Alla faccia di Platone, Aristotele, e la grammatica neutra

Alla faccia di Platone, Aristotele, e la grammatica neutra


Il testo che segue è stato scritto da Eleonora Cirant, filosofa, attivista femminista, ricercatrice e scrittrice. È difficile riassumere in poche righe tutto ciò che fa e, soprattutto, è, ma per sapere qualcosa in più sul suo conto vi consigliamo di visitare il suo blog Racconti del Corpo.

In occasione del secondo compleanno de il Vino e le Viole abbiamo chiesto ad Eleonora di regalarci un suo scritto e siamo onorate di poter ospitare sul nostro sito un suo contributo. Buona lettura!

 

Alla faccia di Platone, Aristotele, e la grammatica neutra

un guest post di Eleonora Cirant

Della scuola elementare ricordo l’odore di mela in cartella e di plastica sui quaderni, i corridoi schiamazzanti, l’imbarazzo della mia mano sudata che ne stringe una asciutta, le punte rotte delle matite e quelle secche dei pennarelli, i water su cui non ci si può sedere, i moccoli messi a stagionare sotto le sedie, la bava iridescente della grafite scarabocchiata sulla formica verde del banco, le gambe stizzite per non poter correre insieme a un calore da stalla mentre fuori gela.

Nel cassetto dei ricordi della scuola elementare c’è anche la pagina di un libro di grammatica. Il libro aveva una copertina arancione e poche immagini… La grammatica doveva essere una faccenda austera, a differenza della storia e della geografia. Su quella pagina era scritto che il genere maschile vale anche come genere neutro. “Le bambine” = le bambine. “I bambini” = i bambini e le bambine. Ricordo che sedevo al primo banco, lato finestra, mentre la maestra somministrava la lezione. Devo aver alzato la mano per farle una domanda piuttosto banale: “perché?” Non riuscivo a spiegarmi questa faccenda del maschile neutro, il libro austero non aggiungeva altri indizi e la maestra aveva altro a cui pensare.

Ho approfondito la cosa con gli adulti della famiglia ed ho ottenuto in cambio un’ulteriore prova che sotto la bizzarria grammaticale c’era qualcosa di grosso, molto grosso. Sul dizionario trovai che “Uomo”= “genere umano” e “il maschio della specie”. “Donna” = “la femmina della specie”. La specie, niente di meno che. Ricordo bene che ne parlammo con Gloria. Eravamo sedute sulla moquette marrone e pungente della sua stanza. La mia amica, un anno meno di me, non sembrava turbata. Io invece ho ancora in bocca il sapore di quella scoperta. Rabbia piccolina come una perla dentro a una conchiglia di stupore. La grammatica era ingiusta e nessuno sapeva spiegarmi perché. Le persone adulte non sanno che cosa rispondere a molte delle domande che le bambine fanno.

Le bambine crescono e le domande si depositano sul fondo del mare. Da grandi, ecco che una mareggiata le riporta a galla e le lascia sulla riva, un po’ consunte ma intatte. Per me è successo con la tesi di laurea. Come studente di filosofia soffrivo di mal di pancia e ne avevo già individuato la causa. Avevo dovuto masticare la misoginia di Platone, Aristotele, e molti altri filosofi considerati universalmente grandi nella storia del pensiero “dell’uomo”. I manuali liquidavano la misoginia in poche righe, cavandosela con “il contesto storico”. Quale contesto? Chi? Dove? Come? Perché?

Fortuna che la grammatica mi aveva insegnato, da piccola, che “universalmente” è un concetto ambiguo e che la parola “uomo” va presa con le pinzette.

Dei grandissimi avevo assaggiato tutto. Quello che mi piaceva lo avevo inghiottito e talvolta anche gustato, ma la misoginia l’avevo sputata come roba schifosa, indigesta. Insulti e punti esclamativi abbondavano ai lati, in certi punti del mio manuale di storia della filosofia. Dov’erano “le femmine della specie” in questa millenaria storia del sapere “umano”? Tutte incapaci di pensiero, mute? E io, allora? Muta e incapace non mi sentivo affatto. Gli indizi del grande inganno già intravisto alle elementari erano sempre più numerosi, ma non sapevo che farmene.

Il Fato è benigno. Proprio mentre sto dando gli ultimi esami, un’amica mi consegna un ritaglio ciancicato di giornale che tiene in tasca per me da qualche tempo. L’amica ha letto su Il Manifesto di una borsa di studio per una scuola estiva di “Storia delle donne” e ha pensato che potrebbe interessarmi. Sgrano gli occhi, abbraccio Lucia e alla prima occasione vado alla sede dell’ente che bandisce la borsa. E’ l’Unione femminile nazionale, dove sono attualmente impiegata come bibliotecaria.

Dicevamo della mareggiata. La scuola estiva organizzata dalla Società italiana delle storiche a Pontignano fu una vera folgorazione. Mi si chiarirono le idee sul perché le donne non c’erano, nei miei libri di filosofia. Perché “Uomo” = “umanità”. Perché quando la maestra aveva detto “bambini, sedetevi” io, che non ero stata un bambino ma una bambina, avevo dovuto sedermi. Sono tornata da Pontignano come quel santo, illuminato sulla via di Damasco. Per la tesi decisi di occuparmi di fonti orali. Il relatore ne fu piacevolmente stupito: una filosofa che si laurea in archivistica, non succede spesso, pare. Il mio lavoro consisteva nel redigere l’inventario di un archivio sonoro, quello che raccoglieva tutte le puntante della trasmissione radiofonica. Ora D, dialoghi in diretta dedicati alle donne è stato il primo rotocalco radiofonico nella storia della radio italiana e andò in onda su Rai3 tra gli anni Settanta e Ottanta. Dovevo fornire le chiavi di accesso a quel migliaio di ore registrate su nastro magnetico. Mi trovai con decine di nomi a cui associare una professione. Non solo cose semplici come “maestra”, “professoressa”, “dottoressa”, “storica”, ma anche cose complicate come “ministra”, “architetta”, “avvocata”… Parole da far venire i brividi.

La mareggiata ha riportato a galla quella vecchia domanda, intatta e luminosa. Una piccola perla di rabbia dentro a una conchiglia stupore. Con un ruggito di piacere ho capito che era arrivato il momento di prendermi la rivincita.

Sono andata in biblioteca in cerca di strumenti e ho trovato due libri preziosi. Il sessismo nella lingua italiana, a cura di Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, 1987, qui un estratto, e Infinito singolare, di Patrizia Violi, Essedue edizioni, 1986.

L’adulta che ero ha potuto spiegare alla bambina che ero stata il perché di quel genere maschile neutro – oltre che di tanti altri fatti. La conoscenza è ali e radici al tempo stesso. In luogo della rabbia, prendeva forma una solida determinazione.

Come si fa nelle tesi di laurea, potevo citare autrici e motivare scelte con riferimenti, in modo scientifico. Fortunata me, perché altre prima avevano dissodato un terreno incolto.

Anche per questo non ho mai preso le distanze dal pensiero prodotto dal movimento politico delle donne, come molte coetanee fanno, né ho mai pensato che il femminismo fosse qualcosa “contro”. Al contrario, il mio femminismo è sempre stato “per”. Quel movimento e quel pensiero mi hanno svelato cosa si nasconde nella neutralità del linguaggio e mi ha dato strumenti per nominarmi.

Forte dei miei nuovi attrezzi da lavoro, ho cominciato a redigere gli indici dell’inventario del fondo sonoro di Ora D.

Per gli indici semantici ho utilizzato il Thesaurus di genere approntato dal Centro studi storici per il movimento di liberazione della donna. Il Thesaurus è frutto del lavoro dei primi anni Novanta, quando si è diffuso in Italia il bisogno di conservare e organizzare la memoria storica del movimento femminista. Si venivano allora istituendo archivi, biblioteche, centri di documentazione delle donne. Molti termini di quel Thesauro non erano compresi dal Soggettario nazionale del 1956, quello utilizzato per la catalogazione semantica dalle biblioteche del Sistema bibliotecario nazionale. “Punto di vista di genere”, ad esempio, non c’era. Oggi quei termini sono entrati nel linguaggio comune e rientrano anche nel Thesauro del Nuovo soggettario.

Oltre agli indici semantici, ho creato gli indici dei nomi. Che liberazione! Mediche, magistrate, poete, ministre, segretarie di partito, poliziotte, vigili … l’elenco è lungo, ci sono tutte.
La storia ha un doppio lieto fine. Il relatore è stato soddisfatto del lavoro, così co-relatrice e la Commissione tutta. Ho salutato l’università con centodieci e lode. Alla faccia di Platone, Aristotele, e la grammatica neutra.

 

Questo Guest Post è un regalo di Eleonora Cirant per il secondo compleanno de Il Vino e le Viole:

Guest post per il 2 compleanno de il Vino e le Viole

 

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