“Avete già deciso il nome?” Domanda da non fare a due futuri genitori

“Avete già deciso il nome?” Domanda da non fare a due futuri genitori


Forse non ci sono molte altre cose da chiedere ad una coppia che aspetta un bambino. Sarà anche per questo che il dialogo attorno all’annuncio di una futura nascita si addensa di solito attorno a due grandi temi: il sesso del nascituro e la scelta del nome.

Sul sesso, poco da dire. Se i futuri genitori ne sono già a conoscenza, rispondono e al massimo vengono incalzati con un’altra domanda indiscreta: “Ma voi cosa avreste voluto?”.

Se invece il sesso è ancora ignoto, partono le dissertazioni per indovinarlo a partire dalla forma della pancia, dall’aspetto della pelle della mamma o da altre strane coincidenze astrali.

Non fa niente, c’è chi si diverte con poco.

Passiamo all’altra grande domanda: “il nome l’avete già deciso?” Ecco, forse questa è una domanda ancora più fastidiosa. A parte il fatto che non tutte le coppie mettono  la scelta del nome al primo posto nella lista delle cose da fare, e magari è davvero una questione da rimandare all’ultimo minuto. A parte questo, dicevo, la domanda sul nome nasconde sempre delle insidie, perché appena si inizia a fare l’elenco l’interlocutore si intromette con il suo parere personale, ovviamente non richiesto.

Genitore: “Vorremmo chiamarlo Marco.”

Interlocutore: “Ah, ma che nome carino, però attenzione, perché alle elementari conoscevo un Marco che sembrava ritardato!”

Genitore: “Ok, ma ci piace anche il nome Ercole!”

Interlocutore: “Siete matti? Pensate alle prese in giro a scuola! No, Ercole no, siate seri, gli rovinereste la vita!”

Genitore: “Beh, in effetti hai ragione. In alternativa avremmo Giuseppe Maria.”

Interlocutore: “Ma è un nome antico. Con tanti nomi belli… Vabbè, la scelta spetta a voi…”

Ecco, forse ho un po’ esagerato, ma era solo per rendere l’idea di come la questione del nome, se di dominio pubblico, possa essere fastidiosa per i futuri genitori, che però la vivono come inevitabile.

Ma siamo sicuri che sia inevitabile?

A quanto pare no! Ieri sera infatti ero a cena da due amici che aspettano un bimbo e che mi parlavano, appunto, del fastidio avvertito quando qualcuno chiede informazioni sul nome e si intromette con la sua opinione personale. Mi hanno detto che un loro conoscente italiano ha scoperto che nei Paesi Bassi la domanda “avete già scelto il nome” non solo non è diffusa, ma è considerata molto maleducata.

Se andate a trovare una coppia che aspetta un bambino ad Amsterdam o Utrecht, non chiedete come hanno deciso di chiamarlo, perché potreste sentirvi dare una risposta acida e molto esplicita, del tipo: “Ma che cafone, come ti permetti?”.

Sono rimasta molto colpita dall’aneddoto. L’importanza attribuita al nome è universale, eppure il modo di vivere il momento della scelta è un fatto non solo personale, ma anche culturale.

Perché, nel nostro Paese, la decisione del nome è un argomento di dominio pubblico? E perché nei Paesi Bassi, invece (ma chissà quanti altri esempi ci saranno), è un fatto così intimo e privato?

La spiegazione che mi sono data è questa: nella tradizione cattolica il nome è sempre stato associato al battesimo degli infanti, che fino a tempi non lontani coincideva anche con l’iscrizione anagrafica, tanto che per studiare la demografia antica si utilizzano i registri parrocchiali.

Perciò: scelta del nome = atto religioso e anche civile = ingresso nella comunità religiosa coincidente con quella civile

In un paese di tradizione cattolica – e non è un caso se parlo di “tradizione” anziché di “fede” – il bambino entrava con il suo nome nella sfera pubblica. La scelta del nome doveva perciò avere una valenza sociale, tanto da autorizzare tutti a dare un parere e un contributo. Oggi, di conseguenza, non solo è tollerato che familiari ed estranei chiedano informazioni o diano giudizi sul nome, è praticamente la norma!

Sono ipotesi azzardate? Forse, e di sicuro sono semplificazioni. Eppure, guarda caso, nei Paesi Bassi la situazione è completamente rovesciata.

E allora continuo con le mie assurde ipotesi: non è forse vero che i tolleranti Paesi Bassi sono stati attraversati dal protestantesimo, e che quest’ultimo, in forme diverse a seconda delle correnti, ha messo in discussione anche la funzione pubblica e sociale del battesimo? Ingresso nella comunità religiosa, questo è vero, vissuto però come momento intimo di accettazione della fede, tanto che in alcune sette si iniziò a praticarlo solo da adulti o a rifiutarlo del tutto.

Aggiungiamo che i Paesi Bassi hanno deliberatamente accolto e tollerato, fin dall’età moderna, ogni popolo e culto religioso, rifiutando l’idea di un’unica religione di Stato. Non è ancora più chiara, adesso, la differenza con il caso italiano?

Allora che si fa, si emigra? No, ma se passo in farmacia mi compro un bel paio di tappi per le orecchie.