“Come è successo anche a te” racconto di Roberto Fazzi

“Come è successo anche a te” racconto di Roberto Fazzi


Il testo che segue è stato scritto da Roberto Fazzi, un amico di questo sito.

In occasione del secondo compleanno de il Vino e le Viole abbiamo chiesto a Roberto di regalarci uno scritto e siamo onorate di poter ospitare qui un suo racconto. Buona lettura!

Come è successo anche a te

un racconto di Roberto Fazzi
L’acqua era gelida e l’impatto era stato davvero shockante. Pensava che tutto sarebbe stato molto più immediato, più rapido, come un colpo di pistola, come un amore che finisce. Invece niente: il suo corpo d’improvviso era diventato rigido, lui non voleva muoversi ma aveva l’impressione che anche se lo avesse voluto non ci sarebbe riuscito, come gli era già successo durante molti sogni nel corso della sua vita. Come è successo molte volte anche a te. Dopo qualche secondo in cui era stato sommerso dall’acqua stava galleggiando, e questo proprio non se l’aspettava. Sentiva confuse le voci provenire dal ponte e vedeva le luci sfocate dei ristoranti che andavano e venivano mentre la corrente, lenta, lo accompagnava. Nessuno si era accorto dell’accaduto, nessuno si era accorto di lui. Davvero nell’istante in cui un uomo muore la sua coscienza svanisce? Può esistere davvero un momento in cui si smette di esserci? Lo stava per scoprire mentre il suo corpo veniva trascinato senza opporsi. Le statue del ponte si allontanavano  immobili e indifferenti come solo le statue e gli uomini sanno essere, e vegliavano sul ponte come avevano sempre fatto e come per sempre avrebbero continuato a fare, sia che lui fosse stato vivo, sia che lui fosse stato morto.  Era stata una decisione improvvisa, istintiva. In un attimo, come nel racconto di un famoso film, il chiodo aveva ceduto ed il quadro era venuto giù. Fine della storia, la sua, corta, inutile e trascurabile storia. Una storia che lo aveva annoiato per tutta la vita e non lo aveva mai soddisfatto abbastanza. Una storia che al netto della sua arte di idealizzare meritava solo di finire. Era fuggito davanti alla realtà, sempre. Questa volta stava fuggendo dal mondo insieme alla sua chitarra che era volata giù dal ponte insieme a lui, protetta dalla custodia fissata alle sue spalle a mo’ di zainetto. Il peso di quella chitarra che l’aveva accompagnato per tutto il mondo attraverso infiniti giorni avrebbe velocizzato la sua morte o almeno così credeva nell’unico istante in cui aveva pensato a quello che stava facendo, quello del volo. Il Ponte Carlo era alto un decina di metri ed il livello del fiume Moldava gli parve abbastanza alto nei giorni precedenti. Era stata una primavera piovosa a Praga. Era il primo pomeriggio del Tre Maggio Duemilaquindici e Marco Sebastiani, Trentatre anni, cantante di strada e amante della scrittura, aveva deciso di smettere di vivere da circa 20 secondi. Era lontano mille chilometri da casa mentre perdendo conoscenza e tenuto a galla soltanto dalla sua chitarra si ripeteva: “Non siamo nati per essere compresi”. Quelle parole risuonavano forte nella sua testa perse nel vuoto che ogni negazione porta con sé se non accompagnata da un’affermazione. Non smetteva di pensarci. “Non siamo nati per essere compresi”. “È  tardi, è tardi” Non sentiva più il suo corpo. Non voleva più morire. Perché era nato? E per cosa era vissuto? “Non siamo nati per essere compresi”. Non voleva più morire. “È  tardi, è tardi”.

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Il poliziotto, cercando i documenti nella tasca della custodia, trovò’ un foglio protetto  da una busta trasparente di plastica. Su quel foglio era battuta a macchina l’ultima poesia scritta da Marco. La poesia era scritta in italiano ed il foglio non si era bagnato. Una volta rientrato in centrale il poliziotto raggiunse l’ufficio di un collega di origini italiane e si fece tradurre il testo.

 

-Dell’arte di idealizzare-

Nella bianca crepa fra cuore e anima,
dove l’anonima vita cela il bello,
c’era un castello d’ossa rotte
coperto di notte da pesante neve.
Qui una lieve farfalla viveva d’inverno,
in un inferno fresco e piacevole,
e dentro l’agevole speranzosa noia
godeva di gioia concepita a dovere.
Provava piacere nel buio dolore
ammirando il colore della trasparenza
cercando l’essenza della sua solitudine
e una stanca abitudine al suo inutile umore.
Spiava un cantore di rime al contrario
che perso nel divario fra finto e reale,
inseguiva l’alveare in cui rifugiarsi,
solo per fidarsi del proprio nemico
avendo un amico soltanto d’intralcio.
Come uno straccio di seta bagnato
apparve il lodato demone grigio,
brutto prodigio di rara bellezza
che sparse d’ebbrezza persino la terra.
Scoppiò una guerra di gomma leggera
ed in un’atmosfera bigotta e blasfema
confuso nell’ estrema e semplice strada
il cantore e la spada combattevano il nulla.
Poi una fanciulla armata di niente
comparve incosciente, confusa e sicura:
“Ti fa solo paura la tua verità”
E sancì la realtà e la terribile fine.
Ma nel sublime castello d’ ossa rotte
Come ogni notte la memoria svaniva
e la farfalla giuliva nel suo volo
si beava solo del trucco di un’ idea.

Una volta finita la lettura i due si guardarono abbandonandosi ad una fragorosa risata. Il poliziotto di origine italiane accartocciò il foglio nel pugno e fece canestro nel cestino. Farfalle, neve, demoni, castelli fatti d’ ossa, alveari. Tutto incomprensibile.

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L’ambulanza arrivò in circa 15 minuti e si fece largo tra la folla di gente straniera che in silenzio guardava quell’uomo steso sul bordo del fiume, immobile. Il capitano di un traghetto turistico continuava imperterrito a praticare il massaggio cardiaco con vigore. Qualche minuto prima, quando il traghetto stava per approdare alla banchina alla fine del suo tour, alcuni turisti avevano notato una sagoma umana galleggiare nel fiume a distanza di pochi metri e i due componenti più giovani dell’equipaggio avevano trascinato l’uomo a bordo agganciando prontamente il mezzo marinaio arrugginito alla custodia della sua chitarra. Nell’aria c’era profumo di curiosità e paura e se si fosse trattato  della scena di un film la voce del fiume sarebbe stata la migliore colonna sonora immaginabile per quegli attimi. Il medico e i due infermieri scesero dall’ambulanza veloci  e nervosi e si piegarono su Marco. Nessuno sapeva se quell’uomo sarebbe morto o ce l’avrebbe fatta a continuare a vivere. Nessuno sa nemmeno adesso come andò a finire a Praga quel giorno di primavera. Soltanto io lo so. Non siamo nati per essere compresi.

 

Questo Guest Post è un regalo di Roberto Fazzi per il secondo compleanno de Il Vino e le Viole:

Guest post per il 2 compleanno de il Vino e le Viole

 

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