole e impaurito dal sentimento inconoscibile che sente, tenta la finta disfatta di quell’attesa: prova del nove del suo status amoroso, e dunque:

Talvolta, ho voglia di giocare a quello che non aspetta; cerco allora di tenermi occupato, di arrivare in ritardo; ma a questo gioco io perdo sempre: qualunque cosa io faccia, mi ritrovo sempre sfaccendato, esatto, o per meglio dire in anticipo. La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

Ma non c’è fuga che tenga, se non nel linguaggio, se non nella negazione: “non sono innamorato”. Ma tale affermazione nulla toglie al sentimento che si invera nel petto dell’Innamorato all’idea dell’altro: “sono innamorato” è un fatto innegabile e non si guarisce da questo. O forse sì, ma non con la semplice negazione verbale di qualcosa che sappiamo esistere altrove.

Tornando al linguaggio, dannato sia il Pettegolezzo, per l’innamorato. Il Pettegolezzo è il dolore che il soggetto prova quando sente parlare dell’amato in terza persona, come se fosse una persona qualunque. “Il pettegolezzo riduce l’altro a lui/lei, e questa riduzione mi riesce insopportabile”. Perché è difficile pensare all’altro come a un lui o a una lei che non sono un io e un tu. Il pronome di terza persona è malvagio, riduttivo, annulla, abolisce, non rimanda ad una persona definita, come l’oggetto dell’Amore è. Nel rapporto con l’Altro, che è sempre tu, sentire la terza persona plurale implica che ci sia un terzo, e il terzo non è ammesso. Quante volte avete vissuto il disagio della terza persona in Amore, avete veramente mai capito cosa vi stava infastidendo? Barthes riesce a spiegarlo dando prova di conoscere l’animo umano.

Barthes schernisce (o forse solo mi sono sentita schernita leggendo) tutte le sfumature che si accompagnano al sentimento amoroso. Racconta tutti sentimenti ridicoli dell’innamorato e ne fa una specie di glossario, una grande enciclopedia: la descrizione di qualcosa di conosciuto e condiviso. Non manca anche la descrizione dello stereotipo dell’Amore, influenzato dalla società che guarda, giudica e si aspetta qualcosa. Infatti l’Amore vive anche di stereotipo: io sono costretto, come tutti, se sono l’Innamorato, ad essere geloso, frustrato, trascurato – a seconda della situazione, ovviamente. Questa è forse la parte che accetto meno, ma più per ribellione che per vera consapevolezza. Odio essere categorizzata e lo stereotipo categorizza. Quando qualcuno insinua che dovrei essere gelosa perché incontro per strada l’ultima amante del mio fidanzato vorrei oppormi a quel meccanismo. Potrei farlo, potrei riuscirci, ma forse quello stereotipo finirebbe da me sull’altra: non sei gelosa della nuova fidanzata del tuo vecchio amante? Non si scappa, insomma. O si scappa con una buona dose di originalità nella relazione che renderà superabile lo stereotipo. Barthes, posso aspirare ad essere un Innamorato originale? Ma se è vero quello che ho scritto fino ad ora e se è vero quanto scritto da questo immenso testo, forse la risposta è no. C’è un che di simile in ogni Innamorato e l’Amore utilizza un codice condivisibile. Anche quando finisce.

L’esilio dell’Immaginario – la fine di un amore

Quando si rinuncia allo stato amoroso il soggetto si vede con tristezza esiliato dal proprio Immaginario. L’innamorato vive un lutto e nel lutto amoroso l’oggetto amoroso non è né morto né lontano: è solo l’innamorato a decidere che la sua immagine deve morire. E questa morte pone in sé una contraddizione. L’innamorato soffrirà due volte e per due forze uguali ma contrarie: soffrire del fatto che l’altro sia presente e affliggersi per la sua “morte”. Ma potrà star certo l’innamorato in esilio che dopo un Amore finito ne verrà ancora un altro: non si finisce di amare, masi, neppure quando si ha voglia di farlo. E ogni amore sarà diverso dall’altro, sempre nuovo, sempre originale (dove per “originale” intendo diverso nella forma ma non nella sostanza di cui l’amore – inconoscibile – sappiamo però essere fatto). Ciò che non muterà sarà il codice dell’Amore, perfettamente descritto da Barthes in tutte le sue sfumature di bellezza e dolore.

Moltissimi hanno provato a parlare d’amore, pochi hanno raggiunto i risultati di Barthes.

Che cosa penso del’amore? – In fondo, non penso niente. Certo, vorrei sapere che cos’è, ma, vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza. Ciò che voglio conoscere (l’amore) è per l’appunto la materia che adopero per parlare (il discorso amoroso).

Il linguaggio del quale è fatto è l’unica cosa certa dell’amore: un qualcosa che con l’amore stesso ha molto poco a che fare.

 

 

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