8 marzo: quest’anno parliamo di allattamento

8 marzo: quest’anno parliamo di allattamento


Scrivendo questo post stiamo lanciando una bomba, ne siamo consapevoli, anche se sappiamo che questa bomba punta solo ad aprire un dibattito, di certo non a ferire qualcuno. Ma prima di attaccare le autrici, vi invitiamo a riflettere su una cosa: il fatto stesso che il nostro articolo riesca a creare due schieramenti (chi è “per” e chi è “contro”) dimostra che abbiamo ragione: l’allattamento al seno non è un argomento neutrale, ma un tema sensibile che scatena reazioni e partigianerie. E la ragione è semplice: il tema, come tutto ciò che riguarda la sfera della sessualità e della riproduzione, scava nel profondo.

E così, prima che possiate farvi un’idea sbagliata pensando che questo sia un intervento “contro”, sottolineiamo che non è nostra intenzione dare un giudizio di valore sull’allattamento, ma sui contenuti simbolici che ruotano attorno all’allattamento. Per chi approda per la prima volta su ilvinoeleviole.it: questo non è un sito di informazione medica. Questo è un sito di linguistica, comunicazione e scrittura, perciò l’allattamento verrà affrontato dal punto di vista del linguaggio, con una particolare attenzione alla semantica.

Tutti sanno che il latte materno fa bene. Tutti sanno che il latte artificiale è un valido sostituto del latte materno. E questi sono i fatti.

Attenzione, perciò, perché parleremo d’altro: cosa contiene l’area semantica “allattamento” e quali valori culturali questo tema si porta dietro.

Il linguaggio si trascina dietro un bagaglio di simboli inespressi che, tuttavia, sono tacitamente e implicitamente accettati a livello sociale. Questo bagaglio, implicito e perciò non detto,  è il risultato di ragionamenti che sembrano logico-sequenziali ma che in realtà sono influenzati dalla cultura e dalla società. Noi cercheremo di guardare dentro l’espressione “allattamento” proprio per analizzare il non detto.

E cosa c’entra, questo, con l’8 marzo? Moltissimo, perché qui si parla di modelli di femminilità, di ruoli e di stereotipi che ancora sono cuciti addosso a noi. Perciò l’8 marzo è l’occasione perfetta.

Ok, siamo pronte.

Mamma, quante volte te l’hanno chiesto se allattavi?

A Laura (una delle due autrici di questo post) almeno un milione. Le è capitato al mercato, al supermercato, a casa di amici, su Internet, per strada, per le scale, al mare, al parco, all’ospedale. Glielo hanno chiesto donne anziane, donne giovani, donne della stessa età, donne con figli grandi e donne con figli piccoli, donne medico e donne passanti. Glielo l’hanno chiesto solo donne, mai un uomo.

Ecco la scena tipica:

In giro con il passeggino e il neonato: “Ma che bel bambino, quanto ha?”

“Un mese!”

“Bello. Dio benedica! Lo allatti?” (sottinteso: al seno)

“No.”

“Ah.” Espressione triste, o di disappunto, o di compassione. “Dai, non ti preoccupare,crescerà bene lo stesso.”

Ora proviamo ad analizzare lo scambio sopra riportato applicando un modello di comunicazione base: stimolo-risposta-rinforzo.

Stimolo: allatti?

La donna che incontra la giovane mamma per strada apre la conversazione con una domanda. Il contenuto della domanda è l’allattamento: una sfera intima. Per valutarne la pertinenza rispetto alla situazione comunicativa, dovremmo conoscere la relazione tra le due parlanti, che ci darebbe anche la misura della confidenza che esiste tra loro.

Risposta: No.

La donna in questione risponde con un “No” secco che denota chiusura, ossia volontà di non procedere ulteriormente nella conversazione (se avesse voluto farlo avrebbe potuto lasciare degli spazi comunicativi al primo interlocutore, ad esempio: “No, purtroppo no”, “No, il bimbo è pigro”, “Non più…”, “No perché…” etc…). La prima donna potrebbe già capire che dietro a questo “No” secco ci sia la volontà di chiudere l’argomento, ma invece preferisce mandare un rinforzo.

Rinforzo: Dai, non ti preoccupare, crescono bene lo stesso.

Questo rinforzo – o nuovo stimolo – arriva dopo la risposta chiusa che non richiedeva necessariamente un commento (o giustificazione) di quanto precedentemente espresso.

Il rinforzo riapre il discorso e comunica ancora nonostante la risposta chiusa (anche se evidentemente non c’è dolo e la comunicazione è inconsapevole). Nel rinforzo infatti si tenta una giustificazione. E pensandoci bene, quando è che ci si giustifica? Quando si pensa che qualcosa sia stato fatto male e che però si possa risolvere. Per tornare all’esempio riportato, la frase di rinforzo giustifica l’operato della mamma che non allatta (sebbene lei non abbia chiesto di essere giustificata). Dietro il rinforzo è implicito un giudizio di valore: la madre non ha operato nel bene e deve dunque essere perdonata.

Cosa significa allattare?

Secondo il dizionario, nell’italiano contemporaneo “allattare” significa letteralmente “dare latte ad un neonato”, in qualunque modo e in qualunque forma. Il dizionario, insomma, considera la parola “allattare” valida sia per l’allattamento al seno sia per quello artificiale.

Per quale motivo, allora, il termine si usa per intendere “allattare al seno”?

Se da dizionario allattare significa “dare latte” mentre nel parlato quotidiano “allattare” significa “dare latte dal seno”, qualcosa è avvenuto: si è verificato un depauperamento di significato dovuto ad una manipolazione inconsapevole da parte della società.

La parola si è adattata al contesto in cui è stata utilizzata, perché – come si sa – la lingua va dove i parlanti vogliono che vada.

Ti sei mai vantata del tuo latte?

Crediamo che moltissime donne si siano sentite fiere del loro latte (Laura stessa), e a livello psicologico è perfettamente comprensibile: sentirsi così piene di vita da poter nutrire un altro essere è una sensazione gratificante e dolce. Ma abbiamo visto anche molte donne fare del latte uno strumento di “potere”, una linea di demarcazione tra loro e “le altre”. In questo meccanismo, il linguaggio è l’arma affilata con cui si attacca il modello di femminilità percepito come opposto al proprio.

Scena classica:

“Che bel bimbo. Lo allatti?” (sottinteso: al seno)

“Certo.”

Cosa si nasconde dietro quel “certo”? Se si analizza in superficie la sintassi della frase, quel “certo” equivale a un sì. Ma scavando più a fondo, quel “certo” non è un “sì” e genera implicazioni nascoste sotto il mero costrutto grammaticale. La risposta attesa, secca, alla domanda “Lo allatti?” sarebbe semplicemente “Sì”. Il “Certo” va interpretato con le implicazioni semantiche che si trascina dietro e muta molto anche a seconda del tono:

“Certo!!!” –> “Siete matti a pensare il contrario!”

“Certo.” –> “Certo, fa bene al bambino”, “certo, è la naturalità”, “certo, altrimenti sarei una madre snaturata”.

In questo modo si traccia una linea molto netta tra chi opera nel “bene” e chi, invece, trasgredisce la regola, per necessità (“non ho latte”) o per scelta (“non voglio allattare”). In sostanza, dietro il “certo” si nasconde un giudizio: si giudica bene il proprio operato e si giudica male ogni comportamento diverso.

Sull’altro fronte, abbiamo visto tante donne giustificarsi per il fatto di non voler/poter allattare. Mal celando il senso di colpa, le abbiamo viste rammaricarsi per il fatto di non avere latte o sostenere con troppa veemenza le proprie ragioni a favore del latte artificiale. A noi lo hanno insegnato i professori a scuola: quando ti giustifichi vuol dire che non hai fatto i compiti. Se perdi tempo a dare troppe spiegazioni, se ti infiammi per un nonnulla, in fondo non sei convinto di quello che dici.

Ma vorremmo fare un salto indietro e spiegare che cosa intendiamo riferendoci ad un discorso che si porta dietro un altro significato.

Un’analisi linguistica

Quando parliamo, diciamo sempre molto più di quello che crediamo. Fare un discorso neutrale, che è solo quello che è e non anche qualcos’altro, è quasi impossibile.

“Hai caldo?”

“Sì”.

Eppure basta che quel sì venga accompagnato da una smorfia di fastidio e già si trasforma in un “Sì, e per colpa tua, perché tieni sempre la finestra chiusa!”.

Comunque, è inevitabile che ci siano temi più sensibili. Chiedere ad una persona se ha dei pregiudizi razziali è più complesso che chiedere se preferisce acqua o vino (a meno che la conversazione non si svolga in un circolo di alcolisti anonimi…).

L’allattamento è un tema sensibile, per quanto possa sembrare una banale questione medica. L’allattamento non è un campo semantico neutrale.

Dietro alla frase “Io allatto” si celano molteplici significati, opinioni, idee del mondo, influenze culturali che appesantiscono la sintassi di una frase breve composta da appena due parole. Possiamo dire, in generale, che tutte le frasi hanno un valore “reale” maggiore rispetto a quanto espresso nella loro sintassi. Questa maggiorazione di significato varia su molteplici variabili, una delle quali è legata alla situazione comunicativa in cui la frase viene pronunciata:

“Oggi piove”

può avere un valore informativo se Mario e Lucia guardano fuori dalla finestra mentre inizia a piovere.

La stessa frase invece può celare un’arrabbiatura se Lucia la utilizza come risposta alla frase di Mario:

“Ieri non ti ho portato a spasso, ma possiamo andare oggi”

In questo caso la risposta di Lucia (“Oggi piove!”) sembra nascondere dispiacere, fastidio, rammarico per qualcosa che Mario non ha fatto il giorno prima.

L’espressione “Io allatto” trascina con sé un coacervo di significati, come un fardello che ogni mamma sembra obbligata a portarsi dietro.

Il campo semantico “allattamento”

Se ogni espressione fa riferimento ad un’area semantica che ne amplia il significato in modo implicito, vediamo qual è l’area semantica del termine “Allattamento (al seno)”. Parlando di allattamento (al seno) si parla anche di:

  • maternità: le madri allattano al seno i propri figli (vero e falso, le balie allattavano figli che non erano nati da loro)
  • salute: allattare al seno fa bene al neonato (vero, come è vero che un’alimentazione bilanciata salva da molti tumori, eppure nessuno ferma le persone per strada chiedendo se hanno mangiato abbastanza verdure e pesce durante il giorno)
  • natura: allattare al seno è un gesto naturale (vero, ma attenzione, perché quando si tira in ballo la natura suonano tanti campanelli d’allarme, e ne parleremo nel prossimo paragrafo).

Natura: davvero?

Uno degli argomenti più forti di chi sottolinea la bontà dell’allattamento al seno VS l’allattamento artificiale è che si tratta di un gesto naturale. Vi sono moltissime ragioni oggettive per sostenere l’allattamento al seno, visto che è dimostrato che il latte materno è l’alimento migliore, eppure si finisce spesso per far riferimento al concetto di “natura”, concetto che come vedremo è molto ambiguo.

Se “naturale” significa “secondo natura”, ricordiamo che la “natura” dell’essere umano è quella di superare la natura stessa.

L’essere umano è natura e cultura, o nel nostro caso natura, cultura, scienza e tecnologia. La nostra “natura” è di discostarci dalla “natura”, perciò potremmo spingerci all’estremo fino ad affermare che i comportamenti naturali e simili a quelli degli animali in realtà non fanno affatto parte della natura umana. Certo, è un paradosso: sappiamo tutti che l’essere umano è istintivo e razionale al tempo stesso. Comunque, abbiamo accettato di vivere in un modo che di naturale ha ormai ben poco. Nemmeno i vestiti che compriamo al nostro bambino sono “naturali”, né lo sono le automobili con cui ci rechiamo all’ospedale a partorire, per fare due esempi.
La stessa riproduzione non è più naturale: quando calcoliamo la data dell’ovulazione per restare o non restare incinte stiamo manipolando la natura.

E allora, se la natura è manipolata dall’uomo in ogni suo aspetto, per quale motivo l’allattamento artificiale fa scandalo?
E questa è la risposta che ci siamo date: perché è un tabù.

L’allattamento artificiale trasgredisce la norma secondo cui la “brava madre” dona il proprio corpo al figlio. Ma attenzione, perché molto presto la società rivuole indietro il corpo delle donne, e lo sottrae persino al bambino. Lo si vede chiaramente quando l’allattamento è prolungato: lo si vede, infatti, nelle critiche aspre che ricevono le donne che scelgono di allattare a lungo i loro figli.

Ormai è grande: lo allatti ancora?

A volte l’allattamento parte alla grande e non si ferma più. Se stimolato a dovere e se non ci sono altre problematiche, il seno continua a lungo a produrre latte. Per questo, alcune mamme scelgono di non interrompere l’allattamento finché il bambino chiede ancora il seno. Questa scelta, così semplice e in fondo anche privata, viene criticata duramente, sia in modo esplicito, sia in modo implicito ma altrettanto incisivo. Anche qui, una questione personale diventa oggetto di pubblico dominio, e tutti si sentono autorizzati a dire la loro.

Scena tipica davanti ad una mamma con un bambino tra i 6 e i 12 mesi:

“Che bel bambino. Quanto ha?”

“1 anno”

“Allatti ancora?” (sottinteso: al seno)

Se si analizza la frase solo per quel che denota, “ancora” è solo un avverbio di tempo: allatti ancora rispetto a quando è nato? Ma scavando più a fondo, “ancora” mostra un altro significato. “Ancora” va interpretato con le implicazioni semantiche che si trascina dietro. La vera domanda è: “Mica allatterai ancora, vero?”

Nel caso di bambini più grandi, la situazione è analoga, ma è raro che qualcuno chieda alla mamma di un bimbo più grande se allatta ancora. La “norma” socialmente accettata è che il bambino non si attacchi più al seno, perciò non esiste una consuetudine comunicativa a riguardo. Un po’ come nessuno chiederebbe a un adulto con quale ciuccio si addormenta, nessuno chiede ad una madre di un bambino grande se allatta ancora. Si dà per scontato che non lo faccia. Ma a volte capita di vedere una scena che infrange la “norma”: un bambino si avvicina (perché è ormai in grado di camminare da solo) al seno, lo richiede e inizia a poppare. Fate caso agli sguardi sbalorditi o peggio ancora disgustati.

Il bambino di 1 anno, o anche più, che prende il latte dal seno genera sentimenti contrastanti, neanche stesse violando il corpo della madre. Eppure la stessa scena, soltanto qualche mese prima, generava senso di tenerezza e sguardi  solidali da parte di tutti.

Cosa è cambiato?

Semplice, l’allattamento – che come abbiamo visto non è un terreno neutrale – è considerato una funzione “naturale” della madre, ma viene letto al tempo stesso come un forte vincolo per le donne. Con il passare dei mesi, ci si aspetta che la vita della mamma ed i suoi tempi tornino ad essere quelli di prima, impegni lavorativi compresi. Come la pancia deve essere così elastica da tornare piatta senza una smagliatura, la vita quotidiana della mamma deve rientrare nei ranghi della normalità.
Una mamma che invece sceglie di allattare assecondando i ritmi del bambino va contro le regole di frenesia e produttività. Inoltre, se il suo seno continua ad essere il mezzo con cui nutre il figlio, stenta a riacquistare la sua femminilità.

Se il seno è oggetto sessuale, e se è considerato bello solo quando è giovane e tornito, l’allattamento prolungato rappresenta una vera provocazione agli stilemi della sessualità e della femminilità.

Come a dire: allatti, perciò ora che sei madre più che mai, non puoi tornare ad essere donna.

Ma allora la natura? Ecco, appunto! La “natura” è un concetto che, apparentemente, sembra giustificarsi da sé, come se fosse un assioma che non può essere messo in discussione. La verità è che il confine tra ciò che è naturale e ciò che non lo è varia a seconda delle letture sociali e delle temperie storiche.

La mistica della maternità

Quando una donna mette al mondo un bambino, si illude di essere libera di crescerlo ed educarlo come crede. In realtà, è tanto grande il potere di dare la vita quanto è forte il controllo sociale di questo potere.
Non esiste una vera libertà, e come ogni altra espressione dell’agire umano, l’individualità si scontra con la collettività. Il singolo, con la sua volontà e il suo desiderio, si scontra con le regole imposte dalla società.

Questo è normale: senza la dialettica tra Io e Mondo non saremmo esseri umani.
La dialettica che si instaura tra una donna che mette al mondo un bambino e il resto del mondo si basa – almeno in questa fase storica e nel nostro angolo geografico – su una precisa immagine della madre (e della donna).
Sacrificio, rinuncia, abnegazione, istinto: sono ancora queste le caratteristiche di una brava madre, e nonostante l’evoluzione del diritto, della tecnica e del costume, il ruolo delle madri sembra ancorato ad un mondo primordiale destinato a non passare mai. (Qui, gli storici direbbero che ci sono state epoche del passato in cui l’immagine della madre era molto più “moderna” di quella descritta, ma per semplicità non andiamo oltre).

La scelta di non allattare o l’impossibilità di farlo (o le due cose insieme, ché spesso coincidono) espongono alla critica sociale, perché non si incarna il tipo di madre socialmente accettato.
Dall’altro lato, però, la “brava madre” è anche colei che si rimette presto in gioco, che cura i propri interessi, che è “ricca” e capace di trasmettere qualcosa ai figli (ed ecco tornare, sotto un’altra veste, l’etica del sacrificio). Il suo corpo deve ricominciare presto a correre, il suo tempo deve tornare ad essere di tutti, non solo del bambino. Madre e bambino dovranno separarsi, perché solo così saranno indipendenti. Il seno non sarà più del bambino, ma dovrà tornare oggetto del desiderio, slegato dalla funzione dell’allattamento, meglio ancora se tornito e giovane come prima del parto. La scelta di allattare in maniera prolungata espone alla critica sociale, perché non si incarna il modello di donna socialmente accettato.
Così, tra due modelli che sembrano diversi e che in realtà sono due facce di una stessa medaglia, la vittima sembra essere soltanto una: la libertà di essere davvero la madre, e anche la donna, che si desidera.

Post scritto a 4 mani da Laura Varlese e Federica Lucantoni

E ora  che abbiamo lanciato la bomba, voi che ne pensate?

Qui e qui trovate i vecchi post de ilvinoeleviole.it scritti in occasione dell’8 marzo.