#6 VIAGGIO IN ETIOPIA: Di quante altre cose non mi sono mai accorta?

#6 VIAGGIO IN ETIOPIA: Di quante altre cose non mi sono mai accorta?


Macallè, 8 gennaio 2015

Come spesso capita nei viaggi, abbiamo deciso di far tappa qui solo per caso. L’idea è venuta a Dario che all’ultimo momento ha proposto di sacrificare un paio di giorni della sosta prevista a Lalibela e dedicarli ad un’escursione alla depressione di Dunakil. Avevamo assolutamente sottovalutato che spettacolo naturale stavamo rischiando di perderci.

La depressione di Dunakil (che mi ha ispirato anche una poesia) è il posto naturale più bello ed emozionante che abbia mai visto in tutta la vita: una zona semi-desertica, a 106 metri sotto il livello del mare, considerata tra i luoghi più inospitali della terra.

Dopo un lungo viaggio in jeep da Macallè, siamo arrivati in un villaggio Afar dove abbiamo bevuto un buon caffè etiope e fatto sosta per il pranzo. A pochi passi da lì, abbiamo incontrato il primo gruppo di mercanti di sale, di ritorno dai giacimenti, con i cammelli carichi di lastre bianco grigie.

Ci siamo rimessi in viaggio subito dopo pranzo con la jeep di Mebrathu, la nostra guida etiope. Dai finestrini, il panorama è cambiato più e più volte: la montagna si è trasformata in gole profonde e rosse, fino a dar spazio a piane arse: terre secche smosse solo da poche jeep di passaggio, puntellate di alberetti ostinati e qualche pastore. Dopo diverse ore di cammino, il paesaggio ha cominciato a tingersi di bianco sporco, come la neve nelle vallate appenniniche. Proseguendo ancora, la colorazione si è trasformata in un bel bianco candido che, come un tappeto soffice di nuvole, ci ha portati dritti dritti ai piedi di un lago salato: un’infinita distesa bianca, grigia e azzurra si è stagliata davanti al nostro sguardo andando a dissolversi e confondersi con l’orizzonte, lasciando solo una linea di colori che dall’azzurro al rosa al giallo mi hanno restituito l’idea di un’interminabile stasi.

Siamo letteralmente impazziti di gioia e abbiamo spiegato a Mebrathu quanto fosse bello per noi quel posto che per lui doveva essere “ordinaria amministrazione”, come per me l’ufficio o per un barista il suo bancone. Mebrathu va nel deserto anche sei giorni la settimana, ha un bel viso lineare, la pelle caffellatte, gli occhi allungati e un sorriso molto dolce.

Per la sosta notturna, aveva attrezzato delle brande in legno in un villaggio di operai che altro non era che un agglomerato di baracche, capre, terra arsa e sassi. Come sempre, appena arrivati, siamo stati circondati da un gruppo di bambinetti sorridenti e colorati: sembravano essere a loro agio nonostante le torride temperature che anche nelle notti della stagione più mite sfiorano i 34° gradi fino ad arrivare, nei periodi più caldi, ai 50°. La mattina successiva, Mebrahtu ci ha fatto svegliare prima dell’alba in modo che, nel viaggio fino a Dallol, nostra ultima tappa, la temperatura non lievitasse eccessivamente

Dallol è una località che si trova al margine della Piana del Sole, nella Dancalia settentrionale. Si è presentata ai miei occhi come un’oasi di sale e rocce. Per immergerci all’interno della valle, abbiamo fatto un breve trekking fino ad arrivare ad una distesa di minerali tutta composta di funghi di sale grigio leggermente rialzati da terra simili ai sedili degli elfi delle favole. Andando verso l’interno, siamo arrivati alle distese di zolfo e potassio; il panorama più suggestivo forse di tutto il viaggio: giallo acceso, verde acido, marrone e arancione sono esplosi alla nostra vista come un tripudio di colori caldi. Distese infinite di terra viva rigettavano vapori e grogoglii di potassio fuso e di altri minerali minori. Sembrava qualcosa di molto simile  a Marte o a Venere o al centro della terra, dove il magma è attivo, vivo, incandescente.

Gironzolando intorno a Dallol, abbiamo visto caverne rocciose piene di stalattiti di sale. Ho visto un enorme lago di potassio: rosso e marrone nella parte esterna, come i ciambelloni alle carote molto cotti, pieno zeppo di un fumante e agitato olio verdognolo simile a quello d’oliva stagionato.

Ieri ho avuto l’ennesima dimostrazione che in Africa è ancora possibile entrare in contatto con le “cose della natura”, con le risorse primarie, con tutto ciò che è primordiale.

Non c’è la terra, ma il centro della terra. Non c’è l’asfalto, ma i laghi di potassio. Non ci sono vestiti elaborati, ma poveri abiti indossati fugacemente. Non ci sono i miei capelli puliti e pettinati, ma solo la mia essenza. Nonostante ciò, c’è bellezza: negli sguardi e nelle acconciature delle donne Afar, nonostante la durezza della vita nel deserto, nonostante questo perenne nonostante che in più occasioni si è presentato in questo viaggio.

Sono sempre più felice di non aver riempito troppo lo zaino, ho scoperto che non mi serve moltissimo per vivere.

E poi ho paragonato la mia vita a quella che fanno gli operai del sale anzi, li chiamerei proprio “mercanti” – chè operaio è un concetto dell’Occidente industrializzato. Camminano da Macallè per sette giorni e quasi sette notti, col caldo torrido del deserto e con le solite scarpette in plastica; arrivano ai giacimenti di sale dove per ore, giorni, notti, estraggono blocchi che poi lavorano e trasformano in parallelepipedi perfetti. Una volta terminato il lavoro, e dopo aver caricato il sale sui poveri cammelli, ricominciano il loro viaggio di ritorno per altri lunghi sette giorni.

Mi chiedo quanto ancora tarderà ad arrivare fino al deserto una strada asfaltata, magari costruita dai cinesi, a togliere la magia e il lavoro a questi uomini: non più mercanti, ma operai, quindi schiavi.

Danakil depression - Depressione della Dancalia: i mercanti del sale

Il fatto di essere stata al centro della terra deve aver scosso qualcosa a livello profondo: ho fatto tanti vividi sogni. Come se l’anima avesse subito il contraccolpo e si fosse messa in contatto con la natura, come se avesse voluto dire la sua, di nuovo.

A proposito di Axum

Axum è una città etiope che ha conosciuto il massimo del suo splendore nel 350 d.c. circa. Dal punto di vista artistico-culturale, oggi la città è nota per gli obelischi e per l’area limitrofa che io e Dario abbiamo visitato. Per non cedere all’oneroso costo della guida, abbiamo deciso di visitarla autonomamente. Mi sono molto (forse troppo) arrabbiata con un tipo che voleva farci da guida per 500 birr (circa 25 euro), escluso il biglietto di entrata ovviamente. Il tipo rappresenta esattamente quella parte ricca  che sopravvive solo perché sfrutta senza regole il turismo e che prende a calci (e non è un eufemismo) il bambino che mendica per strada. Trovo assolutamente assurdo chiedere 500 birr per una guida che lavora 30 minuti quando uno stipendio medio non arriva a 100 birr e quando una cena per due in un buon ristorante costa 125 birr o quando una doppia in albergo ne costa 200: non c’è proporzione. Gli ho detto che non avrebbe avuto i miei soldi e che avremmo visitato Axum da soli (in verità poi ci siamo accodati ad una guida inglese e abbiamo rubacchiato le poche informazioni non presenti nella Lonely Planet).

In un moto di rabbia e idealismo, ho detto al tipo che non avrebbe avuto i miei soldi e che avrebbe potuto usare i suoi per grow up your children – che poi nemmeno son certa che in inglese si dica così. Dario si è arrabbiato, mi ha proibito di parlare ancora in pubblico.

Alla fine la visita alla città degli obelischi è stata divertente. Non abbiamo fatto altro che ridere e cazzeggiare. Abbiamo conosciuto un gruppo di greci e solo nel tardo pomeriggio ci siamo messi seduti a tavola a mangiare e a bere un buon caffè etiope. In genere facciamo due pasti al giorno per risparmiare tempo. Iniziamo con una ricca colazione a base di frullato di avocado e papaia, uova strapazzate e pane, con cui affrontiamo la giornata per poi arrivare a cena affamati e rimpinzarci di injera, legumi, carne (ahimè spesso di pecora) o con le rare verdure che qualche volta troviamo (solo nei posti meno aridi ovviamente). Durante la chiacchierata con Dario, ho realizzato che uno degli obelischi è stato a Roma, vicino a Caracalla, fino al 2004. Casa e Etiopia erano così vicine e io non me ne ero mai accorta?

Di quante altre cose non mi sono mai accorta?

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