Aspettare

Aspettare


Rifletto sul senso della parola aspettare. Penso sia una bella parola, ha un suono netto grazie alla “p” e alla doppia “t”, è parca di vocali (solo la “a” e la “e”) ma sul finale si apre grazie all’infinito in “are”, lo stesso di volare, viaggiare, andare.

Deriva dal latino “adspìcere”, cioè “guardare verso”. Aspettare significa restare fermi a guardare: un gesto carico di attesa, ma un gesto statico. Un gesto sospeso tra un presente immobile e un futuro che incombe o che promette.

Aspettare richiede pazienza. Ad alcune persone riesce meglio, io sono negata. Aspettare è da forti: chi aspetta la mossa dell’avversario ha più probabilità di vincere. Aspettare è da saggi: aspettare prima di dare un giudizio, di farsi un’idea, di sentenziare.

Aspettare la vecchiaia per emettere un verdetto sulla vita. Aspettare richiede tempo, aspettare è da ricchi.

Aspettare è anche da umili, perché a volte non c’è molto altro da fare. Ma c’è chi aspetta con fiducia e dignità, e chi sbatte la testa contro il vetro delle difficoltà come una falena in un bicchiere. La falena non sa aspettare e si rompe le ali.

Se aspettare significa restare fermi a guardare, solo chi sa aspettare sa osservare, e chi sa osservare sa anche vivere.

Aspettarsi qualcosa significa avere già un’idea del futuro, ma per nutrire delle aspettative è necessario avere fiducia. Chi vive nel passato o si lascia soffocare dal presente è condannato a vivere un tempo in cui ogni attimo è incatenato a quello precedente, è solo una rincorsa affannosa verso un presente che si traveste da futuro e che brucia in fretta come stoppa.

Aspettare un bambino è un monumento alla pazienza. Il futuro è incarnato e allo stesso tempo è ancora un’idea.

Il futuro scalcia nel ventre, ha gambe e braccia, a volte ha anche già un nome, ma si cela alla vista di chiunque. Nessuno può conoscerne il volto, la voce, il colore. Aspettare un bambino è la forma più completa e assoluta di attesa: “ad spìcere”, guardare attentamente verso qualcosa che non può essere visto perché siamo noi a nasconderlo al mondo intero e anche a noi stesse.

Aspettare un bambino è anche un concetto contraddittorio. L’attesa presuppone un’assenza o un vuoto, e invece la gravidanza è presenza, vuoto che si riempie.

Non c’è modo di accelerare: l’attesa si compie in un tempo lento, un tempo su cui la scienza, la tecnologia o il progresso nulla hanno potuto. Se l’attesa si conclude prima, qualcosa è andato storto.

Aspettare un bambino significa guardare al futuro, ma al tempo stesso guardarsi mutare ogni giorno, sopraffatte da un presente che non lascia tregua. Si aspetta l’arrivo del figlio, ma intanto siamo noi a mutare forma e contenuto.

Ogni giorno si conclude lasciando dietro di sé una scia di nostalgia e rammarico, perché quel giorno – così unico e prezioso – è andato già perduto. Ma ogni sera contiamo i giorni che ancora mancano al momento in cui finalmente smetteremo di aspettare e potremo guardare negli occhi colui che abbiamo tanto a lungo aspettato.

Ti sto aspettando, impaziente come al mio solito.