#2 Viaggio in Etiopia: “la povertà potrai vederla ovunque”

#2 Viaggio in Etiopia: “la povertà potrai vederla ovunque”


Aeroporto di Addis Abeba (in attesa del volo per Bahir Dar), 30 dicembre 2014

non c’è bisogno di andare a Soddo per incontrare la povertà. Quella la vedrai ovunque.

lo aveva detto Dario. E Addis Abeba me ne ha dato la prova.

Rancido l’odore appena messo il naso fuori dall’aeroporto internazionale, come di pneumatico bruciato o di smog, forse. L’attesa di Dario molto lunga ed il freddo esagerato: Addis sfiora i 3000 metri di altezza e la notte le temperature calano inesorabilmente raggiungendo le serata invernali di Livigno o altri posti in alta quota. Di giorno è il sole che fa la differenza.

E infatti poi è arrivato il sole

e insieme al sole è arrivato Dario e tutto ha preso una sembianza familiare. In ritardo, perché l’autobus che aveva deciso  di prendere da Soddo, all’ultimo momento, non è più partito. Abbiamo barattato con Faud, un tassista di bassa statura, un prezzo esagerato per raggiungere il nostro albergo – che a chiamarlo albergo ci vuole coraggio. Andando solo caldo, io emozionata, Dario incazzato con Faud, un forte odore di smog di macchina vecchia, polvere e rumori assordanti di una città ancora in costruzione. E poi tanti colori: caffellatte quello della pelle; rosso, giallo, blu, arancione, bianco, rosa quello dei vestiti (a tinta unita o con improbabili abbinamenti di righe e pois, costine marrone scuro e righe orizzontali nere e bianche).

Una moltitudine di persone

Oggi 90 milioni di persone. Difficile credere che, ai tempi dell’occupazione italiana, le tre colonie – Somalia, Etiopia e Eritrea – ne contavano solo 20 milioni. Difficile credere che in media una donna faccia sette o otto figli.

Alla fine di una strada larga, tutta circondata da venditori di cibo, fazzoletti, gomme americane e altre cose, spicca il nostro albergo: una costruzione bianca dal basamento e le intelaiature in legno scuro. Noto sul marciapiede, poco prima dell’entrata sorvegliata, bambini seminudi che dormono al sole, uno sopra l’altro. Ce n’è più di un gruppetto: alcuni sdraiati perpendicolari al marciapiede, vicino a un cane sporco; altri ammassati formano un piccolo quadrato, altri ancora una montagna umana. Qualcuno ha una ciabatta, qualcun altro nemmeno quella. Dormono sotto il sole caldo. Mi chiedo dove passino la notte, che è tanto fredda e che io, a stento, ho sopportato vestita e con gli scarponcini da trekking, immobilizzante al punto da togliere il respiro.

Li ho incontrati ancora nel pomeriggio. Dov’è che sono i tuoi genitori? Come riesci a sopravvivere?

Dario crede che per dormire così inalino la colla o roba del genere. Mi rendo conto di non avere mai incontrato la povertà fino a quel momento: né alla stazione Termini nè nelle più squallide viette di Roma nè a Cuba nè davanti il mio ufficio a Castro Pretorio dove c’è quel clouchard che scrive, fuma e guarda il cielo dal suo cartone.

Il nostro giro per Addis ci ha portato da Lucy, genitrice di tutti noi, all’università e poi a prendere un the allo zenzero. La gente ci guarda, mi guarda. Dario dice che a Soddo è anche peggio di così. Ci guardano perché siamo diversi, siamo faranji, siamo bianchi e non è frequente incontrarne da queste parti.

Ieri ho perso il mio anello sardo, ho perso tante cose in questo 2014. Non vorrei neppure accanirmici. Spero lo abbia trovato una signora etiope, inconsapevole di dove e cosa sia la Sardegna. Spero lo abbia trovato uno di quei bambini o uno dei suoi fratelli dagli occhi grandi e profondi come i grandi laghi di montagna.

Un piccolo segno di me nella grande Africa, che mi accoglie tra polveri, terriccio e colori di ogni genere.

 

 

 

 

Prosegue… #3 Viaggio in Etiopia: me li porto tutti a casa

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#1 VIAGGIO IN ETIOPIA: PENSIERO STORICO-FAMILIARE DI DARIO LUCANTONI

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