#4 Viaggio in Etiopia: “BISOGNA AVERE RADICI FORTI PER CRESCERE RIGOGLIOSI”

#4 Viaggio in Etiopia: “BISOGNA AVERE RADICI FORTI PER CRESCERE RIGOGLIOSI”


In viaggio da Gondar ad Axum, 03 gennaio 2015

Il viaggio da Gondar è iniziato stamattina alle cinque sull’autobus più assurdo, improbabile e malmesso che potessimo immaginare. Un viaggio senza speranza sia per la strada – tutta tornanti, bianca e piena zeppa di massi e pietre – sia per la scomodità e le condizioni del pulman che ha mantenuto una media di 20 km/h.

Dopo cinque ore di cammino, con il caldo che sempre più cuoceva i finestrini, rigorosamente chiusi per evitare di incamerare altra polvere, e acuiva l’odore rancido emanato dalle tendine luride e dagli odori di un’umanità non troppo ben odorante (noi inclusi), il pulmino si è definitivamente fermato a causa di un surriscaldamento del motore in prossimità di un ponte costruito dagli italiani.

Ciò è accaduto all’una e mezza circa, con il sole che picchiava perpendicolare, noi sudati come maiali e ancora molto lontani dalla nostra meta: Axum.

Scesi dal pulman in avaria, siamo stati letteralmente travolti da uno sciame di bambini, la cui invadenza ho a stento sopportato a causa della precarietà del tutto.

Capita la situazione, ovvero che se fossimo rimasti ad attendere la riparazione del pulmino ci saremmo certamente trovati a dormire in mezzo all’agglomerato di baracche di lamiera e legno in una zona quasi desertica, Dario ha cominciato a fermare le poche macchine di turisti che passavano.

Fortuna ha voluto che dopo circa un’oretta e mezza d’attesa è passato un minibus turistico, guidato da un ragazzo etiope, al quale Dario ha fatto un vero e proprio pianto greco e che alla fine ha deciso di caricarci.

Fortuna ha voluto che questo pulmino non solo avesse come destinazione Axum, ma addirittura il nostro albergo ad Axum!
Ecco, non so se sia stato culo, caso o semplice capacità di Dario di essere petulante, o capacità mia di fare un po’ di occhi dolci all’autista che, come tutti gli etiopi, ha un debole per le donne bianche – anche se malconce e insabbiate – fatto sta che ci è piovuta una soluzione dal cielo.
Riflettendoci ora a mente fredda mi dico:

 

tutto arriva a chi sa credere che arrivi; ogni cosa può avere una soluzione anche se quando ti coglie pensi non ce ne siano, e forse è vero che io e Dario siamo fortunati – ci ho pensato mentre il pulmino bianco laccato percorreva la strada semi-desertica e io finalmente mi ero concessa un momento di relax mentale. Ed è anche vero che fortunata mi ci sento, e ogni cosa che accade o che è accaduta è solo il piccolo segno di una vita intera che semplicemente prende la sua forma, la sua posizione.

Cosa sono le albe qui? Sono niente, ma a me paiono tutto: il tutto.

quando siamo partiti da Gondar era ancora buio, poi lentamente dal finestrino dell’autobus ho visto la luce espandersi sulle baracche, la gente, la savana.

Nonostante l’assenza delle nostre cose, nonostante l’assenza delle persone che se ne sono andate, nonostante tutto, ogni cosa è stata colorata di arancione: me, il bimbo ancora assonnato, il pastore con le vacche, ogni cosa. Nonostante mi sentissi moralmente persa e non avessi alcuna voglia di essere illuminata, nonostante avrebbe portato il caldo, nonostante non avessi affatto voglia di “alzarmi”. Ma il processo era contro ogni volontà e alla fine mi sono arresa al fatto di essere stata catturata dalla luce. Con la fronte su quel finestrino impolverato mi sono commossa, ho pianto, ma un pianto bello, di liberazione. Liberazione da quello che ci tiene, ci costringe, non ci fa ricordare del sole: che in Africa ha un colore diverso e che riscalda tutti i mali, tutti i cuori, tutti quanti, fa sorridere, fa piangere, fa pensare. Quel cielo mi ha ridato il celeste intenso, e nemmeno una nuvola. E nemmeno in me c’era più una nuvola.

E la consapevolezza di quella calma azzurrità, filtrata solo dall’arancione del sole che sul creato si riversa anche quando non ce ne accorgiamo, mi ha rimesso al mondo e mi ha fatto capire – ma veramente, tanto che a rileggerle ora queste parole mi sembrano banali – che tutto quanto, ogni cosa, anche quella che a me sembra più assurda, ha in fondo il suo dannato senso.

A proposito di Gondar…

A parte le rovine del Castello di Fasilides, ho trovato  molto belli i bagni.

In mezzo ad una radura tutta circondata da alberi secolari, le cui radici hanno molto impressionato sia me che Dario, sorge una vasca immensa nella quale ancora oggi si praticano purificazioni religiose.

Le radici degli alberi si sono mischiate alla pietra delle rovine formando uno scenario suggestivo che rimanda a castelli medievali.

Le radici mi hanno fatto pensare che si può crescere fino al cielo se si hanno basi solide. Mi sono guardata i piedi e poi ho pensato a quanto, in quel momento, i miei rami fossero lontani dalle mie radici e quanto, ciò nonostante, mi sentissi vicina a quello che ero (leggi “sono”, leggi “essenza”).

BISOGNA AVERE RADICI FORTI PER CRESCERE RIGOGLIOSI.

Me lo hanno detto gli alberi in Etiopia!

Anche a Gondar ho vissuto due giorni molto intensi, finalmente, dopo sette giorni, sono riuscita ad avere sufficiente acqua per lavarmi i capelli e sole per asciugarli, mi sono sentita bella come un fiore di campo nonostante avessi poco delle mie maschere quotidiane… è bastato uno shampoo!

Un po’ snervante il modo in cui ci hanno trattato anche a Gondar: il turista è per loro un essere non pensante al quale chiedere soldi in ogni modo. Anche qui, i bambini poveri sono moltissimi. Per sbaglio ho regalato una penna a un bambino monco, però poi anche ad una bambina che per lavoro vendeva i fazzoletti. Ho spiato da lontano la sua reazione: quando ha visto la penna (che le ho letteralmente lanciato nel banchetto di cartone appoggiato per terra dove erano esposti i suoi fazzoletti) le si è illuminato il volto e subito l’ha agguantata con un sorriso pieno di entusiasmo e gli occhi che per poco non le uscivano dalle orbite. Anche a Gondar ho rubato il pane al ristorante e mi sono riempita le tasche. Uscendo, nella strada buia, ho scelto a caso una donna che dormiva per terra con dei bambini che appena hanno visto il pane si sono lanciati a prenderlo.

Ora basta, altrimenti rischio di diventare retorica…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prosegue… #5 VIAGGIO IN ETIOPIA: “GLI AFAR E LA DEPRESSIONE DELLA DANCALIA” DI DARIO LUCANTONI

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