Come parlare ai bambini: metodo danese per genitori italiani

Come parlare ai bambini: metodo danese per genitori italiani


Questo post è stato scritto da Beatrice Moraldi. Chi è Beatrice Moraldi? facciamolo raccontare a lei: “Sono Beatrice e lavoro da 10 anni nel campo della comunicazione e in quello del giornalismo, due settori che mi fanno entusiasmare e disperare allo stesso tempo, come un grande amore. Sono anche la mamma di un simpatico teppista che va alla materna e ama i Beatles come me, nonché la moglie di un uomo decisamente paziente. Le parole e la scrittura fanno parte della mia vita non solo a livello professionale, ma anche personale. Per intenderci, ero una di quelle bambine che provavano a diventare scrittrici già alle elementari e ora appartengo a quella categoria di persone che affida ancora a carta e penna i propri sentimenti. Non perché sia più romantico, ma solo perché mi riesce meglio”.

Grazie Beatrice e buona lettura!

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Come parlare ai nostri bambini?

Tra le tante responsabilità che ti capita di sentirti addosso con l’arrivo di un figlio c’è quella di dover dosare le parole. Ti cade in testa quasi all’improvviso, quando capisci che il bimbo è abbastanza grande per comprenderle e inizi a avere un dialogo con lui. Non mi riferisco all’inevitabile censura dalle parolacce, che è il minimo sindacale richiesto a un genitore, ma a tante altre espressioni che prima erano usate comunemente dai nostri genitori o dai nonni e che ormai sono bandite dal vocabolario di una mamma moderna. Una madre “new generation”, che rinnega con forza i “cretino!” ben assestati con cui sua nonna metteva in riga i propri sette figli quando uno di loro combinava qualche guaio.

Nessuna di noi, a quanto ne so, ambisce alla perfezione, ma basta leggere anche solo uno dei molti manuali per genitori propinati dal mercato dell’editoria per iniziare a sentire crescere dentro di noi il seme del dubbio. Come devo parlare a mio figlio? Quanti danni posso fare o come posso, invece, aiutarlo usando regolarmente un linguaggio più o meno corretto? Se anche voi vi siete poste lo stesso problema, probabilmente vi sarà anche capitato di paralizzarvi davanti a un suo attacco d’ira o a semplici capricci, per fermarvi almeno un attimo a ragionare, invece di urlargli una volta per tutte: “Falla finita con queste stupidaggini!”, come l’istinto vi avrebbe portato a fare.

Eh no, madre degenere, così minimizzi il suo dolore, gli fai capire che i momenti di sconforto sono inaccettabili, invece di insegnargli ad accoglierli come elemento naturale della vita di tutti. “Ti capisco, ma prima o poi passerà”, una frase simile, accompagnata da un bell’abbraccio, farebbero di te una madre migliore. Ma puoi riuscirci sempre?

Differenze con le generazioni passate

Siamo più attente rispetto alle generazioni di genitori che ci hanno preceduto. Siamo più riflessive e siamo più documentate circa vaccini, cibo biologico e omeopatia.  Ma il punto è: siamo anche più esagerate? Mi riferisco alla madre media, tralasciando gli estremismi da un lato (“Punto ad essere una super mamma”) e dall’altro (“Me ne frego un po’ di tutto e me ne vanto”).

Forse la via di mezzo è sempre la migliore.

Thomas Gordon affermava:

“I genitori che imparano a manifestare attraverso le parole una sincera accettazione del figlio dispongono di uno strumento che può produrre risultati straordinari”

Ma è anche importante non esasperare la questione. Inutile provare a dosare ogni singola frase, col rischio di esaurirsi ed esplodere, prima o poi, in qualche impeto di rabbia incontrollabile, in cui si manderà a quel paese un po’ tutti (figli compresi), usando il linguaggio triviale che tenevamo nel cuore, magari facendo presente al bambino che si stava tanto bene prima di lui (“Ma chi me l’ha fatto fare?”). Dopo aver usato un bel po’ di parolacce di cui tuo figlio non sospettava neanche l’esistenza, potresti ritrovarti a pensare: “Ok, forse ho fatto meno danni  quando gli ho detto che sembrava un cretino…”.

Non esistono bambini cattivi, solo mamme cattive

Parto da un esempio semplice: l’aggettivo cattivo, negli anni, è diventato il Male, per le mamme più attente al linguaggio. “Sei un bambino cattivo” non va più bene, è anacronistico, perché ormai è risaputo che così stigmatizzi il pargolo, lo convinci che sia davvero un cattivo soggetto. Se sei una mamma suggestionabile e usi per sbaglio questo aggettivo, pochi secondi dopo già pensi di averlo condannato a un futuro fatto di alcool, scippi e video poker. Poco importa se fino al nuovo millennio tale aggettivo sia stato usato quasi come intercalare da tutti quei genitori che poi hanno visto i propri figli integrarsi tranquillamente in società.

Inoltre non esistono bambini cattivi, si sa, ma mamme cattive sì. Non dobbiamo aspettarci, infatti, che il bambino, soprattutto in età prescolare, riservi le stesse attenzioni lessicali per noi, ovvio.

Sei brutta, mamma, sei cattiva! Prima eri una mamma buona e ora no!

frasi del genere, scaturite da un divieto banale che è stato posto al piccolo, possono davvero mettere a rischio i nervi della madre, eppure sono più che frequenti.

Sarebbe ipocrita non ammettere che l’istinto porterebbe a rispondergli qualcosa del tipo:

Io cattiva? Dopo tutto quello che faccio per te?

e a rinfacciare una serie di regali e premure che abbiamo avuto nei suoi confronti. No, neanche questo è opportuno perché, lo sappiamo, quello è il suo modo di semplificare un’ambivalenza difficile da gestire anche per noi adulti. Come mai la nostra amica così simpatica può arrivare ad essere tanto insopportabile? Perché amiamo un uomo che a volte ci fa saltare i nervi? Dividendo la mamma buona da quella cattiva, il bambino può sentirsi giustificato a provare amore e avversione nei confronti della stessa persona, in modo ugualmente intenso.

Insomma, non possiamo metterci allo stesso livello del piccolo, anche volendo. Lui non è cattivo, noi dobbiamo accettare di sembrarlo. Magari, oltre a non poter rispondere a tono, dobbiamo anche fare i conti con noi stesse e chiederci se, in quel momento, siamo state effettivamente troppo rigide o se ci siamo mostrate semplicemente decise nel nostro modo di porre un limite plausibile.

Le linee guida dei danesi

Un altro esempio di quanta attenzione dovremmo rivolgere al lessico usato con i nostri figli ce lo offre il libro “Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, che verso la fine dello scorso anno spuntava un po’ ovunque tra librerie e supermercati, con il suo titolo così pretenzioso in bella vista. Le autrici Jessica Alexander e Iben Sandahl hanno analizzato il modo in cui i danesi, popolo tra i più felici della Terra, educano i propri figli, per capire se esista un metodo e delle linee guida generali da esportare nel resto del mondo per riprodurre quella fortunata filosofia di vita. Un po’ tipo franchising.

Ne sono nate considerazioni e consigli che forniscono indicazioni utili per le mamme e i papà, ma che occorre sempre adattare alla propria famiglia e al contesto sociale in cui viviamo. Non siamo danesi, anche se a volte vorremmo esserlo. Sarà per questo che spesso ci ritroviamo a parlare dei nostri figli, anche davanti a loro, con linguaggio sintetico e attributi poco amorevoli, a differenza dei nostri colleghi nordeuropei.

Noi usiamo comunemente espressioni come “è pigra”, “è aggressivo”, “non è studiosa”,  finendo per condannarli a una trama narrativa che non separa l’azione dalla persona, che non si sofferma sull’origine di quei comportamenti. Ma il bambino aggressivo potrebbe essersi dimostrato tale per difficoltà legate ad un periodo particolare della sua vita (magari l’arrivo di un fratellino) e la ragazzina poco studiosa potrebbe essere particolarmente socievole o portata per la musica e lo sport.

Questo i danesi lo sanno, stando alle pagine del libro in questione, e applicano un conseguente processo di ristrutturazione dell’immagine dei figli che fa parte della loro mentalità, ma che agli italiani richiederebbe  uno sforzo in più e tanta pratica. Quanti genitori sarebbero disposti ad applicarsi?

Non basta: i danesi tendono a sottolineare le caratteristiche positive degli altri bambini davanti ai propri piccoli (“E’ così dolce, vero?”, “E’ una bambina gentile, non credi?”), per aiutarli a trovare il lato buono degli altri, in modo tale che questo meccanismo diventi automatico durante la crescita dei ragazzi.

Così come evitano di giudicare approssimativamente le persone alle loro spalle (“Ma come fa a allattare così a lungo al seno?”, “Come fa a lavorare e a lasciare i figli alla babysitter?”), per non fornire ai bambini un esempio di comportamento inutile e dannoso non solo per gli altri, ma anche per se stessi, visto il dispendio di energie negative che comporta.

Ancora: una frase con cui aiutiamo i piccoli a interpretare avvenimenti e sentimenti andrebbe sempre preceduta da un “secondo me” , per chiarire che quella è la nostra visione del mondo e non necessariamente dovrà essere la loro.

Anche i cari e vecchi ultimatum (“Se continui così chiamo tuo padre/ti metto in punizione/andiamo via dal parco”) sarebbero da sostituire con metodi più empatici e, anche quando siamo costretti a dire un “no”, sarebbe importante che il bambino capisse che comunque l’abbiamo ascoltato (“Ho capito che vorresti un’altra merendina, ma…”).

La lode al processo

È finita qui? No. Per essere davvero danesi, almeno nella teoria, attenzione alla lode al processo: non basta uno scarabocchio su un foglio per poter gratificare il bambino con un: “Bravo, sei un grande artista!”. Meglio soffermarsi sull’impegno da lui profuso per creare quel piccolo lavoro.

Perché hai usato questi colori?

A cosa pensavi quando lo hai fatto?

Evitare complimenti esagerati porterebbe il bambino ad essere più umile e soprattutto a pensare che può padroneggiare un’abilità, piuttosto che fargli credere di averla già acquisita. Questo scoraggerebbe la sua “mentalità fissa” (la sua dote è un dato di fatto, è innata) e favorirebbe invece la “mentalità di crescita” (può sviluppare una predisposizione grazie al lavoro e all’impegno). Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi utile nel corso degli studi e nel mondo del lavoro.

Vallo a dire ai nonni italiani.

Sos Tata

Ovviamente, pur non essendo danesi, anche noi italiani possiamo dire la nostra. Prendiamo ad esempio Francesca Valla, meglio nota come Tata Francesca, punto di riferimento di tante madri amanti del programma SOS Tata. Francesca, oltre ad essere un’insegnante, una mamma e un’esperta di pedagogia, ha scritto libri come:”È facile fare la mamma… se sai come si fa.

Premettendo che a mio avviso ogni madre sa, in cuor suo, cosa è meglio per i propri figli e l’unica regola ammissibile è quella di non interpretare i dettami dei manuali come oro colato, anche questo volume offre spunti utili sul linguaggio da usare.

Il bambino urla perché vuole assolutamente i biscotti prima di cena? Invece di minacciarlo e strillare a propria volta, dovremmo spiegargli il motivo per cui non dovrebbe mangiarli, così come dovremmo spiegargli perché non possiamo comprare una nuova bambola quando la vede in un negozio.

La narrazione non distoglie semplicemente il bambino dal compiere un’azione – scrive Francesca Valla nel suo libro – ma gli spiega cosa è sì e cosa è no. Ci sono no che rimangono no per sempre: è importante spiegare sempre il perché.

Le parole, allo stesso modo, dovrebbero fornire al bambino una gratificazione maggiore rispetto al mero premio materiale. “Se fai il bravo/finisci il piatto ti compro caramelle/dolci/giocattoli” , quindi, dovrebbe fare il posto ad un semplice sei stato bravo” della mamma, che per il bimbo dovrebbe risultare più prezioso di qualunque dono. Forse. Almeno in linea teorica siamo tutti d’accordo.

In alternativa il premio dovrebbe consistere, più che in un bene materiale, in un’attività che coinvolga la famiglia: “Sei stato bravo, che ne dite di festeggiare mangiando una pizza tutti insieme?”.

Per concludere, un quesito…

Si potrebbe proseguire a lungo con questo discorso, ma rimane il solito quesito: nelle lunghe giornate stressanti, saremo capaci di applicare anche solo alcuni dei molti suggerimenti dall’alto valore pedagogico che riceviamo?

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