#2 Diario in Namibia: donne Himba e donne San

#2 Diario in Namibia: donne Himba e donne San


“So di certo che viaggiando mi allontano da me, tanto da perdermi di vista. E questo mi dà pace. Ma nello stesso tempo mi inquieta. Tanto che ho subito bisogno di acchiapparmi per i capelli, di darmi due schiaffi, di inchiodarmi le mani alla macchina da scrivere, per restare, stavolta, restare e affrontare, come mi spetta, le cose, con compiutezza e determinazione.”
Dacia Maraini

Oshakati, 27 giugno 2017

L’incontro con gli animali è stato molto emozionante, ma le persone riescono ad emozionarmi sempre molto di più. Sarà una deformazione professionale o forse solo un’inclinazione, un interesse. Rimango sempre incantata di fronte all’umanità. Adoro osservare le dinamiche tra le persone.

Oggi, dopo ben tre ore di macchina, siamo arrivati a Opuwo dove abbiamo contattato Cancy, la guida che ci ha portato a visitare gli Himba.

GLI HIMBA

Gli Himba sono un gruppo etnico di circa 12.000 persone che abita nel Kaokoland (regione del Kunene), nella Namibia settentrionale. Sono un popolo di pastori nomadi, strettamente correlati al popolo Herero. 

Gli uomini seguono le vacche e le donne pensano al resto: allevano i bambini, gestiscono il pollame e costruiscono le capanne fatte di argilla, legno e sterco. Sempre le donne, si occupano del razionamento del cibo, della cucina e delle pratiche religiose (là dove non siano cristianizzati, gli Himba praticano una religione animista). Le donne indossano solamente gonnellini di pelle, calzano sandali in cuoio, lasciano i seni scoperti e ricoprono la pelle e i capelli con uno strato di burro e ocra ricavata da una pietra. Ogni età ha la sua pettinatura. Una volta raggiunta l’età fertile, raccolgono i capelli in trecce a due ciocche che vengono poi ricoperte con burro e ocra. Ciò serve ad idratare le chiome e a rendere la pelle sempre riparata da fattori esterni. Le bambine hanno due grosse trecce che cadono in avanti ai lati del viso. Bambini e ragazzi vengono rasati quasi completamente ad eccezione di un codino.

IL VILLAGGIO

Siamo arrivati al villaggio in tarda mattinata e siamo stati accolti da un gruppo di donne e bambini. Per quasi due ore siamo rimasti con loro. Io sono stata accolta come una di loro soprattutto da Monica, nome non himba di una giovane donna che ha immediatamente acconciato una ciocca dei miei capelli, e da un’altra giovanissima donna dal nome impronunciabile che ha mostrato sin da subito una grande simpatia per Dario: hanno flirtato, insomma. Il flirt non cambia da cultura a cultura, siamo veramente tutti uguali! Molti dei nostri comportamenti sono specie-specifici, nonostante le differenze culturali dalle quali non sempre sono intaccati. Ho avuto l’impressione che anche queste giovani donne siano state felici di incontrarci e non solo perché abbiamo portato loro riso, farina, patate e pane. Ho sentito quella bella sensazione che si prova quando ci si trova con qualcuno di simile.

Ehi tu, mi piaci, siamo amiche, non dimenticarti di me.

Monica mi ha detto una cosa del genere e poi mi ha regalato uno dei suoi braccialetti dicendo “ricordati di me”. Mi sono emozionata tantissimo e le ho detto – anzi a dire il vero l’ho solo pensato – “farò di più, Monica, io scriverò di te!”.

È bello quando te ne vai da un posto con gli occhi lucidi. Non avrei voluto lasciare quell’incontro, quei bei sorrisi. L’innamorata di Dario ci ha mostrato come realizzare la tinta ocra che poi ci hanno fatto spalmare sulle braccia. In questo momento ho il braccio destro pitturato. La tinta ha anche un odore molto caratteristico: deciso, forte e inconfondibile, come il piglio delle donne Himba. Queste donne infatti mi sono sembrate molto leggere e libere, niente affatto sottomesse o sofferenti. Sarei voluta restare ancora con loro, proseguire in una loro giornata tipo, vedere cosa fanno la sera, cosa succede quando si radunano intorno al fuoco del villaggio. Non me ne sarei più andata! Quanta vita c’è in questo mondo, quanto da vedere, quante cose non so. Me ne sono andata da lì felice.

DUE DONNE SAN LUNGO IL NOSTRO PERCORSO

Sulla strada per Katima Mulilo, 29 giugno 2017

Ieri abbiamo fatto sosta a Rundu. Oggi, a Grootfountein, un posto pieno di Afrikaners ovvero africani bianchi, figli dei conquistatori olandesi. Mentre mettevamo benzina abbiamo incontrato due poverissime donne San: cercavano un passaggio per arrivare al loro villaggio. Che cercassero un passaggio lo abbiamo saputo dal benzinaio: ovviamente abbiamo colto la balla al balzo! Un’occasione a dir poco unica di avvicinare un pochino il popolo San. La più giovane portava attaccato alla vita un bambino neonato con i tratti caratteristici dei San: occhi larghi con taglio a mandorla, pelle olivastra e bocca carnosa. I loro tratti somatici sono molto diversi dai Bantu: sono minuti, hanno occhi come mandorle sottili.

Le due dovevano essere davvero molto povere, vestite di stracci e cariche di bagagli di buste di plastica. La più anziana aveva occhi intensi e profondi, uno sguardo vispo e rughe marcate, messe lì a tenere traccia delle emozioni di una vita. La più giovane pareva intimorita e comunque poco avvezza a parlare senza essere interpellata. Ha detto poco, sussurrando sempre a occhi bassi. Le due donne, durante il viaggio, si sono scambiate poche parole utilizzando la lingua dei clic che, sino a ieri, avevo potuto incontrare solo nei libri.

Dario è impazzito dall’emozione! Solo dopo ho inteso quanto sia raro interagire con questa etnia, perseguitata in Botswana e molto emarginata anche in Namibia. I San infatti sono un popolo a rischio estinzione. Vivono esclusivamente di caccia, disciplina difficilmente sostenibile negli spazi ristretti in cui sono stati segregati.

Della loro tradizione si hanno tracce anche nel Paleolitico. Sono stati gli unici a riuscire ad interpretare le pitture presenti nelle caverne e risalenti proprio a quel periodo: la loro tradizione ha saputo resistere nei secoli, nei millenni e, a fatica, si conserva ancora oggi: quel bimbo minuscolo ne è la prova. I San sono i più poveri e malmessi che ho incontrato in Namibia, proprio loro: il gruppo etnico più antico della terra! Mi chiedo quanto potrà ancora sopravvivere una popolazione relegata a poche aree in Namibia e perseguitata in Botswana. Non oso pensare poi alle violenze aggiuntive che giovani donne tipo quella incontrata si troveranno a subire da chi le perseguita – penso a tutte le forme di sopruso riservate solo alle donne.

Le abbiamo lasciate lungo la strada, hanno proseguito a piedi dentro la boscaglia. Le ho immaginate sparire silenziose tra le piante alte: la più anziana davanti a dettare il passo, la più giovane dietro con il futuro San nello straccio appeso al collo, imbevuto di terra e latte materno.

 

(dopo aver scritto questo post, mi sono resa conto di aver parlato solo di donne. Per questo, poco prima di pubblicarlo, ho deciso di cambiare il sottotitolo: non “gli Himba e i San”, ma “donne Himba e donne San”).

 

Bibliografia:
MARAINI, D., Viaggiando con passo di volpe. Poesie 1983-1991, Rizzoli 1991.

Segue da #1 DIARIO DI VIAGGIO IN NAMIBIA: ETOSHA E GLI ANIMALI

Se sei interessato all’Africa, leggi il mio Diario di viaggio in Etiopia

 

Commenti Facebook