#7 Viaggio in etiopia: IL RITORNO A CASA”.

#7 Viaggio in etiopia: IL RITORNO A CASA”.


Aeroporto di Addis Abeba, 11 gennaio 2015

Arrivato il fatidico 11 gennaio! Sono qui all’aeroporto di Addis, appollaiata su uno sgabello, è notte fonda e ho sonno. Guardo i pochi turisti bianchi che ho intorno e provo a immaginare come si sentano. Mi chiedo se anche loro avvertono quel leggero senso di disperazione all’idea di tornare. Mi dispiace anche molto di aver lasciato Dario che prima di far partire il taxi ha detto al tipo: “mi raccomando, questa è mia sorella!”. All’entrata in aeroporto mi sono fatta l’ultimo scazzo con il tizio che mi ha tolto l’ametista e la pietra che volevamo portare a papà.

Cosa dire: questo posto ha generato in me amore e odio, sentimenti in contrasto tra loro, ma che misurano emozioni intense e profonde.

Ho lasciato molte cose in questo viaggio, nelle città, nel deserto. Mi sono fatta purificare un po’. Il tempo, pian pianino, sfumerà i ricordi e si riapproprierà delle percezioni, che adesso ancora mi paiono tangibili: l’odore di rancido smog a Addis, injera e carne di agnello per le strade, l’odore forte dei bambini e quello dolciastro del caffè etiope scaldato su tizzoni e mescolato da sapienti dame nere che, nel rossore dell’alba, provano a comunicare, con suoni striduli e stonati, parole sconosciute alle mie orecchie. Sento di essermi arricchita dei sapori dell’Africa, di un viaggio con mio fratello, di un’esperienza bellissima che forse cambierà la mia vita – oltre che di un mal di stomaco che ancora non è svanito del tutto (colpa dell’injera vegetariana). Ho stampata negli occhi la risata della signora di Lalibela che ieri mi ha offerto il caffè mentre, come una pazza, ha preso il burro e se l’è messo in testa per idratarsi i capelli seduta sul suo sgabello sopra la paglia: il bancone del suo “bar”. Il burro glielo aveva portato un’altra signora, credo un’amica, dopo che, direttamente dallo sgabello nell’atrio del bar-ristorante, le aveva intimato di entrare.

Una volta presi i due bicchieri di vetro col burro mi ha detto:

“guarda, lo riconosci?”

Senza che avessi avuto il tempo di realizzare cosa fosse, lei ha ficcato una mano nel bicchiere, ne ha preso un pugno e se lo è schiaffato in testa per idratare la chioma canuta. Quel che è rimasto lo ha messo in una ciotola grande per lavorarlo e farci il pan cake.

“ne vuoi un po’?”

Ho cercato di farle capire che i  miei capelli erano già abbastanza lerci senza burro. Una forza della natura quella donna. Gestire, da sola, un bar-ristorante da lei stesso definito “brutto ma buono” con due o tre ragazze che parevano molto felici di lavorare con lei. Poi me le sono immaginate che si fanno le confidenze, la sera, con una giovane che racconta qualcosa su qualcuno che le piace e col quale vorrebbe fare l’amore. Con lei che, con voce acuta e gracchiante, dice qualcosa di saggio, tipo quella signora che a Cuba mi aveva detto:

 

“tienes sólo 27 años?! entonces abre aquí y cierra aquí!“* (prima indicando la testa e poi indicando le gambe).

Il ricordo più significativo di Lalibela sarà lei. Per il resto, non è stata molto in confronto alla Dankalia. Forse perché gli esseri umani non potranno realizzare mai spettacoli all’altezza di quelli che realizza la natura. Anche se riconosco che Lalibela, città di pellegrinaggio cristiano- ortodossa, è una follia umana:  chiese monolitiche completamente ricavate nella roccia, uno spettacolo dell’architettura senz’altro ma che, per i miei gusti, rimane un po’ troppo turistica oltre che occasione di guadagno solo per i pochi privilegiati che, in egual maniera in tutto il mondo, si arricchiscono vendendo Dio. Perché Lalibea è soprattutto un centro di pellegrinaggio.

Ma devo dire che è stato bello rimanere seduta di fronte a quella chiesa a forma di croce, a chiacchierare con Dario delle cose, degli amori, dei viaggi, dell’Etiopia e della vita.

 

Basta scrivere: ho un cuore così.

 

 

Roma, casa mia, 15 gennaio 2015:
Quello che ti ridà l’Africa è un maggiore contatto con la fluidità della vita. Non importa quante scarpe hai o il colore delle tue magliette, se sono di moda oppure no: tutto passa in secondo piano. Il contatto con l’io naturale si fa molto più ravvicinato al punto che quell’essenzialità quasi la si può toccare con mano. Anche il cielo mi è sembrato più vicino. E non solo il cielo che di solito possiamo vedere, ma anche gli altri sei cieli che in genere ci sfuggono, perché non abbiamo né il tempo né la sensibilità (né la voglia) di pensare che non è tutto materiale quello che ci serve. Il nostro sciocco mondo occidentale mi è mancato. Il getto forte della doccia e l’acqua sempre calda; mi sono mancate le mie scarpe comode, e a dire il vero anche quelle lucide che mi fanno sembrare una signorina. Mi sono mancati i capelli piastrati e i trucchi e i parrucchi. Ma il mio cuore è stato sereno e sempre in pace, ed i miei occhi calmi di adesso ne sono la testimonianza forse. Mi sento molto “rallentata”. Fatico a rientrare nei miei panni, quasi non mi va di farlo. Nei fronzoli, nei veli, nelle cose. Forse mi sono presa l’Africa. Non basta l’Oki per curarsi stavolta. È contagiosa, te la puoi attaccare. Attento che ti attacco l’Africa. Ed è pericolosa: va a finire che inizi a vedere la realtà e nient’altro oltre il lento scorrere delle cose, degli eventi. Forse per la prima volta ne scoprirai il senso. Forse smetterai, almeno per un poco, di badare solo alle apparenze. Arriverai, in un nonnulla, alla sostanza delle cose che ti appariranno trasparenti e nitide, come non le avevi mai viste prima. Sarà nemica e amica, amata e odiata, voluta e rigettata. Ti farà ridere da vomitare e piangere in maniera isterica, ma alla fine ci camminerai disinvolto in Africa, senza pensare che in città sei l’unico con le scarpe comode. Ti libererà da qualsiasi cosa che prima avevi catalogato come “male”. Perché il male dell’Occidente sta nel perdere di vista l’essenza, sovraccaricando l’animo di cose futili.
Basta, ho finito.

 

 

 

 

 

 

 

 

*”hai solo 27 anni?! allora apri qui e chiudi lì!”

 

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