#3 Viaggio in Etiopia: me li porto tutti a casa

#3 Viaggio in Etiopia: me li porto tutti a casa


In minibus da Bahir Dar a Gondar, 1° gennaio 2015

Ce ne stiamo andando da Bahir Dar, incastrati in un mini bus con altre quindici persone.

Iniziare l’anno in Africa credo sia di buon auspicio. Anche se nel momento esatto in cui ho formulato questo pensiero, l’autobus si è fermato per “scaricare” un ragazzo che aveva necessità di scendere prima di Gondar e che avrebbe dunque occupato il posto senza pagare il biglietto per intero, lasciandolo inutilizzato nell’ultima parte del percorso.

Le regole per l’entrata in minibus in Etiopia sono molto rigide, e soprattutto non sono regole.

Oltre al guidatore, esiste un tipo, in genere più giovane e fisicamente filiforme, che viaggia con la testa fuori dal finestrino e che, ad ogni fermata, grida la città d’arrivo: “Gondar Gondar!”, nel nostro caso.

Ha il compito di fare entrare il maggior numero possibile di persone ottenendo il maggior ricavo economico e facendo in modo che il minibus sia sempre tutto pieno. Per questo motivo, siamo in quattro su una fila di sedili da tre e sento dietro il collo le mani di un bambino in braccio a sua madre, seduta in una fila da quattro occupata da cinque persone, ammassate vicino ad un sesto uomo che ha ritagliato per sé un posto sopra al barile giallo di carburante all’estremità della fila di posti (il luogo dove io stupidamente ho pensato di poter “accomodare” il mio zaino).

A noi ci hanno dato la possibilità di stare più larghi (siamo in quattro in un posto da tre e non abbiamo bambini in braccio) anche perchè per noi il prezzo è più alto: noi siamo faranji.

Non ho fatto in tempo a pensare che sia confortevole trovarsi qui ad inizio anno, che subito l’Africa mi ha mostrato il suo volto meschino seppure bello, ingiusto seppure caldo e accogliente.


Muoversi in Etiopia non è uno scherzo
: perdere un posto in autobus quasi sempre significa rimandare i piani ad altro momento, altra data, altro giorno. Nel volto del ragazzo buttato fuori all’ultimo momento ho letto delusione: i suoi occhi hanno mostrato una tristezza scura – mi chiedo a quale appuntamento, incontro, impegno abbia dovuto rinunciare.

Spietata è la vita in Africa.

Per campare è richiesto almeno un minimo di spietatezza. Anche io sono stata spietata stamattina: ho fatto colazione davanti a bambini, uomini, donne, storpi e sani, che avevano passato la notte sdraiati sull’asfalto della strada fredda (anche se il clima, rispetto a Addis, è un’altra cosa) e non avevano nulla da mangiare. Ho messo a tacere il mio senso di colpa cedendo la porzione di pane abbondante che ci avevano portato insieme alle uova strapazzate.

Ho come l’impressione di non avere mai visto la povertà sino ad ora.

È pieno zeppo di bambini: una donna fa minimo quattro figli.

Le donne etiopi credo non abbiano la benchè minima percezione di cosa sia il desiderio di maternità insoddisfatto delle donne occidentali, frutto spesso di scelte legate ad una vita che ha altro come priorità – o forse che dimentica le priorità.

Anche se non posso fare a meno di pensare che molti di quei figli mendicano per strada, oppure vagabondano nelle città.

Sono travolta da emozioni contrastanti.

Il viaggio con Dario va molto bene, sono molto contenta di essere con lui, sono felice. Spesso ci buttiamo sul tragicomico e facciamo dell’ironia sulla povertà. Perchè sennò non se ne esce. Arriviamo in un posto dove ci sono baracche di fango, legno e tirate su alla bell’e meglio e ci fingiamo turisti buonisti (e anche un po’ qualunquisti) che commentano con tono incerto:

caruccio qua!

Oppure al bimbo scalzo che ci viene incontro diciamo in italiano:

basta con questa povertà, ormai non va più di moda!

Tutto questo per non farci spaccare completamente il cuore, consapevoli di appartenere alla parte del mondo che vuole, accetta, genera e vive sulle spalle di questa povertà.

Davanti l’entrata di uno dei monasteri del lago Tana – uno di quelli in cui le donne non possono entrare – mi sono seduta in mezzo alla gente e ho scambiato sguardi con delle bambine: loro ridevano guardandomi incuriosite e io, di risposta, facevo loro facce buffe sgranando gli occhi.

Sono già piena di quegli sguardi.
Me li sono scolpiti tutti nel cuore.
Me li porto tutti a casa.

 

Prosegue… #4 VIAGGIO IN ETIOPIA: “BISOGNA AVERE RADICI FORTI PER CRESCERE RIGOGLIOSI”

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